Alessandra Frank è alla guida dell’azienda I Turri, nel Monferrato, e ha una passione per il Timorasso, bianco di nicchia che migliora invecchiando

Il rilancio del vino italiano passa dalla riscoperta della tradizione con un rialzo della sua qualità. È quello in cui crede Alessandra Frank, 46 anni, titolare dell’azienda I Turri, che ha sede a Cremolino, in provincia di Alessandria, in un antico cascinale ed ex monastero del ‘400. Sei ettari coltivati a Dolcetto di Ovada, in una zona collinare incontaminata del Monferrato. E la produzione del Timorasso, vino di nicchia (una trentina i produttori) che nasce da vitigno autoctono, in auge da qualche anno. Uno dei rari bianchi che migliorano invecchiando. Un vino complesso, che sprigiona profumi e sentori «pazzeschi» di fiori e frutti gialli grazie a un’esposizione dei vigneti al sole della cima delle colline del Tortonese. Ma che nella sapidità risente delle brezze marine liguri. Un esempio di quel patrimonio della biodiversità italiana che è poi la nostra ricchezza.

Alessandra Frank, come è nata l’azienda?
«L’azienda nasce con me, io sono il titolare, ma in realtà esisteva già con mio suocero Albert Frank, che l’aveva fondata nel 1999. Lui, genovese, faceva tutt’altro: attività imprenditoriale di import-export dall’Est europeo. Ma aveva una grande passione per i vini e si è messo a fare anche l’imprenditore agricolo. Ha così deciso di trasferirsi a Cremolino, ristrutturando un antico cascinale, ex monastero, risalente al ‘400 che aveva delle vigne (le cantine, con archi a botte, sono originali e sono state destinate ad ambienti diversi). Albert Frank era anche console onorario d’Ungheria e il Dolcetto che produciamo si chiama, in sua memoria, il Rosso del Console. Dal 2012, da quando è mancato, l’ho presa in mano io. Facevo l’avvocato, attività tra Genova, Milano e Londra. E ho cambiato mestiere. Ho scoperto che è una professione più complessa di quanto mi aspettassi, se uno vuole fare le cose per bene. Ed è diventata una passione».

Dove nasce invece la passione per il Timorasso?
«Nasce con me. La volontà era ampliare la produzione con un bianco. Ma il Piemonte è noto per i rossi. Per caso ho assaggiato un Timorasso ed è nata un’altra passione. Compro l’uva, non ho ancora le vigne, sto cercando di acquistarle ma gli ettari sono pochissimi. Da disciplinare la lavoro nel Tortonese, in una cantina che mi viene messa a disposizione, con il mio enologo, Franco Onesto, e il cantiniere, e imbottiglio».

Perché la scelta del Timorasso, un vino ancora poco conosciuto ma di pregio?
«È un vino che nasce da vitigno autoctono. È molto particolare, di nicchia e sta avendo un riscontro eccellente negli ultimi decenni. A cominciare dal Piemonte. Era il vino bianco della tradizione alessandrina, conosciuto sin dal Medioevo e pare che anche Leonardo da Vinci lo bevesse. Poi è quasi scomparso. Il riscopritore, il “guru”, è stato Walter Massa, che ha fatto un lavoro di riabilitazione durato quarant’anni. La peculiarità del Timorasso è la grande capacità di invecchiare. Tende a migliorare nel tempo a differenza degli altri bianchi che vanno consumati entro due, tre anni. Ho assaggiato recentemente un Timorasso di nove anni: fantastico! Le uve si trovano prevalentemente sulla cima dei colli del Tortonese, in provincia di Alessandria. All’estero è ancora poco conosciuto: in Svizzera, Germania, ma ci sono ottime possibilità in Usa, e non solo, dove stanno avendo mercato i vini rari e di nicchia».

