Lo studio dell’Università di Lancaster rivela il potenziale nutritivo dei piccoli pesci conservati al sole
Il pesce essiccato al sole rappresenta una risorsa nutrizionale fondamentale per milioni di africani, spesso sottovalutata dalla comunità scientifica internazionale. Una ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences dall’Università di Lancaster ha finalmente quantificato l’importanza di questo alimento tradizionale nella lotta alla malnutrizione.
Lo studio, coordinato dal ricercatore James Robinson, ha analizzato i dati alimentari di sei paesi africani: Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria, Malawi, Tanzania e Uganda. I numeri parlano chiaro: una famiglia su tre consuma settimanalmente pesce essiccato, un alimento che costa poco, si conserva a lungo e fornisce nutrienti essenziali.

Più che un semplice alimento di sussistenza
Il pesce delle acque dell’Africa occidentale contiene acidi grassi omega-3, calcio, ferro e zinco, elementi che potrebbero ridurre significativamente i casi di mortalità materna, crescita stentata e preeclampsia. La ricerca ha esaminato 19 specie diverse, dai pesci d’acqua dolce dei Grandi Laghi a quelli marini dell’Oceano Indiano.
Il processo di essiccazione al sole e affumicatura concentra questi nutrienti in porzioni piccole ma nutrienti. Bastano piccole quantità per coprire oltre il 15% del fabbisogno giornaliero di calcio, iodio, ferro, selenio, zinco, vitamine B12 e D. Un risultato che sfata il mito del pesce essiccato come “cibo dei poveri”.
Un sistema alimentare da proteggere
Milioni di persone soffrono di malnutrizione nonostante alcune delle specie ittiche più nutritive al mondo vengano pescate vicino alle loro case, come evidenzia una ricerca precedente pubblicata su Nature. Il paradosso è evidente: il pesce più ricco di micronutrienti spesso finisce sui mercati internazionali invece che nelle tavole locali.
La produzione di pesce essiccato coinvolge principalmente piccole attività di pesca artigianale e circuiti commerciali informali. Un sistema che garantisce accesso diretto alle comunità costiere e urbane, specialmente alle famiglie con redditi bassi. Tuttavia, questa filiera corta rischia di essere compromessa dalla crescente pressione dei mercati globali.

L’appello degli scienziati
Shakuntala Thilsted, esperta senior di nutrizione e coautrice dello studio, sottolinea come molti paesi puntino sulla biofortificazione delle colture base per aumentare l’assunzione di micronutrienti. «I nostri risultati mostrano che questi nutrienti sono già concentrati nei pesciolini essiccati», spiega la ricercatrice. «Dobbiamo includerli nelle linee guida dietetiche e promuoverne l’uso nell’alimentazione complementare dei bambini».
La richiesta è quella di integrare il pesce essiccato nei programmi alimentari scolastici e di assistenza, oltre che nel trattamento della malnutrizione infantile. Un approccio che valorizzerebbe le tradizioni alimentari locali invece di importare soluzioni dall’estero.
Una risorsa da valorizzare
Specie piccole come aringhe, sardine e acciughe rappresentano la fonte più economica di pesce nutritivo in molti paesi a basso e medio reddito, evidenzia la ricerca dell’Università di Lancaster. Eppure questi pesci continuano a essere considerati di serie B rispetto alle specie pregiate destinate all’esportazione.
Il pesce essiccato dimostra come le tecnologie alimentari tradizionali possano essere efficaci quanto quelle moderne. La conservazione naturale permette di mantenere i nutrienti, prolungare la shelf-life e garantire sicurezza alimentare anche nelle zone più remote.
La ricerca dell’Università di Lancaster non si limita a celebrare questo superfood africano, ma lancia un monito: proteggere le risorse ittiche locali significa garantire sicurezza alimentare e nutrizionale a milioni di persone. Un messaggio che va oltre l’accademia e chiama in causa politiche alimentari più attente alle realtà locali.
