Sprechi e rifiuti: quello che ognuno può fare davvero

Ogni italiano butta 32 kg di cibo l’anno. Pianificare la spesa, comprare vicino alla scadenza, usare le app: tre mosse concrete

«È arrivato l’arrotino!». La musichetta, il furgoncino, il messaggio essenziale: chi aveva coltelli da affilare apriva il portone, chi non ne aveva aspettava il giro successivo. Era un’economia senza sprechi per necessità: gli oggetti duravano, si riparavano, si tenevano. Oggi l’arrotino non passa più — e non è solo nostalgia. È che buona parte di ciò che si compra non è progettato per essere riparato, ma per essere sostituito.

Il risultato è nei numeri: secondo l’Istat, ogni italiano produce circa 500 kg di rifiuti urbani all’anno; secondo Waste Watcher, ne spreca 32 in cibo. Dal 12 agosto 2026 entra in vigore il Regolamento (Ue) 2025/40 — il Ppwr — che impone a produttori e distributori di ridurre peso e volume degli imballaggi, vieta i Pfas a contatto con gli alimenti e fissa al 2030 la fine del monouso in plastica. Ma le regole europee arrivano dopo: il consumatore può già muoversi.

Dalla bottega sfusa al carrello settimanale

Rispetto a quando passava l’arrotino, sono scomparsi i negozi di sfuso, si è ridotto il riutilizzo sistematico degli imballaggi e il ritmo della spesa è cambiato: non più giornaliero, ma settimanale, concentrato nei supermercati e nei centri commerciali. Nel carrello finiscono prodotti non strettamente necessari, spinti dalle promozioni esposte in corsia. Il risultato è visibile nei dati: meno del 40% dei 500 kg di rifiuti pro capite è organico; il resto è carta, plastica, vetro e imballaggi usa e getta.

L’Italia ha già raggiunto gli obiettivi europei sul riciclo dei materiali ed è tra i Paesi con la normativa più avanzata in questo settore. Ma sul fronte dello spreco alimentare e sulla riduzione degli imballaggi alla fonte, il margine di miglioramento è ancora ampio.

rifiuti recupero

Cosa prevede il Regolamento europeo Ppwr

Il Regolamento (Ue) 2025/40, pubblicato il 22 gennaio 2025, è obbligatorio dal 12 agosto 2026 in tutti gli Stati membri senza necessità di recepimento nazionale. Prevede tre interventi principali: la revisione del design degli imballaggi per ridurne peso e volume, l’eliminazione dei Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) dagli imballaggi a contatto con alimenti e, entro il 2030, la messa al bando di tutte le confezioni di plastica monouso ancora in circolazione. Destinatari diretti sono i produttori e i distributori, ma l’impatto si rifletterà sulla disponibilità e sul formato dei prodotti sugli scaffali.

Tre scelte di acquisto che riducono lo spreco

Tre azioni concrete sono alla portata di qualsiasi consumatore.

La prima è pianificare la spesa con una lista e seguirla, evitando le promozioni non previste: le offerte speciali aumentano il volume acquistato, non necessariamente quello consumato.

La seconda è frammentare la spesa, se possibile, aumentando la frequenza e riducendo la quantità per singolo acquisto. Chi entra in questa logica può accedere agli sconti sui prodotti vicini alla scadenza: molti punti vendita applicano riduzioni di prezzo significative negli ultimi giorni di vita commerciale di un prodotto. Consumati entro i tempi indicati in etichetta, questi prodotti sono sicuri e permettono di risparmiare.

La terza è usare le piattaforme dedicate: per esempio Too Good To Go per i consumatori finali, (Regusto e Last Minute Sotto Casa per la filiera), tutte pensate per intercettare prodotti prossimi alla scadenza che altrimenti andrebbero smaltiti come rifiuti.

Come la raccolta differenziata ha ridotto la quota di rifiuti indifferenziati, queste scelte possono ridurre la quota di cibo che finisce nel bidone. Waste Watcher stima già in 32 kg pro capite lo spreco domestico annuo: una riduzione anche parziale, moltiplicata per 60 milioni di abitanti, sposta quantità significative.

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