Accordo sui dazi con gli Usa: stabilità per i mercati, ma il vino italiano, il pecorino e gli alcolici pagano il prezzo più alto
L’accordo raggiunto tra Unione europea e Stati Uniti porta una tassa del 15% su gran parte dei prodotti agroalimentari. Una misura che assicura stabilità ai rapporti commerciali, ma che colpisce duro alcune eccellenze italiane. «Segna un passo avanti, ma penalizza pesantemente comparti come vino e Pecorino Romano», ha commentato Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura. Il mercato americano vale da solo 2 miliardi di euro per il vino italiano e 170 milioni per il pecorino.

Il conto per il vino
Il settore enologico è il più esposto. L’Unione italiana vini, con il presidente Lamberto Frescobaldi, parla di «una stangata» da 317 milioni di euro in un anno, che potrebbero diventare 460 milioni con il dollaro debole. «Sarà un secondo semestre molto difficile – avverte – pur nella speranza che nei tempi supplementari si riesca a correggere il tiro».
Il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti, chiede più sostegno pubblico: «Il tempo delle deroghe è finito, ora serve una strategia per promuovere il vino italiano sui mercati internazionali».
Anche Nomisma lancia l’allarme attraverso il presidente Paolo De Castro: «Il rischio è di perdere fino a 350 milioni di euro di export di vino italiano negli Stati Uniti nel prossimo anno».
Prezzi gonfiati e consumatori penalizzati
Per Filiera Italia, guidata da Luigi Scordamaglia, la priorità è ottenere un’esenzione: «Una bottiglia che in cantina costa 5 euro potrebbe arrivare a scaffale negli Usa a 20 dollari. Sarebbe una penalizzazione eccessiva per il nostro prodotto».
L’impatto non riguarda solo le aziende. Il Codacons calcola una «stangata fino a 4,2 miliardi di euro” per le famiglie italiane, tra rincari e inflazione».

Non solo vino: grappa e distillati
Anche i superalcolici rischiano di pagare il conto. Sebastiano Caffo, presidente del Consorzio nazionale Grappa, chiede regole certe: «Se è davvero il 15%, sia confermato per tre o cinque anni. Le aziende devono sapere come organizzarsi». Secondo Nomisma, il mercato americano vale circa il 13% dell’export dei distillati italiani.
Francia, la stessa delusione
Dall’altra parte delle Alpi i toni non sono diversi. La federazione francese degli esportatori di vini e alcolici parla di “immensa delusione” per il mancato accordo. Il presidente Gabriel Picard spiega: «Sarà un colpo durissimo per la filiera, il 15% si somma all’effetto cambio e riduce la nostra competitività». La Francia esporta negli Stati Uniti oltre 2,4 miliardi di vino e 1,5 miliardi di alcolici l’anno.
Una partita ancora aperta
Nonostante il quadro, produttori e associazioni non chiudono la porta. «Ci sono ancora spiragli per trattare», ha ricordato Picard. E da Bruxelles arriva un messaggio simile: le porte, per vino e alcolici, «non sono chiuse per sempre».
Per ora però la fotografia è chiara: l’accordo stabilizza i mercati, ma il prezzo lo pagano vino, formaggi e distillati, cuore della filiera agroalimentare europea.
