Il mercato del vino italiano all’estero è trascinato dagli spumanti, in particolare dal Prosecco, che nel Regno Unito spopola. Meno bene i vini fermi

Le feste appena trascorse, per gli spumanti, sono state uno dei momenti di massimo consumo, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Gli spumanti italiani si sono difesi bene, soprattutto il Prosecco, e hanno fatto registrare ovunque segni positivi nell’esportazioni. Ma non è tutt’oro quel che luccica.

Dopo anni di crescita in doppia cifra i mercati stanno rallentando, soprattuto Usa e Uk

Se il segmento delle bollicine tricolore ha raccolto successi, altrettanto non si può dire dei vini fermi, che al contrario hanno segnato il passo. In alcuni mercati hanno fatto registrare un segno meno davanti. Una situazione che deve far riflettere, perché non si può basare tutta l’esportazione su una sola tipologia, ma la si può sfruttare per trainare anche gli altri vini. Cosa che attualmente non sta avvenendo in modo corretto.

I dati forniti da Wine Monitor di Nomisma per quanto riguarda i mercati Usa e Uk, che insieme valgono il 33 per cento delle importazioni di vino al mondo, mostrano un quadro poco rassicurante, o meglio da bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda di come lo si voglia guardare. Negli ultimi cinque anni (2010/2015) l’importazioni di vino italiano nel mercato statunitense sono aumentate del 61 per cento a valore e del 26 per cento a volume, un buon risultato si potrebbe dire, superiore alla media di mercato (52 per cento a valore), ma ben lontani dagli neozelandesi (119 per cento) e francesi (83 per cento).

«Secondo le nostre stime – ha dichiarato Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma – nel 2016 le importazioni a valore di vino negli Stati Uniti chiuderanno con una crescita inferiore al 2 per cento, mentre nel Regno Unito ipotizziamo un calo di quasi il 10 per cento».

Nei primi 10 mesi del 2016 l’andamento è stato peggiore, con una crescita del 3,9 per cento a valore e 1,9 per cento a volume, più alti del mercato (1,8 per cento a valore e 0,1 per cento a volume), sempre inferiori Neo Zelanda e Francia. Ma il dato allarmante è che questi numeri li ha fatti in pratica il Prosecco da solo, visto che 3 su 4 spumanti italiani stappati all’estero appartengono a queste denominazione, mentre i vini fermi rallentano e fanno segnare un meno 2,6 per cento a valore, mentre gli spumanti crescono del 25,5 per cento.

Meglio abbiamo fatto nel Regno Unito, dove le importazioni, nel quinquennio analizzato sono cresciute a valore del 64 per cento e del 35 per cento a volume, sbaragliando tutta la concorrenza. Solo la Spagna ha fatto meglio con il 37 per cento in volume. Se i vini italiani sono cresciuti così il merito è tutto, un’altra volta, degli spumanti, in particolare il Prosecco, che a volume in questi cinque anni hanno fatto registrare un più 572 per cento.

Anche qui, nei primi 10 mesi del 2016, le importazioni di vini italiani sono state trascinate dalle bollicine, che da sole hanno fatto registrare un più 38 per cento a volume, mentre i vini imbottigliati fermi hanno fatto segnare un meno 8 per cento a volume. In tutto il mondo i vini imbottigliati fermi stanno perdendo, con un meno 12 per cento a valore e un meno 5 per cento a volume, ma non bisogna perdere la spinta che il mondo delle bollicine sta dando al comparto.

«In alcuni tra i principali mercati mondiali – ha spiegato Pantini – gli spumanti italiani mettono a segno crescite nell’export a fronte di cali dei principali concorrenti. Basti pensare al Regno Unito, dove le importazioni dall’Italia aumentano, nel periodo gennaio-ottobre di quest’anno, di oltre il 38 per cento in volume rispetto allo stesso periodo del 2015; al contrario, quelle dalla Francia si riducono del 4 per cento mentre dalla Spagna calano di oltre il 13 per cento».

Gli spumanti, in particolare il Prosecco, sono attualmente il biglietto da visita del vino italiano. È necessario più che mai sfruttare questo successo per far conoscere i nostri vini anche in mercati meno maturi, basti pensare a quello cinese, senza dover omologare gusti e vitigni come hanno fatto altre nazioni produttrici come la Nuova Zelanda.