Dal 2006 al 2025 l’Italia produce meno olio d’oliva, vino, mais e carne rossa, ma più latte, formaggi e kiwi, secondo l’Istat
Tra il 2006 e il 2025 l’agricoltura italiana ha cambiato volto. Lo rileva l’Istat in un’analisi diffusa nei primi giorni di settembre, che confronta vent’anni di dati su coltivazioni e allevamenti. Il bilancio non è uniforme: calano l’olio d’oliva, il mais, le pere e le pesche; salgono il latte, i formaggi, il kiwi e le clementine. Sullo sfondo, un dato ricorrente: per mais, frumento e olio d’oliva, l’Italia produce sempre meno di quanto consuma, e importa di più.
Cereali, cresce la dipendenza dall’estero
Il mais è la coltura che perde di più: -51,2% di superficie coltivata e -42,7% di produzione in vent’anni, nonostante una resa per ettaro salita del 17,4%. Nel 2006 l’Italia importava meno di 20 milioni di quintali di mais; nel 2025 le importazioni hanno raggiunto 70 milioni, contro una produzione nazionale scesa a poco meno di 55 milioni. Le esportazioni, nel 2025, si sono fermate a 442mila quintali.
Anche il grano arretra. Il frumento duro perde il 15,5% di superficie e il 9,3% di produzione; il frumento tenero cala del 21,4% in produzione, più della contrazione delle superfici (-12,3%). Nel 2025 le importazioni complessive di frumento hanno toccato 97 milioni di quintali, a fronte di una produzione italiana di circa 59,5 milioni.

Allevamenti in calo, cresce solo il pollame
Il numero di capi allevati si è ridotto per quasi tutte le specie. Gli ovini segnano -28,1%, i suini -15,6%, i bovini -12,2%, passati da 6,1 a 5,4 milioni di capi. Fanno eccezione i bufalini, cresciuti del 92,6% pur partendo da una base contenuta (231mila capi nel 2006), e i caprini, saliti del 3,4%.
La contrazione si riflette sulle macellazioni: le carni bovine e bufaline calano del 40,9% in peso morto, quelle ovine e caprine del 56,2%. Sale invece il pollame, con un peso morto aumentato del 56,8% e i capi macellati saliti da 407,3 a 623 milioni. Nel 2025 le importazioni di carni rosse coprono il 25,3% della produzione nazionale non esportata, contro il 19,3% del 2006.
Il latte cresce, il burro no
La raccolta di latte sale del 27,2% tra il 2006 e il 2024, da 108 a 138,4 milioni di quintali, nonostante il calo dei capi bovini. Il merito è della produttività per animale, passata da 58 a 86,2 quintali per capo. L’aumento di latte disponibile, però, non si traduce in più derivati: il burro perde il 21,3% e il latte fermentato l’11,6%, mentre crescono i formaggi (+17,7%) e la panna da consumo (+18%).

Frutta e olio d’oliva, il crollo delle rese
Tra le colture fruttifere, le flessioni più marcate riguardano la pera (-60,6% di produzione, -52,8% di superficie), la pesca (-40,7%), la nettarina (-43,5%) e la nocciola (-30,3%). Crescono invece le clementine (+20,3%), il kiwi (+17,8%) e la mela (+13,2%).
L’olio d’oliva perde il 37,6% di produzione in vent’anni, da 603,3 a 378,6 milioni di litri. Nel 2025 solo 81 milioni di litri, il 21,4% del totale, restano sul mercato interno: il resto viene esportato. Il fabbisogno nazionale è coperto da 565 milioni di litri di olio importato, una quantità pari a una volta e mezza la produzione italiana.
Il vino tiene meglio: la produzione scende solo del 3,6% (da 49,6 a 47,8 milioni di ettolitri) e le esportazioni salgono da 18,8 a 21 milioni di ettolitri. Nel 2006 l’Italia esportava 39,9 litri di vino ogni 100 prodotti; nel 2025 la quota sale a 44.
Il quadro complessivo colloca l’Italia all’8,7% della superficie agricola utilizzata dell’Unione europea, al quinto posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia. Restano invece sopra la media Ue il peso della nocciola (75,2% della produzione europea), del riso (52,8%) e del frumento duro (43,2%).
