A Milano un convegno ha messo a confronto atleti olimpici e para-olimpici e nutrizionisti sul riso nella dieta sportiva
Per decenni il riso è stato associato a diete ospedaliere e stomaci delicati. Martedì 17 marzo, nel palazzo che ospita il consiglio regionale della Lombardia, quella reputazione ha ricevuto una smentita piuttosto diretta.
L’Ente Nazionale Risi ha riunito a Palazzo Pirelli, a Milano, atleti olimpici e paralimpici, nutrizionisti e rappresentanti delle istituzioni per un convegno intitolato “Il riso italiano nell’alimentazione degli sportivi”. Sul tavolo non c’erano tesi astratte: c’erano carriere sportive costruite, in parte, intorno a questo cereale.
Chi era in sala
Tra i relatori figuravano Claudia Giordani, medaglia d’argento nello slalom speciale alle Olimpiadi invernali di Innsbruck 1976, e Francesca Porcellato, atleta paralimpica di fondo e ciclismo con tredici partecipazioni ai Giochi paralimpici e quindici medaglie. C’era anche Amedeo Bagnis, scheletronista olimpico, due vittorie in Coppa del Mondo e un quinto posto alle ultime Olimpiadi.

Il confronto è stato moderato dal biologo nutrizionista Domenicantonio Galatà, presidente dell’Associazione Italiana Nutrizionisti in Cucina. Hanno partecipato la presidente di Ente Risi, Natalia Bobba, e l’assessore regionale all’Agricoltura della Lombardia, Alessandro Beduschi.
Carboidrati sì, ma quali
Il riso è la base alimentare di quasi due terzi della popolazione mondiale. Detto così sembra un dato da enciclopedia, ma nel contesto dello sport il numero torna utile: carboidrati a rilascio graduale, alta digeribilità, assenza di glutine. Galatà ha sottolineato come queste caratteristiche lo rendano adatto a discipline molto diverse tra loro, con profili di sforzo e recupero che cambiano radicalmente da uno sport all’altro.
«Mangiare con qualità diventa fondamentale per chi pratica attività sportiva», ha detto Bobba. «Ricerca e studio, come record e risultati agonistici, non si improvvisano»
Il problema che nessuno vuole sentire
C’è però una questione che il convegno ha sollevato senza troppi giri di parole. Il riso italiano compete con prodotti importati dal Sud-Est asiatico, coltivati con standard di sicurezza e tutela ambientale molto diversi. Bobba lo ha detto chiaramente: il riso italiano non è una commodity, ma il mercato spesso lo tratta come tale, e la pressione sui prezzi si ripercuote sull’intera filiera.

Beduschi ha aggiunto che le risaie lombarde non sono solo campi coltivati: mantengono ecosistemi specifici e paesaggi difficili da replicare altrove. Regione Lombardia, ha detto, intende continuare a sostenere chi produce in queste condizioni.
Qualità e sicurezza
L’operazione di Ente Risi ha una logica comprensibile: far capire che il riso italiano ha caratteristiche uniche, sia dal punto di vista organolettico sia dal punto di vista nutrizionale, ma soprattutto è coltivato cercando la qualità ed è controllato in ogni sua fase, dalla semina al confezionamento. La ricerca del prezzo più basso, in questo caso, può essere fuorviante, perché si rischia di portare in tavola del riso coltivato con sostanza vietate in Europa. La salute vale più di qualche euro.
