Labrenta, azienda vicentina, lancia Sughera un microagglomerato di sughero che garantisce maggiore sicurezza alimentare e migliori performance sensoriali

A occhio si vede se un tappo da vino in sughero è monopezzo o è un agglomerato, fatto cioè da tanti piccoli granuli di sughero. Cambia qualcosa? Sì. Perché il primo, che è un pezzo di corteccia di un albero, è destinato ai vini di qualità top; il secondo, riservato al largo mercato, è tenuto insieme da colle che rischiano di finire nella bevanda. Oltre a rilasciare cattivi sentori che disturbano la percezione dei profumi. Le sostanze che migrano negli alimenti sono da un certo tempo sotto l’osservazione delle autorità di sicurezza, a cominciare dalla Fda americana che ha sollevato il problema dei collanti poliuretanici. Una criticità rilevata anche dal mercato del vino, con alcuni laboratori che avrebbero confermato la trasmigrazione. Un’azienda vicentina, Labrenta, all’avanguardia nel mondo nella ricerca di chiusure per il vino, ha avuto un’idea innovativa: produrre un tappo fatto di polvere di sughero, tenuto insieme non da colle. Dunque più sicuro dal punto di vista alimentare, oltre che con migliori performance organolettiche. Sughera, questo il nome dell’innovativo prodotto, accattivante anche nel design, potrebbe rivoluzionare il mercato dei microagglomerati. Il business dei tappi in sughero vale dieci miliardi all’anno, come ci racconta il ceo di Labrenta, Gianni Tagliapetra.

Dottor Tagliapietra, i tappi in sughero sono tutti uguali?
«Il mondo dei tappi in sughero si divide in due categorie. Il primo è quello naturale monopezzo, di migliore qualità, ma che implica una capacità di spesa importante. Dai venti, trenta centesimi in su. L’altro è fatto con scarti di lavorazione, macinati, setacciati e agglomerati con collanti poliuretanici, di origine petrolchimica. Una resina sintetica che rientra nella famiglia delle colle. E costa un sesto di quello in sughero naturale».

Il vino che sa di tappo è colpa del tappo?
«Il composto più famoso cui viene attribuito l’odore da tappo è il Tca (tricoloroanisolo). Una molecola derivante da una muffa che vive nel sughero. Può succedere che il difetto si possa formare anche nel vino, in cantina, dove viene utilizzato cloro, ma è raro. In quel caso tutte le bottiglie di vino avrebbero lo stesso sgradito sapore. Un tappo naturale in sughero, invece, monopezzo, può dare un uno, due per cento di deviazione organolettica».

Qual è il difetto dei tappi con collanti?
«A livello di sanificazione, per eliminare il problema del sapore di tappo, sono equivalenti al nostro: si sterilizza la granina. La differenza è che questi vengono agglomerati con colle, con il rischio di entrare in contatto con gli alimenti. Anche se poi i test dicono che la migrazione rientra nelle norme di sicurezza, non è una cosa salubre. Il nostro tappo, invece, non utilizza collanti. Si basa su una tecnica brevettata che assembla nel sughero dei polimeri farmaceutici, con una purezza ai più alti standard. Per la plastica a contatto con alimenti abbiamo un’ampia bibliografia al riguardo. Sulla colla, invece non è così, essendo l’unico imballaggio che lo utilizza. Ne sappiamo poco».

Con il tappo Sughera migliora anche il gusto?
«Organoletticamente è più neutro. E il nostro prodotto lo diamo come garantito che non sa di tappo, anche se su questo secondo punto non siamo gli unici. La novità non è nella sterilità del prodotto: riguarda la sicurezza alimentare».

Com’è la produzione nel mondo di tappi in sughero nel mondo?
«Nel mondo si tappano venti miliardi di bottiglie di vino ogni anno e il 50 per cento sono in sughero. Nel 95 per cento dei casi il prodotto viene dal Mediterraneo. Come volumi, primeggiano Portogallo, Spagna e Sardegna».

Perché si usa il sughero per il vino?
«Perché è un prodotto naturale e questa caratteristica ha una valenza importante nel mondo vinicolo: ha un suo elemento di poesia. E ha caratteristiche di elasticità nel tempo che lo rendono più performanti rispetto alle plastiche: per esempio, subisce meno gli sbalzi di temperatura».

Sughera può aprire mercati esteri?
«Stiamo già presentando l’innovazione sui mercati esteri, dove riscuote grande interesse. Soprattutto negli Usa, che sono stati i primi a rilevare le possibili criticità dei tappi fatti con le colle e quindi ad aprirsi a prodotti meno impattanti».

Si va sempre più verso il prodotto naturale anche nel vino?
«Oggi più di ieri. C’è più sensibilità. E ci sono alternative che possono far tornare a valorizzare il sughero. C’è poi un discorso importante di CO2: gli alberi non vengono abbattuti, ma decorticati».

Qual è il vostro fatturato annuo?
«Per il 2016 sono 6,6 milioni di euro: l’export incide per il 50 per cento circa. Lavoriamo in una trentina di mercati, i primi sono Usa e Spagna».