Il Dipartimento del Commercio americano riduce drasticamente le tariffe: dall’oltre 90% si scende sotto il 3% per alcuni brand
La notte di San Silvestro ha portato un regalo inaspettato sulle tavole americane. Mentre champagne e lenticchie inauguravano il 2026, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti pubblicava una revisione che cambia le sorti della pasta italiana oltreoceano: i dazi antidumping annunciati a settembre crollano dal 91,74% a cifre decisamente più gestibili.
Per La Molisana si parla del 2,26%, per Garofalo del 13,98%, mentre gli altri undici produttori coinvolti – tra cui Barilla – si attestano al 9,09%. Una riduzione che vale centinaia di milioni di euro e che evita il raddoppio del prezzo di un piatto di pasta per le famiglie americane.
Cosa è successo negli ultimi mesi
Lo scorso settembre il governo americano aveva lanciato un’indagine antidumping accusando tredici marchi italiani di vendere la pasta sotto costo sul mercato statunitense. Le tariffe provvisorie fissate al 91,74% erano un colpo durissimo per un settore che nel 2024 ha esportato negli USA pasta per 671 milioni di euro.

Le aziende coinvolte hanno contestato immediatamente le accuse, dichiarando di aver collaborato sin dall’inizio con le autorità americane. Il governo italiano ha depositato memorie difensive attraverso l’ambasciata a Washington, affiancato dalla Commissione Europea. Nei mesi successivi, nuova documentazione ha permesso agli USA di rivedere la loro posizione.
Le reazioni del settore
«La buona notizia che arriva dagli Stati Uniti dimostra come il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porti i suoi frutti», ha commentato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, sottolineando come le istituzioni italiane non abbiano mai abbandonato i produttori.
Coldiretti e Filiera Italia hanno espresso soddisfazione per l’intervento diplomatico, ricordando che dazi così elevati avrebbero favorito i prodotti Italian sounding – quelle imitazioni che sfruttano il richiamo del made in Italy senza garantirne la qualità.
Cosimo Rummo, presidente dell’omonimo pastificio, ha osservato con pragmatismo: «Dal 91,74 al 9,09% vuol dire un taglio del 90%. Se si chiudesse così, la situazione risulterebbe migliorata sensibilmente». Pur aggiungendo una nota di cautela sui costi legali: «Queste cause costano una fortuna, possono facilmente raggiungere il milione di euro di spese».
L’indagine non è ancora chiusa
Nonostante l’ottimismo, la partita rimane aperta. Le valutazioni diffuse dal Dipartimento del Commercio sono arrivate in anticipo rispetto alla conclusione dell’indagine, prevista per l’11 marzo 2026. Solo allora si saprà se queste tariffe diventeranno definitive o subiranno ulteriori modifiche.

Nel frattempo, i produttori italiani possono tirare un primo sospiro di sollievo. La pasta continuerà ad arrivare sulle tavole americane senza subire rincari proibitivi, preservando un mercato strategico per l’industria alimentare italiana.
Cosa significa per i consumatori
Per chi acquista pasta italiana negli Stati Uniti, la riduzione dei dazi significa prezzi più contenuti e maggiore disponibilità di prodotti autentici. L’alternativa sarebbe stata un mercato invaso da imitazioni a basso costo, con conseguente perdita di qualità.
In Italia, la vicenda conferma quanto sia delicato l’equilibrio commerciale internazionale per un settore che fa dell’export uno dei suoi pilastri. E ricorda che dietro ogni pacco di pasta sugli scaffali c’è una filiera che coinvolge agricoltori, produttori e una rete diplomatica che lavora per tutelare il made in Italy.
