Export food italiano: 70 miliardi e nuovi mercati

Cresce l’export agroalimentare ma i dazi USA preoccupano. Polonia, Messico e Corea del Sud le nuove frontiere del Made in Italy

Il fascino del Made in Italy è globale. Da Seoul a Città del Messico, da Varsavia a San Paolo, sempre più persone vogliono mangiare quello che c’è sulle tavole degli italiani. Non si accontentano di imitazioni o di surrogati: cercano il vero Parmigiano Reggiano, l’olio extravergine toscano, il vino del Piemonte. Questa fame di autenticità ha trasformato l’agroalimentare italiano in una macchina da 70 miliardi di euro, destinata a superare questa cifra per la prima volta nel 2025. Ma dietro i numeri record si nascondono dazi minacciosi, dollaro debole e la necessità urgente di guardare oltre i mercati di sempre.

Un successo con qualche crepa

I numeri parlano chiaro: l’Italia è il nono esportatore mondiale di prodotti agroalimentari (67,2 miliardi di euro nel 2024) e il secondo Paese al mondo per crescita negli ultimi cinque anni, con un aumento del 55%. Nei primi nove mesi del 2025, l’export è cresciuto del 5,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma c’è un problema: metà di queste esportazioni finisce sempre negli stessi cinque paesi (Germania, USA, Francia, Regno Unito e Spagna). Una concentrazione che rende il settore vulnerabile agli shock geopolitici.

Denis Pantini, responsabile agroalimentare Nomisma
Denis Pantini, responsabile agroalimentare Nomisma

«In un contesto economico sempre più instabile, l’agroalimentare italiano conferma la propria forza e la capacità di espandersi oltre confine, ma la sfida per i prossimi anni sarà diversificare, innovare e cogliere le nuove opportunità offerte dai mercati esteri», spiega Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma, che ha presentato questi dati durante la nona edizione del Forum Agrifood Monitor a Bologna.

Gli Stati Uniti: amore e timore

Gli USA rappresentano un caso emblematico. Tra il 2019 e il 2024, gli acquisti di prodotti italiani sono aumentati del 66%, rendendo l’Italia il terzo fornitore nel mercato americano con una quota vicina al 4%. Per alcuni prodotti come vini, oli e aceti, gli Stati Uniti rappresentano oltre il 25% dell’export totale, con prezzi mediamente superiori del 30% rispetto alla media mondiale.

Ma nel 2025 qualcosa si è inceppato. Il dollaro si è svalutato di oltre il 10%, mentre l’amministrazione Trump ha introdotto un dazio aggiuntivo del 15% su alcuni prodotti. Risultato: un calo dell’1,1% nell’export verso gli USA nei primi nove mesi dell’anno.

Le conseguenze sono concrete. Il settore vitivinicolo, che esporta circa 2,5 miliardi di euro oltre Atlantico, sta cercando di non scaricare l’aumento sui consumatori. Il Consorzio del Parmigiano Reggiano, che destina il 23-24% della sua produzione al mercato americano, ha raddoppiato gli investimenti in comunicazione, arrivando persino a sponsorizzare i New York Jets, squadra di football americano. Il Gruppo Salov, con 300 milioni di dollari di fatturato negli USA, ribadisce l’insostituibilità di un mercato con cui ha un legame storico di 150 anni.

Le nuove frontiere: Polonia, Messico e oltre

Se gli Stati Uniti restano strategici, il futuro passa anche da altri mercati. Alcuni paesi hanno incrementato le importazioni di prodotti italiani a tassi medi annui superiori al 12% nell’ultimo decennio: Messico, Polonia, Romania, Corea del Sud, Australia e Brasile guidano questa classifica.

La Polonia in particolare è stata una sorpresa: +112% tra il 2019 e il 2024, e +17,3% solo nei primi nove mesi del 2025. Anche Romania (+11,1%) e Spagna (+14,5%) mostrano performance notevoli all’interno dell’Unione Europea.

«Per quanto il mercato statunitense sia insostituibile per il nostro export agroalimentare, vi sono paesi che nell’ultimo decennio hanno incrementato le importazioni di nostri prodotti food&beverage a tassi medi annui superiori al 12%», sottolinea Pantini. «I nostri prodotti possono fare leva, oltre che sull’elevata qualità, su asset di sviluppo come la presenza di una nutrita comunità di origine italiana ma anche di ristoranti di cucina italiana».

Gli accordi che aprono le porte

Un ruolo chiave lo giocheranno i nuovi accordi di libero scambio. L’intesa tra Unione Europea e Mercosur (che comprende Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) coinvolge 260 milioni di persone. L’export italiano verso quest’area vale già 440 milioni di euro ed è cresciuto del 68% negli ultimi cinque anni.

Anche l’Indonesia, con i suoi 287 milioni di abitanti, rappresenta un’opportunità concreta: l’export italiano ha raggiunto i 90 milioni di euro, con una crescita del 58% dal 2019.

Il fattore “cucina italiana”

C’è un elemento che spesso passa inosservato ma che fa la differenza: i ristoranti italiani all’estero. Quando un locale di Bangkok o Città del Messico inserisce in menu la carbonara, non si limita a servire un piatto. Diventa un ambasciatore del guanciale, del pecorino, della pasta di qualità. E presto questi prodotti arrivano anche nei supermercati locali.

Non è un caso che il settore guardi con interesse al riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, previsto per il 10 dicembre. Un sigillo che potrebbe dare ulteriore slancio alle esportazioni.

Pasta alla carbonara
Pasta alla carbonara

La tenuta finanziaria

Dal punto di vista economico-finanziario, il settore mostra una sostanziale stabilità. Il tasso di default delle società alimentari è addirittura diminuito di 25 punti base nel 2024 rispetto al 2023, mantenendosi intorno al 3%. Il debito risulta sostenibile, con un rapporto tra debito finanziario lordo e EBITDA mediamente pari a 2,5 volte.

«Pur in un contesto di incertezza, il settore alimentare italiano sta dimostrando una sostanziale stabilità dal punto di vista creditizio», conferma Simone Mirani, Managing Director di CRIF Ratings. «Tuttavia, la capacità di dotarsi e mantenere un’adeguata flessibilità finanziaria risulta un elemento chiave per affrontare con sufficienti margini di manovra il volatile contesto geopolitico e macroeconomico».

Cosa aspettarsi

Il quadro che emerge è quello di un settore in salute ma chiamato a evolversi. La qualità dei prodotti resta il punto di forza (il 97% dell’export italiano è costituito da prodotti trasformati), ma la diversificazione geografica diventa indispensabile.

I consumatori troveranno una maggiore presenza di prodotti italiani sugli scaffali di paesi lontani, ma anche una possibile revisione dei prezzi nei mercati più incerti come quello americano. Per le aziende, significa investire in comunicazione, presidiare nuovi territori e sfruttare gli accordi commerciali internazionali.

La sfida è chiara: mantenere l’eccellenza che ha reso il Made in Italy un marchio riconosciuto in tutto il mondo, ma con uno sguardo rivolto ai mercati del futuro. Perché nessuno può più permettersi di guardare solo a ovest.

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