Neverin: Il gin veneziano nato da una ricetta del 1724

Dal convento dei Cappuccini al bicchiere: tre secoli dopo rinasce un distillato che racconta la vera anima di Venezia

Nel buio della Biblioteca dei Frati Cappuccini del SS. Redentore, tra volumi polverosi e manoscritti antichi, dormiva una ricetta. Era il 1724 quando un frate, con inchiostro e penna, annotò la preparazione di un distillato botanico all’interno della Historia Plantarum. Trecentodue anni dopo, quel foglio è tornato alla luce. E con lui, un gin che non ha nulla di turistico.

Una tempesta in bottiglia

Il nome dice già tutto: Neverin. Nel dialetto dei navigatori veneziani indicava quel vento improvviso e violento dell’Adriatico, capace di trasformare il mare in tempesta in pochi istanti. Un fenomeno temuto, rapido, incontrollabile. La stessa forza che questo gin vuole evocare: nessun paesaggio da cartolina, ma vento, nebbia, corde e mare aperto.

Gianni Tagliapietra e Werner Ricciolini, i due fondatori, hanno scelto di non raccontare la Venezia delle gondole. Il loro è un omaggio alla città mercantile, quella dei marinai che sfidavano l’ignoto, popolata di superstizioni e coraggio. Un gin che non si sceglie: si impone per identità.

Nevermind i fondatori Gianni Tagliapietra e Werner Ricciolini (da sx)
Nevermind i fondatori Gianni Tagliapietra e Werner Ricciolini (da sx)

Acqua salata e vino bianco

La ricetta conventuale utilizzava ingredienti che oggi sembrano audaci, ma che all’epoca facevano parte della tradizione farmaceutica dei frati: oltre venti botaniche, ginepro distillato, e due elementi sorprendenti per un gin contemporaneo — acqua salata e vino bianco. Il risultato è una struttura secca, complessa, che lascia un’impronta netta sul palato.

Il prodotto finale è un compound premium al 40,5% vol., dove ogni botanica viene infusa singolarmente o in piccoli gruppi. Il profilo aromatico non cerca compromessi: è identitario, riconoscibile, costruito per chi ricerca autenticità invece che tendenza.

Design che parla senza spiegare

La bottiglia è concepita come una lanterna marittima — simbolo di salvezza contro la tempesta — e sulle sue superfici è incisa una leggenda: divinità dei venti e del mare evocano la tempesta, intrappolando una galea veneziana tra flutti e mostri marini. L’equipaggio cerca disperatamente la rotta, affidandosi alle stelle.

Le etichette si ispirano ai fú, i talismani di protezione orientali, richiamo alla Venezia ponte tra Oriente e Occidente. Sul fronte, una galea su un uroboro dorato — simbolo di viaggio eterno, distruzione e rinascita. Sul retro, la Laguna: il porto sicuro dopo la tempesta, la casa dopo l’ignoto.

Bottiglie Nevermind
Bottiglie Nevermind

Il tappo in legno richiama una bitta d’ormeggio, con incisa la formula latina “Ex Ventus Ortus, In Tempestate Formatus” — nato dal vento, forgiato nella tempesta. È fissato con corde e sigillo, come a trattenere la furia degli elementi dentro il vetro.

Prossimi capitoli

Ad aprile 2026 è prevista l’uscita della versione Navy Strength al 58,5%, seguita nei mesi successivi da un Neverin 0.0, la versione analcolica. L’espansione della gamma conferma che il progetto non si ferma alla prima bottiglia: l’ambizione è costruire un universo narrativo completo attorno al brand.

Un gin che non si adatta

Neverin non cerca di piacere a tutti. È un prodotto polarizzante, costruito per chi vuole sentire il carattere nel bicchiere, non la morbidezza rassicurante. Non è un gin da mixology facile, ma un distillato che chiede attenzione, che racconta una storia prima ancora di essere versato.

Tre secoli dopo quella ricetta scritta in un convento, il gin è tornato. Ma non come reliquia: come presenza. Come una tempesta che arriva senza preavviso e lascia il segno.

 

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