Enoturismo in Italia: cosa cambia per chi ama il vino

Le cantine italiane investono per offrire esperienze migliori: più servizi, prezzi accessibili e aperture tutto l’anno. Ma c’è ancora da fare

L’enoturismo italiano sta crescendo, anche se il vino si vende meno. Sembra un controsenso, ma i numeri parlano chiaro: mentre i consumi globali di vino nel 2023 hanno toccato il minimo dal 1961, visitare cantine è diventata un’attività sempre più richiesta. A livello mondiale questo settore vale 39 miliardi di euro e cresce del 12,9% all’anno. Per chi ama il vino, la buona notizia è che le cantine stanno investendo per migliorare l’accoglienza. Vediamo cosa sta cambiando secondo il report “Quando il vino incontra il turismo” realizzato da Roberta Garibaldi per il SRM Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo.

Più esperienze, non solo degustazioni

La classica degustazione gratuita è ormai un ricordo. Oggi il 93% delle cantine offre visite guidate e corsi, ma non solo: il 36% ha anche un ristorante, il 30% propone alloggio e il 22% organizza eventi. Le esperienze durano in media 1-2 ore e costano tra 36 e 50 euro, un prezzo abbordabile considerando che spesso includono passeggiate tra i vigneti e visite in cantina, un elemento su cui l’Italia batte tutti (90% delle cantine, contro il 55-72% di altri paesi).

Insomma, non si tratta più di “passare a bere un bicchiere”, ma di vivere un’esperienza vera del territorio. E le cantine che investono in qualità – dalla sostenibilità ambientale all’accessibilità per persone con disabilità – stanno ottenendo risultati migliori: più visitatori e più vendite dirette.

Enoturismo
Enoturismo

Ancora troppi italiani, pochi stranieri

Qui emerge un limite: il 55% dei visitatori è italiano, contro solo il 32% di stranieri. In altri paesi europei le percentuali sono più bilanciate. Per chi viaggia dall’estero questo significa meno affollamento (almeno per ora), ma anche meno occasioni di confronto con appassionati di altre culture.

Il problema non è solo geografico, ma anche stagionale. Primavera ed estate concentrano il 68% delle visite, mentre l’autunno – il periodo della vendemmia, quello più affascinante – resta sottoutilizzato. In Francia accade il contrario: settembre e ottobre sono i mesi di punta. Molte cantine italiane, inoltre, chiudono durante le festività nazionali, proprio quando i turisti avrebbero più tempo libero.

Prenotare online? Non sempre si può

Quasi tutte le cantine hanno un sito web (il 98%), ma solo il 31% permette di prenotare direttamente online. Per chi è abituato a organizzare viaggi con un clic, questo è frustrante. Telefono ed email restano i canali più usati, un approccio che rallenta tutto.

Anche sui social media c’è margine di miglioramento. Facebook e Instagram vanno forte, ma TikTok – dove i giovani cercano ispirazione per i viaggi – è usato solo dall’8% delle cantine. Un’occasione persa per intercettare le nuove generazioni di appassionati.

Investimenti in crescita (ma serve coordinamento)

Le cantine stanno investendo: il 77% lo ha fatto tra il 2022 e il 2024, destinando in media il 14% del fatturato. I soldi vanno soprattutto in macchinari per la produzione (66%), ma cresce l’attenzione a sostenibilità, digitale e accessibilità. Per il 2025-2027 il 53% delle imprese prevede nuovi investimenti, concentrandosi sulla qualità dell’esperienza offerta ai visitatori.

Il problema è che il coordinamento territoriale è frammentato: consorzi, assessorati, strade del vino e altri enti lavorano spesso in ordine sparso. In Francia, per esempio, la governance è molto più integrata. Interessante notare che il 62% delle cantine italiane sarebbe disposto a pagare (anche se cifre modeste, tra 100 e 300 euro l’anno) per un consorzio pubblico-privato che faccia marketing territoriale in modo coordinato.

Cosa aspettarsi nei prossimi anni

Per chi ama visitare cantine, il futuro promette bene. Le esperienze diventeranno più ricche e personalizzate, con maggiore attenzione a sostenibilità e inclusività. Le cantine più innovative stanno già puntando su tecnologie digitali per migliorare la comunicazione e su energie rinnovabili per ridurre l’impatto ambientale.

Servirebbero però più collegamenti efficienti (trasporti pubblici locali, navette tra poli ferroviari e zone vitivinicole) e una semplificazione burocratica che permetta alle cantine di investire con più serenità. Anche una figura professionale riconosciuta di “hospitality manager” aiuterebbe a standardizzare la qualità del servizio.

In sintesi: l’enoturismo italiano è maturo ma può crescere ancora, soprattutto nell’internazionalizzazione e nella destagionalizzazione. Chi ama il vino troverà sempre più servizi e esperienze autentiche, a patto che cantine e istituzioni imparino a fare davvero sistema. E che le porte restino aperte anche nei weekend di festa.

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