Il processo di revisione alle norme per l’etichettatura del vino rischia di creare ingenti danni ai viticoltori italiani

Quando si legge una etichetta con scritto Lambrusco si pensa subito all’Emilia Romagna; Aglianico, invece, fa viaggiare verso Sud in Campania e Basilicata; il Nebbiolo è nobile, la mente spazia nel Piemonte sabaudo e nelle montagne della Valtellina. L’Italia si potrebbe girare con i nomi dei vitigni, ne abbiamo 500 e più varietà, ognuna caratteristica di una particolare zona. Ma qualcosa potrebbe cambiare, soprattutto se in Europa permetteranno l’uso ai vini stranieri di riportare in etichetta nomi quali Aglianico, Barbera, Brachetto, Cortese, Falanghina, Fiano, Lambrusco, Greco, Nebbiolo, Negroamaro, Picolit, Primitivo, Rossese, Sangiovese, Teroldego, Verdicchio, Vermentino o Vernaccia, tanto per fare qualche esempio.

Vogliono etichette solo con il nome del vitigno, senza indicazioni geografiche

In ballo ci sono qualcosa come tre miliardi di euro, il valore che hanno questi vini made in Italy, identificati da denominazione. Questo scenario è stato dipinto da Coldiretti facendo riferimento all’avvio del processo di revisione delle norme che disciplinano l’etichettatura dei vini previste dal regolamento CE n. 607/2009, da parte delle competenti Istituzioni dell’Unione europea.

Sin dalla fase di preparazione della proposta di modifica di questo regolamento, la Direzione generale Agricoltura e Sviluppo Rurale della Commissione europea ha ipotizzato di liberalizzare l’uso nell’etichettatura di tutti i vini, compresi quelli senza indicazione geografica, di quei nomi di varietà che oggi sono riservati in virtù delle norme comunitarie vigenti. Significa che si vorrebbe consentire l’uso di denominazioni senza un riferimento geografico, ma solo con il nome del vitigno. In questo modo sparirebbero i riferimenti al territorio che significano per l’Italia tradizione e storia. Resterebbe solo il vitigno. Una banalizzazione che renderebbe inutile il lavoro fatto dai viticoltori italiani per promuovere non solo il vino, ma il concetto di territorio.

«Il futuro dell’agricoltura italiana ed Europea – ha dichiarato Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti e vicepresidente degli agricoltori europei del Copa – dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le distintività territoriali che sono state la chiave del successo nel settore del vino dove hanno trovato la massima esaltazione. Difendere la normativa comunitaria è la premessa per essere più forti nei difficili negoziati internazionali che ci attendono a partire dall’accordo di libero scambio con gli Usa».

Secondo Coldiretti, questa modifica fa gola a molti nazioni concorrenti, che vorrebbero equiparare l’uso di vitigni internazionali, come Chardonnay e Merlot, con gli autoctoni cha caratterizzano la biodiversità dei vigneti in Italia. Perché tutto ciò che richiama un prodotto del Bel Paese piace ai consumatori all’estero, come ha evidenziato il fenomeno dell’italian sounding.

Il 2015 è stato per il vino italiano un anno importante. L’Italia è diventata il primo produttore mondiale di vino, sorpassando la Francia, in questo tradizionale testa a testa. Sono aumentate le esportazioni, soprattutto quelle a valore, cioè stiamo facendo conoscere all’estero i vini di qualità. Il comparto vino, in Italia, vale 9,5 miliardi di euro di fatturato e dà lavoro a 1,25 milioni di persone.