Il mercato italiano si adatta ai nuovi consumi: meno quantità, più qualità ed esperienza. Gli USA frenano, ma l’export trova nuove vie
Il bicchiere che ordini al bar o quello che metti nel carrello della spesa non è più lo stesso di qualche anno fa. Non per forza meglio o peggio, semplicemente diverso. I dati appena diffusi da Federvini con l’ultima edizione dell’Osservatorio Federvini, curato da Nomisma e TradeLab, che analizza l’andamento del mercato nei primi tre trimestri del 2025, fotografano un cambiamento importante nel modo in cui italiani ed europei si rapportano a vino, spirits e aceti: si beve meno spesso, ma con più attenzione.
L’America frena (ma era prevedibile)
Partiamo dalla notizia che ha fatto più rumore: le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono calate. Il vino segna un -4,8%, gli spirits un -5%. Prima di allarmarsi, però, va capito il contesto. A inizio 2025 gli importatori americani hanno fatto incetta di prodotti italiani per anticipare i dazi annunciati dall’amministrazione Trump: gli spirits, per esempio, avevano segnato picchi del +126% nel primo trimestre. Ora il mercato si sta semplicemente normalizzando.
E rispetto ai competitor? L’Italia tiene meglio di altri: il nostro export di vino cala del 2% contro il -6,7% del Cile e il -2,4% della Francia. Insomma, non è un tracollo ma un assestamento.

«I dati dell’Osservatorio ci consegnano una lettura chiara: siamo di fronte a una ridefinizione della geografia dei consumi, sia fisica che comportamentale» commenta Giacomo Ponti, presidente di Federvini. «La flessione negli Stati Uniti era attesa e va letta come parte di una dinamica commerciale più ampia, non nei termini di un arretramento strutturale. La vera notizia è la trasformazione della domanda: assistiamo al passaggio da un consumo di abitudine a un consumo di scelta, dove la variabile determinante non è più la frequenza, ma la qualità dell’esperienza».
Dove cresce l’export
Mentre gli USA digeriscono i dazi, altri mercati si aprono. La Germania aumenta gli acquisti di vino italiano dell’8,8%, il Brasile dell’8,7%. Per gli aceti, boom in Corea del Sud (+33,9%), Cina (+29,9%) e Canada (+20,1%). E proprio la Cina sorprende anche sugli spirits, con un incredibile +94,1%. Il Giappone cresce del 28,9%, il Canada del 9,8%.
Fuori casa: uscite più rare, ma più significative
Al ristorante o al bar la tendenza è chiara: si esce meno (-1,4% di visite), ma si spende di più per singola occasione (+1,3% a valore, complice anche l’inflazione). Gli italiani selezionano, scelgono momenti che contano davvero.
Le consumazioni di vino e cocktail calano (-7% e -5%), ma non è necessariamente una cattiva notizia: si beve meno, ma meglio. Il dopocena tiene (+2,1% di visite nel terzo trimestre), segnale che le occasioni più “esperienziali” resistono. Le bollicine, anche fuori casa, se la cavano meglio della media (-3%), confermandosi il prodotto del momento.

Cosa compriamo al supermercato
Nella grande distribuzione italiana, il vino tiene (+0,9% a valore), ma sono le bollicine a spingere davvero: +6% nei volumi. Lo spumante non è più solo per le feste, è entrato nella routine settimanale.
Sorpresa ancora maggiore: crescono gli spirits (+0,3% a valore, +0,7% a volume). Merito degli aperitivi alcolici (+4,3%) e dei distillati (+1%). Segno che la mixology casalinga si è fatta strada tra i fornelli italiani.
Anche gli aceti crescono del 3%, trainati dal Balsamico di Modena IGP (+2,4%) e dall’aceto di mele (+5,5%), ormai sdoganato oltre le insalate.
Il nuovo consumatore
Il quadro è nitido: il consumatore 2025 non ragiona più per abitudine, ma per scelta. Non riempie il carrello o il tavolo per quantità, cerca prodotti che raccontino qualcosa, che diano un’esperienza, che valgano il prezzo pagato.
Per le aziende italiane significa investire su qualità, identità territoriale, storytelling. I consumatori stanno imparando a bere meno ma meglio, a selezionare con cura e godersi ogni sorso come si deve. In fondo, non è quello che ci hanno sempre detto di fare?
