Il «100% italiano» cala del 2,2% a volume, la Dop sale del 4,2%: il consumatore preferisce chi ha un controllo a chi si dichiara
Anni fa sono stato a Bruxelles, alla Commissione Agricoltura, per parlare di prodotti Dop e Igp. C’erano molti colleghi di diversi Paesi e lì si è capito che i prodotti tutelati hanno qualcosa in più. Il disciplinare che li accompagna non è solo la certificazione di una ricetta o la descrizione di un ingrediente: rende questi prodotti parte della storia di un territorio e di una popolazione. Il bollino dà la certezza che dietro ci sia un sistema che verifica la qualità, ed è una garanzia anche per il consumatore. Certo, le truffe esistono, ma la rete di controlli è efficace e chi inganna, presto o tardi, viene scoperto.
Mi capita di fermarmi in un supermercato senza fretta e di guardare come si fa la spesa. La confezione si prende in mano, si gira, si rimette a posto oppure finisce nel carrello. Quasi nessuno si ferma alla parte anteriore: si cerca il retro, la riga scritta in piccolo, il bollino. Non è solo un’impressione. Secondo una ricerca di Ipsos per GS1 Italy, il 96% degli italiani consulta abitualmente le etichette e il 45% lo fa per capire provenienza e origine, seconda ragione dopo la scadenza.
Cosa trova chi legge? Sul retro di un prodotto «100% italiano» trova una dichiarazione del produttore. Per molti alimenti l’origine degli ingredienti non è obbligatoria in etichetta, mentre lo sono gli allergeni. È un’autocertificazione.

I numeri dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy sembrano la fotografia di quello che si vede in corsia. Nel 2025 i prodotti che richiamano l’italianità nei supermercati sono 28.817 e valgono oltre 13,3 miliardi di euro, con vendite a valore in crescita dell’1,8% e volumi fermi. Dentro questo paniere i 9.416 «100% italiano» perdono l’1,1% a valore e il 2,2% a volume, il risultato peggiore del gruppo. Anche «Prodotto in Italia» arretra, con -1,1% a volume.
I 1.551 alimenti Dop crescono invece del 9,6% a valore e del 4,2% a volume, oltre il miliardo di euro, con la pressione promozionale più bassa di tutta la tabella, il 25,3%. Si vendono senza bisogno di molti sconti. Insieme a Doc e Docg, i prodotti con indicazione geografica sono 5.125 e crescono del 4,8% a valore.
Non è un consumatore che rifiuta i claim. «Senza lattosio» sale del 7,7% a valore e «senza Ogm» del 10,3%, ma sono messaggi precisi, rivolti a chi ha un’esigenza specifica. Perde terreno il messaggio generico, senza qualcuno che lo garantisca.
Dietro un Dop o un Igp c’è un sistema di controllo che interviene prima che il prodotto arrivi sul mercato. Poi, a prodotto già in vendita, c’è l’Icqrf, l’ispettorato antifrodi del ministero dell’Agricoltura: nel 2025 ha effettuato 54.913 controlli, di cui 6.448 sui prodotti Dop e Igp, con 497 sequestri per oltre 47,8 milioni di euro. È una rete che funziona anche perché trova le irregolarità.
Il quadro, va detto, non è lineare. Igp e Igt, 2.404 prodotti in tutto, calano dello 0,5% a valore e dell’1,5% a volume. Il rapporto non ne spiega le ragioni, ma il dato c’è.
Ottenere una certificazione non è un percorso breve: bisogna preparare un disciplinare, organizzare i controlli e tutto questo richiede tempo e risorse. Ma i numeri dicono che il consumatore apprezza sempre di più questa tutela, e la sceglie.
