Più biodiversità nel piatto, più salute nel corpo

Uno studio scientifico indaga il legame tra varietà biologica della dieta e benessere, ma servono ancora risposte

Quando parliamo di dieta sana, pensiamo subito a frutta, verdura, cereali integrali. Ma quanta biodiversità mettiamo realmente nel piatto? Non stiamo parlando di categorie generiche – le verdure, la frutta – ma proprio di specie biologiche: quanti tipi diversi di mele, di pomodori, di legumi consumiamo nell’arco di una settimana?

È una domanda che la scienza nutrizionale ha iniziato a porsi solo di recente, e i primi risultati suggeriscono che potrebbe fare la differenza. Una revisione sistematica pubblicata su Advances in Nutrition (Baan Hofman et al., 2025) ha raccolto dodici studi che esplorano il rapporto tra biodiversità alimentare – cioè la varietà di specie animali e vegetali che consumiamo – e la qualità della dieta, oltre che alcuni parametri di salute.

Cosa dicono i numeri

I ricercatori hanno analizzato otto studi sul legame tra biodiversità alimentare e qualità della dieta, e quattro sulla relazione con esiti di salute. Tutti, nessuno escluso, hanno trovato associazioni positive: chi consuma un maggior numero di specie diverse tende ad avere diete più equilibrate dal punto di vista nutrizionale e, in alcuni casi, un rischio ridotto di mortalità e tumori gastrointestinali.

Salmone con couscous e verdure
Salmone con couscous e verdure

Gli effetti registrati sono piccoli, va detto subito. Per esempio, in uno studio olandese ogni specie aggiuntiva consumata nell’arco di due giorni ha fatto aumentare l’indice di qualità della dieta di appena 1,4 punti su una scala che va da 0 a 140. Non è una rivoluzione, ma è comunque un segnale statisticamente significativo.

Nel grande studio europeo EPIC, che ha seguito oltre 450.000 adulti per vent’anni, un incremento di dieci specie all’anno nella dieta si è associato a una riduzione del 10% del rischio di mortalità complessiva e a riduzioni variabili per singole cause di morte: dal 7% per i tumori al 20% per malattie digestive.

La metrica più usata: il DSR

Per misurare la biodiversità alimentare, la maggior parte degli studi ha utilizzato il Dietary Species Richness (DSR), che conta semplicemente quante specie diverse una persona consuma in un determinato periodo. È il metodo più semplice e diretto, e secondo i ricercatori anche il più robusto nelle analisi statistiche.

Esistono altri indicatori più sofisticati, come il Nutritional Functional Diversity che considera anche quanto le specie siano nutrizionalmente diverse tra loro, o indici che valutano se le specie vengono consumate in proporzioni equilibrate. Ma per ora il DSR resta il parametro di riferimento, anche per la sua facilità di calcolo e interpretazione.

Quantità o varietà?

Una delle domande ancora aperte riguarda il peso della quantità rispetto alla varietà. Mangiare molte specie diverse conta di più se si consumano in grandi quantità o anche piccole porzioni fanno la differenza? I dati non sono univoci.

Alcuni studi suggeriscono che l’effetto protettivo sia legato soprattutto alle specie consumate in quantità maggiori, tipicamente frutta e verdura. Altri indicano che anche le specie mangiate in piccole dosi – spezie, erbe aromatiche, alimenti secondari – potrebbero contribuire. La questione è complicata dal fatto che chi mangia più specie tende anche a consumare più vegetali in generale, rendendo difficile distinguere l’effetto della varietà da quello della quantità.

Diverse varietà di pomodori
Diverse varietà di pomodori

E l’ambiente?

Sorprendentemente, la revisione non ha trovato studi che collegassero la biodiversità alimentare all’impatto ambientale delle diete. È un vuoto importante, perché uno degli argomenti a favore della biodiversità alimentare è proprio la sostenibilità: diete più varie potrebbero ridurre la pressione su poche colture intensive e favorire sistemi agricoli più resilienti.

Uno studio pubblicato dopo la chiusura della revisione ha iniziato ad affrontare il tema, trovando che una maggiore biodiversità di specie vegetali si associa a minori emissioni di gas serra e minor uso di suolo. Ma è solo un primo passo. Serve capire meglio come la varietà nel piatto si traduca in impatti (positivi o negativi) sull’ecosistema.

I limiti della ricerca

I ricercatori sono cauti nelle conclusioni. La maggior parte degli studi analizzati ha un disegno trasversale, che fotografa la situazione in un momento preciso senza poter stabilire relazioni di causa-effetto. Gli studi longitudinali, che seguono le persone nel tempo, sono pochi e comunque osservazionali: mostrano associazioni, non prove definitive.

Le popolazioni studiate sono molto diverse – da donne rurali in Ecuador a grandi coorti europee – e questo rende difficile generalizzare. I metodi per rilevare il consumo alimentare variano, così come i parametri usati per misurare qualità della dieta e salute.

In sostanza, i dati disponibili vanno tutti nella stessa direzione, ma sono ancora troppo pochi e metodologicamente eterogenei per trarre conclusioni definitive.

Cosa manca

Gli autori della revisione identificano alcune priorità per la ricerca futura. Serve capire i meccanismi biologici: perché una dieta più varia dovrebbe proteggere la salute? Le ipotesi includono una migliore copertura dei fabbisogni di micronutrienti, effetti sinergici tra specie diverse, riduzione dell’esposizione a contaminanti specifici, benefici per il microbiota intestinale. Ma sono solo ipotesi.

Bisogna anche chiarire il rapporto tra biodiversità alimentare e diversità alimentare tradizionale, quella misurata in gruppi di alimenti (cereali, legumi, verdure, ecc.). La seconda è già raccomandata da tutte le linee guida nutrizionali. La biodiversità a livello di specie aggiunge qualcosa in più o è solo un modo diverso di guardare allo stesso fenomeno?

E poi c’è il nodo ambiente: una dieta più biodiversa è anche più sostenibile? In quali condizioni? Con quali compromessi?

Implicazioni pratiche

Il messaggio che emerge è relativamente semplice: variare non solo tra categorie di alimenti, ma anche all’interno di esse. Non solo “mangia verdura”, ma “mangia verdure diverse”. Non solo frutta, ma frutti di specie diverse. Non solo cereali, ma cereali di vario tipo.

Il quadro scientifico è ancora in costruzione, ma i segnali suggeriscono che ampliare il ventaglio di specie consumate possa essere un’indicazione sensata, in attesa di conferme più solide. Con il vantaggio aggiuntivo, almeno potenziale, di sostenere sistemi alimentari più diversificati e resilienti.

Resta da vedere se la ricerca futura confermerà queste prime evidenze e, soprattutto, se riuscirà a quantificare meglio quanto conti davvero la biodiversità nel piatto.

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