Gli esperti avvertono: questi prodotti stanno cambiando le nostre diete e il nostro corpo, con conseguenze serie
Avete presente quella voglia irresistibile di finire il pacchetto di patatine anche se non avete fame? O quella sensazione di non riuscire a resistere a un altro biscotto, anche dopo pranzo? Non è solo questione di volontà. C’è qualcosa di più profondo in gioco.
Le autorità sanitarie internazionali e gli esperti di nutrizione stanno lanciando un allarme sempre più forte: gli alimenti ultraprocessati stanno diventando sempre più diffusi nella dieta globale, e le conseguenze per la nostra salute sono preoccupanti.
Alla ricerca di una definizione chiara
Non esiste ancora un consenso unanime su cosa sia un “alimento ultraprocessato” – tanto che l’OMS ha avviato una commissione di esperti per stabilire criteri precisi. Ma la definizione più utilizzata è chiara: si tratta di prodotti realizzati con materie prime pre-lavorate, a cui vengono aggiunti additivi per esaltarne il sapore o facilitarne la preparazione o la conservazione.

In pratica, non sono cibo nel senso tradizionale. Sono prodotti costruiti pezzo per pezzo, partendo da zuccheri e grassi estratti dalla loro forma naturale, poi concentrati e confezionati con additivi che migliorano sapore e consistenza. Il tutto avvolto in una confezione accattivante con un logo riconoscibile.
Gli esperti usano la classificazione NOVA per distinguere quattro categorie di alimenti: quelli non processati o minimamente processati (una mela, del pollo), gli ingredienti da cucina (zucchero, burro), i cibi processati (formaggi, verdure in scatola) e infine gli ultraprocessati (piatti pronti, patatine).
Perché ne mangiamo così tanti
La popolarità di questi alimenti non è difficile da spiegare. Nelle economie sviluppate, ritmi di lavoro sempre più frenetici fanno sì che molte persone non abbiano tempo di cucinare. Nei paesi in via di sviluppo, l’urbanizzazione crescente rende attraenti la praticità e il prestigio di questi prodotti. E ovunque, l’industrializzazione li rende spesso più economici degli ingredienti freschi.
I numeri parlano chiaro: oltre la metà delle calorie che gli americani consumano è ora categorizzata come “ultraprocessata”. E la tendenza è in crescita in tutto il mondo. In molti paesi ad alto reddito, gli alimenti ultraprocessati rappresentano circa il 50% dell’assunzione alimentare domestica.
Il problema della dipendenza
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante. Studi suggeriscono che gli alimenti ultraprocessati possono portare a voglie intense, perdita di controllo, astinenza e tolleranza – tutti segni distintivi di un disturbo da uso di sostanze.
Non è un’esagerazione. Questi prodotti sono progettati per essere irresistibili. Sono ingegnerizzati per essere iperappetibili, favorendo il consumo ripetuto e spesso sostituendo cibi tradizionali ricchi di nutrienti.
Usando la Yale Food Addiction Scale, uno strumento per capire la dipenda da cibo, circa il 14% degli adulti e il 12% dei bambini soddisfano i criteri per la dipendenza da cibo – una percentuale molto simile a quella dei disturbi da uso di alcol.
Le conseguenze sulla salute
Gli effetti sulla salute sono documentati. Dopo aver esaminato 104 studi pubblicati tra il 2016 e il 2024, gli esperti hanno trovato che il consumo di alimenti ultraprocessati è associato a un apporto calorico eccessivo, scarsa qualità nutrizionale e maggiore esposizione a sostanze chimiche potenzialmente dannose.
Il risultato? Aumento dei casi di obesità, ipertensione, diabete e malattie cardiovascolari. L’obesità è già un’epidemia e la forma di malnutrizione più comune tra bambini e adolescenti in tutto il mondo.

Chi guadagna da tutto questo
Al centro dell’industria degli ultraprocessati c’è la lavorazione su larga scala di materie prime economiche, come mais, grano, soia e olio di palma, controllata da un piccolo numero di multinazionali. Queste aziende generano profitti enormi che finanziano la loro crescita continua e le attività politiche per contrastare i tentativi di regolamentazione.
C’è un dato interessante: dopo che i prodotti del tabacco sono stati regolamentati più severamente, molte di quelle aziende si sono riconvertite alla produzione alimentare. E gli studi mostrano che le società alimentari possedute da aziende del tabacco erano più propense a vendere cibi iperappetibili rispetto ad altre.
Qualcosa si muove
Alcuni paesi stanno già prendendo provvedimenti. In Spagna, il ministero del consumo ha promosso un decreto per limitare la presenza di alimenti ultraprocessati nelle mense scolastiche. In Messico, dove un bambino su tre è obeso, il governo ha vietato la vendita di “cibo spazzatura” nelle scuole.
Il Cile ha adottato regole particolarmente aggressive: dall’aprile di quest’anno, le aziende devono includere nelle pubblicità avvertenze sugli effetti sulla salute di questi prodotti e, se necessario, sconsigliarne il consumo. Questi sforzi sembrano funzionare: le persone stanno cambiando le loro scelte d’acquisto.
Cosa possiamo fare
Certo, a livello globale molte persone vivono in luoghi senza accesso a cibo fresco e sano. E anche quando disponibili, i prodotti non processati possono essere costosi e richiedere più tempo e spazio per la preparazione.
Ma la consapevolezza è il primo passo. Se sappiamo che c’è un rischio, ci pensiamo due volte. Alcune aziende alimentari stanno già iniziando a “de-processare” i loro prodotti in risposta alla pressione pubblica.
La soluzione più efficace, però, passa da regolamentazioni più forti: tasse sui prodotti non salutari, etichette più chiare, restrizioni al marketing rivolto ai bambini. Come dicono gli esperti: questa responsabilità ricade sia sulle aziende che producono questi alimenti sia sui governi che ne supervisionano la vendita e la distribuzione.
Perché il punto è questo: se un prodotto è progettato per essere irresistibile, le nostre decisioni non sono più davvero nostre. E come società, meritiamo di essere protetti dalle cose che possono farci del male.
