A 650 metri di quota, tra suoli calcarei e sbalzi termici estremi, Stefano Pola produce spumanti Metodo Classico e vini fermi che raccontano la Valbelluna
Ci sono luoghi dove fare vino è una scelta razionalmente discutibile. Dove il freddo, l’altitudine e la fatica superano di gran lunga la convenienza. Eppure è proprio lì che nascono alcune delle bottiglie più interessanti. Quello di Stefano Pola, nelle Dolomiti bellunesi, è uno di questi casi.
Un vigneto a duemila passi dal cielo
Siamo a Sedico, in Valbelluna, provincia di Belluno. Qui, a 650 metri sul livello del mare, nel mezzo di un paesaggio dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO, si estendono 9 ettari di vigna. I suoli sono calcarei, di derivazione dolomitica. Le escursioni termiche tra giorno e notte sono importanti. Il clima è montano, nel senso più letterale del termine: non concede sconti.
È in questo contesto che Pola — già fondatore di Andreola, cantina di riferimento nel Valdobbiadene DOCG — ha deciso di avviare un progetto autonomo nel 2017. Non una seconda etichetta, non un esperimento collaterale: una linea di vini pensata interamente attorno all’identità di questo territorio.

Le uve, le scelte, i vini
Quattro varietà coltivate, due vocazioni produttive distinte.
Chardonnay e Pinot Nero vanno a comporre la linea Alture Metodo Classico: due spumanti affinati in bottiglia per 36 mesi, tempo sufficiente a sviluppare struttura e complessità senza perdere la freschezza tipica dell’alta quota.
Il Bianco da Bianco Extra Brut — solo Chardonnay — si presenta giallo paglierino con spuma cremosa. Naso agrumato, fiori bianchi, qualche nota citrina. In bocca è sapido, verticale, con un finale secco e preciso.
Il Rosa da Nero Extra Brut — solo Pinot Nero — ha un colore rosa tenue e profumi che ricordano le fragoline di bosco, il lampone e la mandorla fresca. Al palato è elegante, equilibrato, con la stessa sapidità del fratello bianco.
Riesling Renano e Traminer Aromatico sono invece destinati ai vini fermi, che rappresentano il volto più diretto del progetto: nessuna sovrastruttura, solo il dialogo tra suolo, clima e vigna.
Quando il vino è sfida
Pola lo descrive come una sfida. Non è una metafora di marketing: a 650 metri l’uva matura più lentamente, il lavoro in vigna è quasi interamente manuale, e ogni annata porta con sé una variabile in più rispetto ai territori di pianura o di collina morbida.
Il vantaggio, però, è riconoscibile nel bicchiere: freschezza, sapidità e una certa tensione verticale che difficilmente si ottiene a quote più basse. I calcarei dolomitici fanno il resto, conferendo ai vini una mineralità che non è un vezzo descrittivo ma una caratteristica sensoriale concreta.
Progetto da seguire
I vini IGT Vigneti delle Dolomiti di Stefano Pola si inseriscono in un filone che negli ultimi anni ha guadagnato attenzione crescente: la viticoltura d’alta quota alpina, ancora poco esplorata rispetto ad altri areali italiani ma capace di offrire profili aromatici originali e una riconoscibilità territoriale forte.
Per chi cerca vini con una storia da leggere nel bicchiere — e un paesaggio da immaginare mentre si beve — questi hanno qualcosa da dire.
