Disfagia, a Prato il cibo diventa parte della terapia

All’ospedale Santo Stefano la tecnologia IoSano trasforma i pasti in strumento clinico per chi ha difficoltà di deglutizione

All’ospedale Santo Stefano di Prato c’è un reparto dove i pazienti mangiano risotto alla milanese, parmigiana di melanzane e tiramisù — anche quando non riescono a deglutire normalmente. Lo rendono possibile la tecnologia IoSano e un progetto multidisciplinare chiamato «il gusto nel percorso di cura», avviato in collaborazione tra la struttura ospedaliera, il gestore dei servizi Ge.sat e l’azienda di ristorazione Markas.

Il presidio pratese è il primo dell’Asl Toscana Centro ad adottare questo approccio, che colloca il sapore del cibo tra i fattori clinici del recupero.

Consistenza modificata, gusto invariato

IoSano è un sistema di preparazione che altera la consistenza degli alimenti senza toccarne il sapore né l’aspetto. Un paziente con disfagia — cioè con difficoltà di deglutizione, spesso conseguenza di interventi chirurgici invasivi alla testa e al collo — riceve un piatto che assomiglia visivamente e gustativamente all’originale, ma con una texture che riduce il rischio di soffocamento durante la deglutizione.

È una distinzione che conta: chi non riesce a mangiare con piacere tende a mangiare meno, con ricadute dirette sullo stato nutrizionale e, a cascata, sui tempi di guarigione.

Ospedale Santo Stefano di Prato presentazione IoSano
Ospedale Santo Stefano di Prato presentazione IoSano

Parte dai tumori testa-collo

La sperimentazione riguarda in prima battuta i pazienti oncologici operati al tratto testa-collo, tra i casi di disfagia più gravi e più bruschi. Antonio Sarno, direttore della Soc Otorinolaringoiatria 1 dell’Asl Toscana Centro, ha seguito il progetto dalla fase proposta e ha presenziato all’installazione dei macchinari nel presidio.

Sono circa 80 i degenti già coinvolti in questa prima fase. Sarno monitora le reazioni alle somministrazioni, raccogliendo dati che serviranno a valutare l’estensione del programma ad altri reparti.

Un rito, non solo calorie

Il progetto muove da una premessa semplice: il pasto in ospedale non è solo apporto calorico. È un atto sociale e identitario, e la sua perdita — specie quando coincide con una diagnosi oncologica grave — può amplificare la sofferenza psicologica del paziente. Restituire il gusto del cibo, anche in forma modificata, punta a ridurre questa frattura.

Roberto Vigo, direttore operativo di Ge.sat, parla di «umanizzazione delle cure». Simone Costantini, Operations Manager di Markas, sottolinea che il risultato nasce «dal lavoro condiviso tra professionisti, strutture e fornitori».

La sperimentazione è in corso e i risultati orienteranno le scelte dell’Asl Toscana Centro sui prossimi passi del programma.

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