Sette cascine lomelline uniscono risi e identità sotto un marchio collettivo, dal Carnaroli al Lomello, con packaging condiviso
La Lomellina produce circa il 30% del riso italiano. Eppure, fino ad aprile 2026, queste risaie non avevano una voce comune sul mercato. Il lancio del marchio Lomellina Terra di Riso cambia la situazione: sette aziende agricole si presentano unite con un packaging condiviso e una visione sul mercato comune, per dare vita a una filiera che fino a oggi risultava frammentata.
Le realtà fondatrici sono Cascina Alberona, Cascina Mora Bassa, Cascina Bosco Fornasara, Marta Sempio Riso, Azienda Agricola Zerbi, Azienda Agricola Massino e Azienda Agricola Santa Maria. Esperienze diverse per dimensione e approccio colturale — si va dai 40 ettari di Cascina Mora Bassa ai 900 di Marta Sempio — ma un obiettivo condiviso: restituire valore alla biodiversità varietale di un distretto che da solo concentra oltre 63.000 ettari a riso.

Da commodity a prodotto d’origine
Il percorso è partito nel 2024 con la costituzione dell’associazione di imprese. Il passo di aprile 2026 è la fase più concreta: il marchio entra nei canali di vendita con una selezione di sette varietà e una confezione dalla grafica essenziale che richiama le stagioni della risaia e la presenza capillare di castelli sul territorio — tanto da valere alla Lomellina il soprannome di «Piccola Loira». Sulla scatola compare la dicitura “Fatto con passione in Lomellina”, pensata per rendere immediata l’origine in un mercato dove questa informazione è spesso sepolta in caratteri minuscoli.
La trasformazione è centralizzata presso Cascina Alberona, a Mortara (PV): il riso di ciascuna azienda arriva qui già raccolto ed essiccato, viene lavorato con un ciclo standardizzato e confezionato sottovuoto con tracciabilità completa di varietà, lotto e scadenza. La percentuale di chicchi rotti è inferiore all’1%.
Non un riso, ma sette
La selezione iniziale copre quattro declinazioni di Carnaroli — Classico, Biologico, Tradizionale e Semilavorato —, il Vialone Nano e due varietà storiche: Rosa Marchetti e Lomello. Quest’ultima è recuperata da un’unica azienda custode del seme in purezza, l’Azienda Agricola Santa Maria, che ha condotto un lavoro di ri-selezione durato cinque anni. Ha comportamento simile all’Arborio e al Carnaroli in cottura, ma è coltivata esclusivamente in Lomellina.

Il Vialone Nano, più corto e quasi tondeggiante, è considerato il primo riso da risotto italiano. Il Carnaroli Classico, con il chicco corposo e l’assorbimento lento, è diventato negli ultimi anni il protagonista dei menu gourmet internazionali, in parte grazie alla lungimiranza dell’Ente Nazionale Risi.
Nei prossimi mesi potranno entrare nel marchio anche varietà pigmentate come Ermes, Risrus, Venere e Penelope, risi rossi e neri ricchi di polifenoli e antociani, oltre alle varietà a chicco lungo come Apollo e Iarim, con profilo aromatico vicino al Basmati.
Agricoltura rigenerativa come metodo, non come etichetta
Le cinque linee guida del marchio delineano un disciplinare interno preciso. La produzione è circoscritta alla Lomellina. Il metodo di riferimento è l’agricoltura rigenerativa: lavorazioni ridotte o assenti, cover crops, rotazioni quinquennali, sommersione invernale, mantenimento delle stoppie. L’obiettivo dichiarato è la tutela della fertilità del suolo e della biodiversità.
Le aziende aderiscono anche alla Rete lavoro agricolo di qualità e valorizzano le fattorie didattiche come strumento di sostenibilità sociale. Durante l’anno, sino a marzo 2027, ci sono in programma altri eventi per promuovere questa iniziativa che coinvolgeranno il territorio e si spingeranno anche a Milano.
Il presidente dell’associazione, Luigi Ferraris, ha sintetizzato la logica del progetto: «Non competiamo sulla quantità, ma su qualità certificata e biodiversità varietale. In una realtà ampia e frammentata come quella Lomellina, fare rete è il modo per dare riconoscibilità e visione comune a una pluralità che altrimenti rimarrebbe senza voce».
Un territorio con quasi mille aziende
La Lomellina conta oggi circa 1.500 aziende risicole, l’80% di quelle attive nell’intera provincia di Pavia, che è la prima provincia risicola d’Italia e d’Europa. L’area dedica oltre 63.000 ettari alla risicoltura e, in molti comuni del comprensorio, questa coltura copre fino al 90% della produzione agricola locale. Il marchio è aperto all’adesione di nuove realtà del territorio.