Come si può descrivere il vostro Derthona Timorasso?
«Noi lo affiniamo un anno in acciaio, come da disciplinare, in realtà è quasi sempre un anno e otto mesi. È un vino con dei profumi pazzeschi. Ha sentori di frutti e fiori gialli: ananas, frutto della passione, albicocca, ma molti percepiscono anche la banana. In bocca ha una complessità: si sente il miele ma ha un’ottima acidità e una punta di amarognolo. E ha sapidità: se ci si lecca le labbra, si sente il sale. Tortona, del resto, è terra di confine tra Liguria e Piemonte. E risente molto delle correnti marine. Tutti questi aromi vengono poi esaltati dal grande corpo del vino, pur essendo un bianco, che ha una gradazione intorno ai 13 gradi e mezzo. Degustandolo sembra un barricato, ma è la caratteristica del varietale».

Come lo si abbina?
«Non è un vino facile, beverino, “ruffiano”. E per il suo corpo spesso lo si associa alle carni e ai formaggi, oltre che al pesce. È simile a un bianco da invecchiamento francese, per questo i turisti transalpini lo apprezzano molto».

Quanto c’è di paesaggio, di territorio nel Timorasso?
«Le uve crescono solo sulla cima di questi colli del Tortonese: l’esposizione a questo sole meraviglioso avviene tutto il giorno, nel bicchiere si sente questo caldo del sole. Poi c’è la sapidità dovuta anche alle correnti marine che ne esaltano la varietà».

Producete anche il Dolcetto, un vino camaleontico che spunta un po’ ovunque nel territorio piemontese: come si differenzia quello di Ovada?
«Io credo molto nel Dolcetto, nome che rimanda alla collina (dosset in piemontese). Quello di Ovada è un varietale particolare, ha sentori più selvatici, rispetto a quello d’Alba, meno morbido. È più “verace”: ha sentori di frutti rossi e mandorlato in bocca. È un vino eccellente da tutto pasto. Noi lo vinifichiamo circa otto mesi in acciaio: niente legno, è una Doc. Stiamo valutando di trasformare una parte di vigneti in Docg e di fare un Dolcetto Superiore. Ma il Dolcetto Superiore Docg di Ovada si chiama oggi solo “Ovada”: io credo di fare un ottimo Dolcetto e mi spiacerebbe sacrificare il nome. Il Consorzio sta lavorando bene e cominciano a svilupparsi attrattività, fiere, degustazioni. Il Dolcetto di Ovada è tradizionalmente il più apprezzato in Liguria. Negli ultimi anni aveva perso un po’ di appeal, considerato un vino semplice, di pronta beva. Ma da un po’ di tempo c’è grande attenzione e sta avendo riscontri anche nei ristoranti ad Alba, Cuneo».

Come lavorate in vigna e in cantina?
«Credo nel vino buono e nel farlo bene. È un momento positivo per il biologico ma a questo filone non credo molto. Io, tra l’altro, uso un quantitativo di anidride solforosa entro i limiti per i vini bio: un 40 per cento in meno di quello previsto da disciplinare sia per il Timorasso sia per il Dolcetto. Più solfiti metti, meno lavoro hai da fare in cantina, meno controlli, meno analisi: hai più tranquillità perché impediscono la proliferazione batterica che può difettare il vino. Potrei, pertanto, anche certificarlo, ma mi sembra solo una moda».

Dove si trovano i vostri prodotti?
«I nostri prodotti sono distribuiti attraverso diversi canali in Piemonte, Lombardia e Liguria. Vendiamo 12-15mila bottiglie di Dolcetto con due linee, una per l’Horeca e una per la grande distribuzione, in Liguria; il Timorasso ha una produzione di 10mila bottiglie esclusivamente per il canale Horeca».

Puntare sui vitigni autoctoni è la strada giusta?
«Ci credo moltissimo, è la vera ricchezza di questa nazione. Il mio intento è far conoscere il Timorasso, credo di poter competere con le migliori produzioni vendendolo a un prezzo un po’ più concorrenziale. Ho però un po’ di timore nella capacità dei viticoltori italiani di valorizzarsi, di mettersi insieme e promuovere i prodotti. I francesi sanno vendere qualsiasi cosa, magari al doppio di quello che vale, solo perché è francese. Va anche detto che in Francia c’è anche più cultura del vino: ho sorelle che stanno a Parigi e a Marsiglia e lo verifico. Spero che ci sia una crescita culturale anche da noi».

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Rosso del Console Dolcetto di Ovada DOC

Derthona Timorasso Colli Tortonesi DOC