Il cibo che mangiamo è controllato da pochi giganti

Decenni di dominio delle multinazionali hanno modellato le nostre diete: ecco perché serve cambiare tutto subito

Quando fai la spesa, pensi di scegliere liberamente. Ma la verità è più scomoda: quello che finisce nel tuo carrello è il risultato di decisioni prese da una manciata di corporation che controllano quasi tutta la filiera alimentare, dalla produzione alla distribuzione.

È quanto emerge da una recensione pubblicata su Nature che analizza Food Fight: From Plunder and Profit to People and Planet, il libro di Stuart Gillespie – esperto di nutrizione globale con quarant’anni di esperienza – edito da Canongate (al momento non disponibile in edizione italiana). La diagnosi è chiara: il sistema alimentare mondiale non ha bisogno di aggiustamenti. Ha bisogno di una rivoluzione.

I numeri che parlano chiaro

Le cifre fanno impressione. La cattiva alimentazione causa un quarto di tutte le morti tra gli adulti nel mondo: oltre 12 milioni di persone all’anno. Una persona su tre soffre di qualche forma di malnutrizione. E i cibi ultra-processati – quelli che garantiscono profitti stellari alle multinazionali – sono collegati a una morte prematura su sette in alcuni paesi.

Non parliamo solo di obesità o diabete. Il sistema alimentare produce anche un quarto delle emissioni globali di gas serra. Insomma, stiamo danneggiando contemporaneamente la nostra salute e il pianeta.

Un momento del summit ONU di luglio
Un momento del summit ONU di luglio

Summit ONU: belle parole, pochi fatti

A luglio 2025, ad Addis Ababa, si è tenuto il secondo Summit ONU sui Sistemi Alimentari. La Vice Segretaria Generale Amina Mohammed ha sottolineato che i sistemi alimentari potrebbero essere una delle maggiori soluzioni per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ma ha anche avvertito che fame e malnutrizione persistono, aggravate da shock climatici, conflitti, debiti e disuguaglianze.

Risultati concreti? Oltre 130 paesi hanno sviluppato Percorsi Nazionali per la trasformazione dei sistemi alimentari. Ma la sostanza rimane quella: impegni a collaborare, promesse di innovazione, appelli alla comunità internazionale. Nulla che faccia pensare a un vero cambio di paradigma.

Nel frattempo, il rapporto sullo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo 2025 ha rivelato un modesto calo della fame globale, ma un preoccupante aumento dell’insicurezza alimentare in Africa e Asia occidentale. I progressi sono diseguali e i più vulnerabili continuano a pagare il prezzo più alto.

Da dove viene questo disastro

Gillespie individua le radici del problema nel colonialismo. Durante l’epoca coloniale, l’agricoltura serviva a produrre merci redditizie – zucchero, tè, caffè, cacao – non a nutrire le popolazioni locali. Quella logica di sfruttamento non è mai sparita: si è solo trasformata.

Oggi Big Food, Big Sugar e Big Choc (così le chiama l’autore) controllano l’intera catena. Il loro obiettivo non è nutrirci bene, ma massimizzare i profitti. Come? Producendo cibi ultra-processati progettati per essere quasi irresistibili, con una shelf life lunghissima e costi sociali e ambientali che ricadono su di noi.

Il trucco dei cibi ultra-processati

Questi prodotti sono densi di calorie ma poveri di nutrienti. In molti paesi ad alto e medio reddito rappresentano già più della metà dell’apporto calorico giornaliero. E vengono spinti aggressivamente nei paesi a basso reddito, dove le regole sono deboli e i consumatori hanno poche alternative.

Il punto cruciale che solleva Gillespie: non è colpa tua se mangi male. Formulazioni studiate per creare dipendenza, marketing martellante e mancanza di opzioni sane a prezzi accessibili – queste sono le forze che plasmano le tue scelte.

Supermercati ricchi di ultra-processati
Supermercati ricchi di cibi ultra-processati

La rivoluzione parte dal basso

Se i governi e gli organismi internazionali faticano a muoversi, chi può innescare il cambiamento? I consumatori. Non con scelte individuali occasionali, ma con una consapevolezza collettiva capace di creare un nuovo mercato.

Gillespie richiama alcuni casi virtuosi. Il programma Food4Education in Kenya ha distribuito oltre 100 milioni di pasti scolastici dal 2012, sostenendo al contempo agricoltori locali e imprese guidate da donne. La Colombia ha introdotto nel 2023 una tassa sui cibi ultra-processati. Regno Unito e Brasile hanno lanciato iniziative per promuovere diete più sane.

Il vero motore del cambiamento deve essere la domanda dei consumatori. Un consumatore consapevole prende decisioni che fanno la differenza: sceglie prodotti locali e di stagione, sostenendo così i piccoli produttori. Presta attenzione alle etichette e riesce a riconoscere i cibi ultra-processati. Pretende trasparenza dalle aziende e dai distributori, e si informa sulle pratiche produttive e le condizioni di lavoro. Inoltre, cerca di ridurre lo spreco alimentare e fa pressione su istituzioni e politica per ottenere regole più stringenti.

Il potere di acquisto come leva di cambiamento

Ogni volta che compri qualcosa, stai votando. Stai dicendo al mercato: questo prodotto mi va bene, continua così. Oppure: voglio altro, cambiate rotta.

Le multinazionali rispondono ai segnali del mercato. Se migliaia, milioni di persone cominciano a preferire sistematicamente prodotti più sostenibili, più sani, più etici, le aziende dovranno adeguarsi. Non per bontà, ma per sopravvivenza commerciale.

È già successo in passato. La crescita del biologico, la diffusione dei prodotti a km zero, l’attenzione al benessere animale: tutti fenomeni partiti dal basso, dalle scelte dei consumatori, che hanno poi costretto il sistema a reagire.

I limiti dell’analisi

La recensione su Nature solleva un punto interessante: il libro attacca duramente le corporation, ma trascura il ruolo cruciale dei piccoli produttori nei paesi a basso e medio reddito, che in realtà sfamano la maggior parte della popolazione mondiale. E alcune affermazioni sulle motivazioni delle aziende non sono supportate da prove concrete.

Resta il fatto che l’analisi di Gillespie coglie un problema reale: un sistema alimentare che serve gli interessi di pochi, mentre il conto – in termini di salute, ambiente e futuro – lo paghiamo tutti noi.

Cosa possiamo fare

La rivoluzione alimentare non arriverà dai vertici. Arriverà dalla somma di milioni di scelte quotidiane consapevoli. Dalla capacità di vedere oltre il prezzo e la convenienza immediata. Dal coraggio di sostenere alternative più giuste e sostenibili, anche quando costano qualcosa in più.

Non è più questione di fare la spesa. È questione di decidere che tipo di sistema alimentare vogliamo. E di agire di conseguenza, un carrello alla volta.

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