Ogni settimana gettiamo nel cestino mezzo chilo di cibo a testa. I numeri ci dicono quanto ci costa davvero questo spreco
Iniziamo con un dato che fa male: ogni italiano spreca mediamente 554 grammi di cibo alla settimana. Non è un dato antico: lo dice il Rapporto “Il caso Italia 2026” dell’Osservatorio Waste Watcher International, pubblicato in anticipo sulla tredicesima Giornata nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare, che cade il 5 febbraio.
La buona notizia? Rispetto a un anno fa stiamo migliorando: lo spreco è sceso del 10%, giù di quasi 64 grammi settimanali. La cattiva? Siamo ancora lontani dall’obiettivo dell’Agenda ONU 2030, che ci chiede di arrivare sotto i 370 grammi pro capite. E soprattutto, parlare solo di grammi è riduttivo. Se lo trasformiamo in denaro, lo spreco domestico degli italiani vale 7,3 miliardi di euro all’anno. L’intera filiera alimentare sprecata — dalle aziende agricole ai supermercati alle nostre cucine — supera i 13 miliardi e mezzo.
I boomer spreccano meno, la generazione Z molto di più
Il rapporto introduce un tema che conta davvero nella conversazione sul cibo: il divario generazionale.
I boomer — nati tra il 1946 e il 1964 — sprecano mediamente 352 grammi a settimana. Un risultato che, ironicamente, supera già l’obiettivo che l’ONU ha fissato per il 2030. Non per merito di una consapevolezza speciale, dice il rapporto, ma per un’abitudine pratica sedimentata nel tempo: sanno come conservare il cibo, come riutilizzare gli avanzi, come calcolare le porzioni.
La generazione Z, invece, si trova all’altra estremità: 799 grammi di spreco settimanale. Le ragioni sono più complesse di una semplice mancanza di attenzione. I giovani citano mancanza di tempo, fatica, costi percepiti e una difficoltà organizzativa che nasce anche dall’incertezza alimentare: il 50% dei giovani Z dimenticano il cibo fino alla scadenza, il 38% acquista troppo, il 43% non sa come riutilizzare gli avanzi.

Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio, lo definisce «intelligenza intergenerazionale»: l’esperienza pratica degli più anziani che si incontra con la familiarità dei più giovani con la tecnologia digitale. La sfida, dice, non è contrapporsi tra generazioni, ma metterle in dialogo.
Quanto spreca davvero la ristorazione italiana?
È un tema che ci riguarda da vicino, soprattutto chi mangia fuori casa spesso. Secondo i dati monitorati in sinergia con Confcommercio e Fipe, otto italiani su 10 non lasciano cibo nel piatto al ristorante: o lo mangiano tutto, o lo portano a casa. Il 93% dei ristoranti, di conseguenza, mette a disposizione il contenitore per il cibo avanzato — e sempre più spesso sono proprio i ristoratori a proporlo per primi.
Lino Stoppani, presidente di Fipe, ricorda un punto interessante: il riconoscimento dell’Unesco alla cucina italiana può diventare un acceleratore di consapevolezza. Il cibo italiano, nel suo punto di vista, non è una merce qualunque, ma un condensato di valori culturali e sociali. Ridurre lo spreco, in questa ottica, diventa anche una questione di rispetto verso una tradizione culinaria che ha impiegato secoli a consolidarsi.
Milano Cortina 2026: le Olimpiadi cercano di non sprecare
Con i Giochi Olimpici alle porte — le venue di Milano e Cortina si attivano dal 6 febbraio — anche il tema dello spreco entra nel palco internazionale. Fondazione Milano Cortina 2026 ha firmato un accordo con Fondazione Banco Alimentare per recuperare le eccedenze alimentari durante il periodo olimpico e paralimpico.
Il piano è concreto: Banco Alimentare della Lombardia e Banco Alimentare del Veneto presidiamo tutte le sedi. Ogni cibo non consumato viene redistribuito a enti che assistono persone in difficoltà nelle comunità vicine ai siti dei Giochi. Gloria Zavatta, sustainability & impact director della Fondazione, chiama questa iniziativa un impegno che era già presente nella fase di candidatura e ora diventa realtà operativa.
Non si tratta solo di gestire i rifiuti durante un evento. L’obiettivo dichiarato è rendere le Olimpiadi un modello di economia circolare applicata alla ristorazione massiva.
Diciotto tonnellate di prosciutto
Un esempio concreto di spreco evitato: Rovagnati, l’azienda di salumi della Brianza, nel corso del 2025 ha donato 18.660 chili di eccedenze alimentari — quasi 19 tonnellate — equivalenti a oltre 37.000 pasti per persone in difficoltà.
I numeri ambientali sono interessanti, anche se vanno prese con la consapevolezza che ogni dato sull’impatto ecologico va verificato: secondo la piattaforma Regusto, che ha tracciato le donazioni usando tecnologia blockchain, questa attività ha evitato l’emissione di 122 tonnellate di CO2.
Il punto, però, non è tanto il primato di una singola azienda. È che questa iniziativa si inserisce in un sistema di recupero che in Italia esiste ormai da anni, grazie anche alla Legge 166/2016 — la cosiddetta “legge del buon samaritano” — che compie proprio nel 2026 il suo primo decennio.
L’altra faccia della medaglia
Sarebbe un errore parlare di spreco alimentare senza menzionare chi, nel frattempo, non ha accesso a un cibo adeguato. Il rapporto Waste Watcher segnala un dato preoccupante: l’indice di insicurezza alimentare in Italia è salito a quota 14,36, in aumento di mezzo punto rispetto al 2025. Quasi 6 milioni di persone hanno vissuto condizioni di deprivazione alimentare, e oltre 430.000 sono minori sotto i 16 anni.
Lo spreco e la fame, insomma, coesistono nello stesso paese, nello stesso anno, spesso nelle stesse regioni: il Sud e il Centro sono sia i territori con maggiore spreco domestico sia quelli con più insicurezza alimentare.
Cosa fare concretamente
Il WWF Italia, in occasione della Giornata nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare, ha elencato azioni semplici che non richiedono cambiamenti radicali dello stile di vita: interpretare correttamente le date di scadenza (non tutte significano “buttare via”), pianificare gli acquisti in base alle quantità necessarie, preferire prodotti freschi e di stagione, e sostegno alle filiere locali.
Non è una lista rivoluzionaria. Ma il rapporto ci dice che a cambiare il comportamento medio degli italiani basta poco: un grammo alla volta, come mostrano i dati del miglioramento dell’ultimo anno. Il punto di partita è consapevolezza, ma il punto di arrivo — dimezzare lo spreco entro il 2030 — richiede anche competenze condivise, tecnologie adeguate e, soprattutto, la capacità di parlarne senza trasformarlo in un’altra campagna che finisce nel dimenticatoio.
