Tenute Rubino, nell’Agro Brindisino, ha puntato sulla riscoperta del Susumaniello, vitigno autoctono che cresce a ridosso del Litorale Adriatico e ha sedotto gli Usa. Versatile ed elegante, ammalia sia nella maturazione in legno sia nella versione in acciaio con le sue note iodate e pepate

Il Mare Adriatico è a duecento metri. Il vento, dallo Scirocco alla Tramontana, una costante sulla costa salentina. Jaddico, a circa otto chilometri a Nord di Brindisi, porto d’imbarco per il Levante, è una delle quattro aree di Tenuta Rubino, azienda fondata nel 1999 da Luigi Rubino con la moglie Romina Leopardi: 275 ettari di vigneti per una produzione di 1,2 milioni di bottiglie. Jaddico è la più rappresentativa, perché è dedicata al Susumaniello, vitigno autoctono tra i simboli della rinascita dei vini regionali, che conquistano i mercati nel mondo unendo tradizione a innovazione.

Al Vinitaly è stato presentato in versione spumante, metodo classico, da 60 mesi sui lieviti

«È un vitigno che appartiene alla tradizione vitivinicola pugliese – racconta Romina Leopardi, 47 anni, che è membro dell’Associazione Donne del Vino – all’Agro di Brindisi, in particolare. La nostra è un’azienda orientata alla valorizzazione di vitigni autoctoni: dai più noti, Primitivo e Negroamaro, a quelli minori. Il Susumaniello, pertanto, è stato messo al centro della nostra attenzione».

La storia di questo vitigno è curiosa. A cominciare dal nome. «Susumaniello è un termine dialettale – spiega – sta per somarello. Fa riferimento alla caratteristica di questo varietale che all’inizio produce moltissimo, tanto da caricare gli asinelli, come si faceva una volta. Man mano però produce meno. A causa di questa peculiarità è sempre stato un vitigno maltrattato e poi abbandonato: in anni in cui il vino pugliese era soprattutto da taglio, per rinforzare altri vitigni c’era necessità di produzioni abbondanti».

«L’origine – fa sapere – è molto antica, probabilmente dalmata, portato in Italia dai Romani e ha trovato nel Brindisino la sua area vocata. Ha un grappolo rosso rubino intenso, dovuto a un patrimonio di antociani importante. Andava così ad apportare colore e struttura ad altri vitigni più deboli. Serviva solo a quella funzione e non è mai stato studiato. La tradizione voleva che in Puglia si coltivasse insieme un vitigno di Negroamaro, Primitivo e Susumaniello».

Si deve a Luigi Rubino il progetto di puntare su questo vitigno autoctono e sugli altri coltivati all’interno della tenuta: Primitivo, Negroamaro, Malvasia Nera e Bianca, i grandi classici della tradizione pugliese. I terreni sono di seconda generazione: il padre possedeva le quattro tenute per le uve ma non trasformava il vino. Poco prima di laurearsi in Economia e Commercio, Luigi ha fondato l’azienda e ha chiamato Riccardo Cotarella per la consulenza enologica alla start up. E da subito le attenzioni sono state poste sul Susumaniello.

«I primi anni sono stati di microsperimentazioni prima della grande annata di lancio del 2001 – rivela – Non si capiva il tempo di raccolta ideale, per esempio. Con il tempo si è compreso che poteva dar vita a vini di grandissima struttura. Come Torre Testa, il primo Susumaniello in purezza. Una novità assoluta, che ha avuto immediatamente un grande riconoscimento con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Oggi è uno dei nostri cru. Grande corposità, affinamento in barrique dai 12 ai 14 mesi, con una parte delle uve appassite. I sentori sono di frutto maturo, essenze balsamiche, cioccolato. La tecnica del nostro enologo non fa sentire troppo il legno per non perdere gli aromi. È un vino impegnativo: il tannino è accentuato e il riposo in bottiglia è consigliato. E longevo: abbiamo assaggiato il 2001 a distanza di anni e subisce un’evoluzione positiva».

Ma la grande scoperta è stata la versatilità di questo vitigno, con una declinazione superba anche in acciaio con l’Oltremé (ancora Tre Bicchieri Gambero Rosso il 2016).

«È una sorpresa continua. Dal primo, con grande struttura, siamo passati a sperimentare un Susumaniello più semplice e di pronta beva che andasse incontro alle richieste di molti consumatori: da lì nasce l’Oltremé. Niente legno, una raccolta delle uve in periodo diverso (la raccolta per il Susumaniello è sempre tradiva, verso la fine di settembre e inizio ottobre). Ottima acidità e freschezza e una certa rusticità. Al naso e in bocca è un’esplosione di sentori: balsamici, note pepate e iodate. Abbiamo scoperto che il terroir ideale è in prossimità del mare. Quindi gli abbiamo dedicato una delle nostre quattro tenute, Jaddico, a duecento metri dall’Adriatico e a cinque minuti da Brindisi. Terreni sabbiosi, la Tramontana che mitiga lo Scirocco: le condizioni ideale per quel vitigno».

Tenute Rubino ha oggi ben cinque interpretazioni del Susumaniello in purezza, un unicum in Italia. «Facciamo anche un rosé: la Puglia è terra dei rosati. Ha un colore leggermente più scarico rispetto a quello di Negroamaro. Ma più incisivo rispetto a un rosato provenzale. È fresco, ha una grande dote di acidità ottima per sgrassare. Ed è versatile, si beve a tutto pasto. Ha poi molta sapidità, che è il comune denominatore del Susumaniello. Facciamo poi un metodo classico – aggiunge – abbiamo provato il 12 mesi, ma abbiamo visto che con il 24 mesi si esprime meglio e ora abbiamo in gamma anche il 36 mesi pas dosé. Al Vinitaly – comunica – abbiamo presentato il 60 mesi. In questo momento la Puglia si sta cimentando sui metodi classici fatti in modo serio. È un percorso in costruzione».

La gamma è completata da vini della tradizione, Primitivo, Negroamaro e una piccola produzione di vitigni minori, Minutolo, Bianco d’Alessano, Ottavianello. «Il Susumaniello è un portabandiera: 13 ettari, ma svolge una funzione civetta, incuriosisce e apre le porte per le altre etichette. Negli Usa è molto conosciuto. Lì cercavano qualcosa di diverso alle grandi etichette e il Susumaniello ha trovato estimatori. Abbiamo comunicato bene la sua storia: in America amano il racconto. Poi va anche tantissimo in Germania».

L’azienda ha scelto la lotta integrata per andare incontro alle crescenti esigenze di sostenibilità. L’enologo è Luca Petrelli, «autoctono». Da sempre è con l’azienda e ha affiancato Riccardo Cotarella nei suoi primi anni di consulenza. «Non ci sono termini di paragone: nel Primitivo si può trovare qualche similitudine con altri varietali, con il Susumaniello no, è unico. A fronte di un’appartenenza alla tradizione così forte e al richiamo della Puglia di un tempo, è un vino elegante, complesso. È una contraddizione. Merito anche del lavoro svolto per valorizzarlo».