Un libro scritto dallo psicoanalista Giuseppe Ferrari indaga il curioso parallelismo tra carattere delle persone e dei vini

Ogni vino ha una sua personalità, che nasce da un terreno specifico: la cura del terroir è, dunque, la cosa più importante. Ma lo stesso accade per il nostro carattere. Perché noi siamo il risultato di tutte le interazioni con l’ambiente che ci sta intorno. Esiste un rapporto tra «Vino e psicoanalisi». Il particolare legame è stato indagato nell’omonimo libro scritto da Giuseppe Ferrari, psicologo e psicoanalista post-freudiano (Giuseppe Ferrari e Fabio Sinibaldi: "Vino e psicoanalisi. Appunti e riflessioni di due psicoterapeuti", FerrariSinibaldi Editore). Un volume che va oltre l’indagine scientifica, ricco di spunti e interessanti riflessioni. Come il fatto che il vino aiuti ad avvicinarci agli altri e permetta di superare la conflittualità, un modo per prevenire patologie mentali. Ma i curiosi legami tra carattere della persona e del vino sono spinti oltre: ecco allora il tipo da bollicine, «socievole e curioso», quello da rosso, «concreto e razionale», l’amante dei bianchi, che sprigiona «immediatezza» e quello «emotivo» che cerca nei passiti un modo per migliorare l’umore.

Come nasce questo libro?

«Nasce da una passione per il vino che ho scoperto in tarda età. Mi colpiva questa personalizzazione del vino, il fatto che molte persone gli dessero grande significato, ci fossero così tanti studi al riguardo. Da lì la curiosità di proporre un parallelismo tra psicoanalisi, la mia professione, e il vino.  Circa sei anni fa, poi, con il collega con cui l’ho scritto, avevamo anche deciso di aprire un’enoteca a Milano, che è rimasta attiva fino a due anni fa. Poi il mio socio ha deciso di occuparsi d’altro e io, avendo un’altra attività, non potevo più proseguire».

Che rapporto c’è tra vino e psicoanalisi?

«Ogni vino nasce da un terreno specifico, quello e solo quello: un po’ come noi, dalla prima infanzia siamo il risultato di tutte le interazioni, conscie e inconscie, con l’ambiente che ci circonda e i “caregivers”, a cominciare dalla madre, la cultura e le relazioni secondarie. Il terreno, la cura del terroir, è dunque la cosa più importante. L’attenzione per il bambino, l’infante, produce effetti positivi futuri: se non c’è, determina effetti patologici. Così un vino: se non è ben curato, dà un prodotto di bassa qualità, che non dura a lungo. In psicoanalisi è la prima somiglianza».

Vino e personalità, qual è il legame?

«È un’altra somiglianza che tratto nel libro: il vino, grazie alle interazioni con l’ambiente, assume un carattere ben distinto. E anche le persone lo fanno, costruendolo nei primi anni sei, sette anni di vita. E rimane costante nel tempo: possono mutare i comportamenti, magari si smussano certi aspetti più critici, ma la personalità di base non cambia. Lo stesso accade per il vino».

Facciamo qualche esempio, chi è il tipo da bollicine?

«Questo parallelismo che faccio nel libro non ha ovviamente una base scientifica. La frizzantezza è un attivatore. È la persona socievole ed entusiasta, divertente, vocata alle relazioni anche gruppali, che preferisce trovarsi in contesti relazionali piuttosto che ristretti. È curiosa, sperimentatrice, ha un tono dell’umore elevato, è attiva socialmente. Magari a queste persone può sfuggire l’aspetto introspettivo. La prima cosa che fa chi ama le bollicine è il brindisi».

L’aspetto introspettivo si trova invece nel vino rosso.

«Sì, anche se nel libro racconto le differenze tra le diverse tipologie di rossi. In generale il soggetto da vino rosso è introspettivo ma anche razionale e cognitivo. Una persona che bada più al concreto: di norma dà precedenza alla ragione rispetto all’emozione. Ed è più rivolto verso il proprio interno: alcuni rossi spingono a rinchiudersi un po’ in se stessi, alla meditazione, non solo all’incontro con gli altri».

I passiti sono definiti «da meditazione».

«Nel tipo da passito o da vino liquoroso l’introspezione diventa l’elemento principale. Sono vini più emotivi che razionali. Sono anche molto più zuccherini e aumentano il tono dell’umore, dunque sono ricercati da persone che magari hanno un mood più triste».

E il tipo da bianchi?

«Ci sono categorie ampie. Quelli fruttati e più freschi hanno la caratteristica dell’immediatezza, come le persone che hanno un modo diretto nell’approccio, con pochi aspetti introspettivi e dinamiche nascoste».

Perché bere vino?

«Premesso che ci vuole moderazione, il vino nei secoli ha sempre permesso di unire le persone: il senso profondo è il fatto che il vino permetta di superare la conflittualità o comunque aiuta a non generarla. Le persone hanno dei blocchi, dissidi interiori, che spesso rendono impossibile dialogare, dimenticare certe cose, superare alcune paure. Se certe coppie avessero dei momenti maggiori a cena dove si ritrovano con un bicchiere di vino, il dialogo probabilmente migliorerebbe».

In definitiva cosa fa il vino?

«Il vino accende la convivialità e rende tutto più leggero. La superficialità è uno degli aspetti delle relazioni ed è altrettanto fondamentale come quelli più profondi.  Bere in modo conviviale ci permette di avvicinarsi agli altri. E questo aiuta la salute mentale e a prevenire patologie».