I produttori americani subiscono un contraccolpo inaspettato: i distributori perdono i margini sui vini europei necessari a sostenerli
Chi applica i dazi Trump al vino europeo negli Stati Uniti? I viticoltori americani, che dovrebbero esserne i beneficiari. La contraddizione emerge da un’analisi del Washington Post che svela come il sistema distributivo statunitense funzioni in modo opposto alle intenzioni protezionistiche dell’amministrazione.
Il problema nasce dal peculiare “sistema a tre livelli” che regola la distribuzione di alcolici negli Stati Uniti dal periodo del Proibizionismo. I produttori possono vendere i loro prodotti solo ai distributori all’ingrosso che poi vendono ai rivenditori, e solo i rivenditori possono vendere ai consumatori. Un sistema che impedisce la vendita diretta e crea dipendenze inaspettate.

Il paradosso dei margini
La situazione è paradossale: i distributori americani guadagnano margini del 30% sui vini europei contro appena il 12% su quelli domestici. Questi maggiori profitti sui prodotti importati vengono utilizzati per “sovvenzionare” la distribuzione dei vini americani, meno redditizi.
«Se rimuovi i vini francesi, spagnoli e italiani, la macchina non funziona più», spiega Harry Root, cofondatore di Grassroots Wine, distributore in South Carolina e Alabama. «Eliminando il 96% del nostro portafoglio, non avremmo nessun motivo per chiamare i nostri clienti».
I dazi, attualmente al 15%, rischiano di distruggere questo equilibrio economico. I dazi hanno portato a un aumento dei costi per importatori, distributori e, in ultima analisi, consumatori, causando significative interruzioni nel mercato del vino.
Il mercato sotto pressione
Tutti e tre i livelli stanno affrontando l’incertezza portata dai dazi: alcune importazioni di vino sono in sospeso, il che significa meno entrate per distributori e rivenditori. La California, principale produttore nazionale, sta vivendo tensioni particolari.
I viticoltori americani temono che i dazi metteranno sotto pressione gli stessi distributori su cui fanno affidamento. Una paura acuita quando Trump aveva minacciato dazi del 200% sulle importazioni europee, poi ridotti al 20%.
Il settore sta già subendo pressioni da più fronti: per i produttori americani di vino e liquori, questi dazi di rappresaglia sono stati devastanti, riferendosi alle contromisure canadesi che hanno fatto crollare del 62% l’export di liquori verso il Canada.

Conseguenze a lungo termine
La viticoltura richiede pianificazione a lungo termine: dall’uva alla bottiglia servono 6-8 anni, a volte di più. «Il caos attuale per noi è un problema esistenziale», afferma Kalei Lucas, direttore generale della Napa Valley’s Cain Vineyard & Winery.
Le previsioni indicano che il volume totale potrebbe rimanere sostanzialmente stabile (da 0% a -1%) entro la fine del 2025, un miglioramento gradito dopo anni di cali. Tuttavia, alcuni vini importati potrebbero semplicemente scomparire dal mercato, incapaci di attirare acquirenti a prezzi più alti.
Il dibattito oltreoceano
Anche la stampa americana si interroga sull’efficacia dei dazi. Il Washington Post, nel suo approfondimento, evidenzia come questi strumenti protezionistici finiscano per “distorcere i mercati, interrompere le catene di fornitura, ridurre la scelta dei consumatori e aumentare i prezzi”.
L’industria vinicola americana si trova così intrappolata in una politica commerciale che, paradossalmente, la danneggia più di quanto la protegga. Una situazione che dimostra come meccanismi economici complessi possano produrre effetti opposti alle intenzioni originali, penalizzando proprio chi dovrebbe essere tutelato.
