Una ricerca su dati Usa conferma che anche il consumo moderato di alcol comporta rischi per la salute, senza benefici netti
Un gruppo di ricercatori statunitensi e canadesi, tra cui Kevin Shield dell’Università di Toronto e Katherine Keyes della Columbia University, ha pubblicato a giugno sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs uno studio che ridimensiona l’idea che bere con moderazione sia privo di conseguenze. La ricerca, commissionata per aggiornare le linee guida alimentari statunitensi, ha incrociato dati di mortalità e morbilità con le abitudini di consumo della popolazione americana.
Nessun beneficio netto, nemmeno a basse dosi
Il risultato principale è che a nessun livello di consumo emerge un vantaggio netto per la salute. Chi beve più di sette bevande alla settimana ha un rischio di morte attribuibile all’alcol pari ad almeno un caso su mille. Sopra le 8,5 bevande settimanali, il rischio sale a uno su cento. Per gli uomini che ne consumano quattordici, il limite massimo indicato dalle precedenti linee guida statunitensi, la probabilità stimata è di un decesso su venticinque nell’arco della vita.
Il modo di bere conta quanto la quantità
Lo studio segnala anche che superare una bevanda per occasione aumenta progressivamente il rischio di tumore al seno, malattie cardiovascolari e traumi, indipendentemente dal totale settimanale. A basse dosi, gli autori riconoscono un possibile effetto protettivo su cardiopatia ischemica e ictus, ma questo vantaggio scompare se si considera l’insieme delle patologie associate all’alcol, cancro compreso.

I limiti del modello
La ricerca si basa su un’analisi statistica di dati di popolazione, non su un esperimento condotto nel tempo su un gruppo di persone. Non dimostra quindi un rapporto di causa-effetto diretto per ogni singola patologia, e le stime dipendono dalla qualità dei dati raccolti e dalle abitudini di consumo dichiarate dagli intervistati, spesso soggette a imprecisioni. Gli autori stessi definiscono i risultati una stima di rischio a livello di popolazione, non una previsione individuale.
Un rito che resta, al di là dei dati
Lo studio riguarda il rischio clinico, non il significato che vino, birra o distillati hanno nella vita quotidiana delle persone. Un bicchiere condiviso a tavola, o il brindisi per un’occasione, restano gesti legati alla convivialità più che alla nutrizione. Sul piano clinico bere poco non porta benefici, i dati lo confermano. Resta però un’abitudine che, per molte tradizioni gastronomiche, come quella italiana, ha più a che fare con lo stare insieme che con la salute.
Gli autori precisano che le stime valgono per il contesto statunitense. Per chi vorrebbe valutare il proprio livello di rischio individuale, restano il medico di base o uno specialista i riferimenti più indicati, non i dati aggregati di uno studio di popolazione.
