Dall’Obesity Day alle linee guida Oms per i ragazzi: le nuove terapie cambiano la cura, la Sardegna prova a renderle accessibili
Più di un immigrato su due, il 51%, dice di essere ingrassato dopo l’arrivo in Italia. Il dato emerge da un questionario online della Fondazione Adi (Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica) ed è il punto di partenza dell’ultimo Obesity Day, la campagna di prevenzione di sovrappeso e obesità che è arrivata arriva alla ventiseiesima edizione. Il tema scelto è «La salute parla tutte le lingue»: servono messaggi comprensibili anche a chi ha alle spalle un’altra cucina e un’altra lingua.
Le risposte raccontano un cambiamento rapido. L’82% degli intervistati ha modificato le proprie abitudini alimentari, il 72% mangia più spesso cibi «italiani» e il 36% porta in tavola solo raramente, o mai, i piatti del proprio Paese. Sovrappeso e obesità riguardano circa un terzo del campione. Si tratta di un sondaggio compilato volontariamente, quindi un’indicazione più che una misura precisa, ma la direzione è chiara. Al termine del questionario è possibile scaricare un decalogo e una piramide alimentare tradotti in più lingue.
Un problema che riguarda tutti
I numeri nazionali spiegano perché la prevenzione resti al centro. Secondo l’Istat, nel 2025 il 46,4% degli adulti italiani era in eccesso di peso e l’11,6% viveva con l’obesità. Vito Amendolara, presidente dell’Osservatorio nazionale dieta mediterranea, ricorda che l’Italia è stato il primo Paese al mondo a riconoscere per legge l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Per lui il primato conta solo se cambia ciò che accade nei giorni senza campagne.
Amendolara chiede l’educazione alimentare come materia scolastica, controlli sulla pubblicità ingannevole e limiti al marketing di cibi poco salutari rivolto ai minorenni. Cita l’esempio della Campania: tra i 3 e i 17 anni il 36,8% dei ragazzi è in sovrappeso o obeso, contro il 26% della media nazionale.

I farmaci, oltre la perdita di peso
Accanto alla prevenzione corre la ricerca sui farmaci. Dopo semaglutide e tirzepatide, le molecole che imitano gli ormoni intestinali chiamati incretine, arrivano nuove versioni. Nel 2026 la Food and Drug Administration statunitense ha dato una prima approvazione alle pillole a base di semaglutide orale e di orforglipron. Le compresse non richiedono la catena del freddo e sono più semplici da assumere ogni giorno, ma di solito funzionano un po’ meno delle iniezioni.
Il passo successivo si chiama retatrutide, un farmaco ancora sperimentale che agisce su tre ormoni del metabolismo. Lo studio Triumph-1, pubblicato sul New England Journal of Medicine, riporta che alle dosi più alte più di un paziente su tre ha perso almeno il 30% del peso iniziale, un risultato finora vicino a quello della chirurgia bariatrica. Le apnee notturne si sono dimezzate, l’infiammazione misurata con la proteina C reattiva è scesa del 60% e tra chi aveva il prediabete nove persone su dieci sono tornate a una glicemia normale. L’approvazione negli Stati Uniti è attesa all’inizio del 2027.
Gli specialisti riuniti in un workshop romano, organizzato con il contributo non condizionato di Lilly, hanno parlato di benefici su cuore, fegato e articolazioni. Più prudente il capitolo sul cervello: gli effetti contro le malattie neurodegenerative sono ipotesi basate su studi preclinici, senza ancora prove sull’uomo.
Le insidie delle terapie
Questi farmaci non sono una scorciatoia. Con tirzepatide, circa il 25% del peso perso è massa magra, cioè muscolo, e preservarlo è una delle sfide aperte. Alla sospensione, inoltre, si recupera in genere circa due terzi dei chili persi nel giro di un anno, con una perdita progressiva dei benefici metabolici e cardiovascolari. Per questo gli esperti li descrivono come terapie di lungo periodo, da affiancare ad attività fisica, dieta e supporto psicologico.
Bambini e ragazzi: le linee guida Oms
La cautela è ancora maggiore con i più giovani. Nel 2024 vivevano con l’obesità 170 milioni di bambini e adolescenti tra i 5 e i 19 anni, l’8% della fascia d’età contro il 2% del 1990. L’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato le prime linee guida dedicate: niente farmaci, chirurgia o dispositivi per la perdita di peso fino a nove anni.
Dai 10 ai 19 anni i farmaci approvati possono essere presi in considerazione solo dopo il fallimento di un programma supervisionato su alimentazione, movimento e comportamenti. La chirurgia bariatrica resta per i casi di obesità grave, a condizioni rigorose. Le linee guida chiedono anche di curare in parallelo ansia, depressione e bassa autostima, perché stigma e bullismo pesano sul benessere emotivo.
In Italia, secondo l’Istituto superiore di sanità, tra i bambini di otto-nove anni uno su dieci ha l’obesità e quasi uno su cinque è in sovrappeso. La Società italiana metabolismo diabete obesità (Simdo) ha tradotto le indicazioni in cinque raccomandazioni: mai prima dei 10 anni e mai come primo passo, niente fai da te né acquisti online, un’équipe con pediatra, specialista, nutrizionista e psicologo, controlli costanti nel tempo e pari opportunità di cura a prescindere dal reddito.
La proposta sarda
Proprio sul tema dell’accesso è nata in Sardegna una proposta di legge presentata da Stefano Schirru, consigliere regionale di Alleanza Sardegna, e sottoscritta da tutti i gruppi di minoranza. «A parità di bisogno, chi può permettersi il farmaco si cura, mentre gli altri rinunciano», spiega Schirru.
Il testo prevede una sperimentazione di tre anni per le persone con obesità, o con sovrappeso e patologie correlate, anche senza diabete. I prezzi sarebbero ridotti con acquisti centralizzati o convenzioni, mentre la gratuità verrebbe riconosciuta ai pazienti fragili in base all’Isee. La dotazione complessiva è di 3,5 milioni di euro: 300.000 nel 2026, 1,5 milioni nel 2027 e 1,8 milioni nel 2028.
La prescrizione passerebbe solo da centri ospedalieri specialistici, con piani terapeutici e controlli, anche per scoraggiare l’acquisto autonomo. In Sardegna sono circa 160.000 le persone con obesità, l’8-9% della popolazione. Secondo Schirru la Lombardia ha già approvato una legge simile e il Piemonte si prepara a farlo; l’isola sarebbe la terza regione. Il presidente nazionale della Simdo, Giancarlo Tonolo, ha giudicato la proposta un passo giusto: l’accesso alle cure, afferma, non può dipendere dalla possibilità di pagarle.
Cosa cambierebbe per la società
Ridurre l’obesità significherebbe prima di tutto meno diabete di tipo 2 e meno malattie cardiovascolari, due complicanze che oggi pesano su pazienti, famiglie e sistema sanitario. Per Schirru intervenire adesso può evitare o ritardare quei problemi e, nel tempo, far scendere i costi di farmaci, visite e ricoveri; la sperimentazione servirebbe proprio a misurare benefici e sostenibilità.
Il vantaggio non sarebbe solo sanitario. Un ragazzo curato in tempo, e senza stigma, ha più possibilità di crescere bene, di studiare e di stare con gli altri. Come ricorda l’Obesity Day, l’obesità va letta come una malattia e non come una questione estetica. I numeri da cui ripartire sono quelli dell’Istat: nel 2025 quasi un adulto su due era in eccesso di peso, e più di uno su dieci, l’11,6%, aveva l’obesità.
