Dazi, l’economia del protezionismo e del caos fa male

Da oltreoceano arrivano messaggi caotici relativi ai dazi unilaterali statunitensi. Un caos che crea incertezza e preoccupazione nel mercato

Dazi sì, dazi no, dazi forse, dazi certo. Ricomincia il valzer delle tariffe firmato Trump. È stato questo un fine settimana dove l’incertezza ha imperato. I fatti sono stati rilanciati da tutti i media: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi parte dei dazi voluti da Trump; questo per risposta ha cambiato legge e imposto una tariffa prima al 10% poi al 15% su tutto. Qui si parla di cibo, vino e di quello che accade in questo mondo, ma non siamo in una situazione di autarchia mondiale, dove ogni nazione può sopravvivere solo con le risorse presenti all’interno dei propri confini, anzi, siamo ancora in mezzo alla globalizzazione, questa è semplicemente solo meno sbandierata, ma gli scambi sono massicci e ogni giorno.

La storia economica mostra come nel lungo periodo le politiche protezionistiche tendano a generare delle  distorsioni e storture nel mercato con ripercussioni anche sulla vita della gente. Un esempio: il mais coltivato negli Stati Uniti, basato su massicci sussidi agricoli voluti da Nixon negli anni ‘70, è stato protagonista di politiche di dumping che hanno messo in difficoltà i coltivatori messicani, portandoli ad abbandonare le proprie terre e ad andare a cercare fortuna negli USA. L’eccesso di offerta, reso strutturale dagli incentivi, ha imposto la ricerca di nuovi sbocchi industriali. Così è nato lo sciroppo di mais, un dolcificante a basso costo usato in tutti i cibi processati e tra i principali responsabili dell’aumento dei tassi di obesità e diabete.

“Drogare” una produzione agricola ha portato nel tempo ad aumentare fenomeni migratori e problemi di salute alla popolazione. Nonostante questo monito, questo tipo di pratiche continua a essere presente nelle agende di molti movimenti politici. Che sia protezionismo interno attraverso sussidi o esterno con i dazi, il risultato non cambia. Il sistema andrà incontro a delle storture.

Anche l’Europa sovvenziona l’agricoltura attraverso la PAC (Politica agricola comune), ma al contrario di quella statunitense che è improntata alla massima produzione e a bassi costi, la politica europea punta tutto sulla qualità, l’ambiente e lo sviluppo rurale. La qualità e la sicurezza alimentare per l’Europa sono importanti, tanto che ha sviluppato un sistema di certificazioni che le garantiscono in tutto il mondo (DOP/IGP) attraverso gli accordi commerciali. Accordi che prevedono delle “clausole specchio” per garantire che i prodotti che entrano in Europa siano frutto di coltivazioni e allevamenti che rispecchiano gli standard europei su pesticidi, diserbanti e medicinali. Questo tipo di clausole è al centro di uno scontro tra USA ed Europa, perché l’amministrazione Trump vorrebbe poter vendere prodotti agricoli senza che questi rispettino gli standard qualitativi europei.

Nel mese di febbraio l’amministrazione Trump e quella di Milei hanno siglato un accordo commerciale per l’eliminazione dei dazi reciproci su diversi prodotti, tra questi i formaggi statunitensi. Questi ultimi potranno essere venduti in Argentina con nomi italiani: Grana, Gorgonzola, Asiago e così via. In pratica questo rende legale l’Italian sounding in Argentina, creando confusione tra i consumatori, ma soprattutto svantaggiando i prodotti autentici europei, che sono più costosi, e minando le tutele dell’accordo UE-Mercosur, che protegge solo 31 DOP/IGP italiane, ma attualmente bloccato in sede europea.

Come consumatori possiamo intervenire in questo caos facendo solo una cosa: scegliendo i prodotti che meglio rispecchiano i nostri bisogni, quelli realizzati non pensando solo al profitto, ma quelli che rispondono a criteri di qualità e sicurezza alimentare, quelli che prediligono sistemi di allevamento dove il benessere animale è tutelato, quelli dove la qualità è reale e non solo marketing. Per farlo dobbiamo diventare consumatori più consapevoli e andare oltre ai claim pubblicitari. Perché se il protezionismo crea muri, la qualità crea relazioni.

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