La Campagna Stop Ttip Italia coordina organizzazioni e reti che si oppongono all’accordo di libero scambio tra Ue e Usa. Ecco le ragioni del no

Il nome è criptico, Ttip (Trattato di partenariato transatlantico su commercio e investimenti). Ma le conseguenze per il nostro Paese, in virtù del prossimo accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, si preannunciano pericolose. Almeno, questo è il giudizio del fronte del no che conduce una campagna di stop ai negoziati che stanno procedendo in gran segreto. Ne abbiamo parlato con uno dei coordinatori della Campagna Stop Ttip Italia, Marco Bersani, 58 anni.

Quante associazioni aderiscono a Stop Ttip Italia?
«Tra associazioni nazionali e territoriali sono diverse centinaia. L’elenco è liberamente consultabile sul nostro sito. Il negoziato è cominciato in gran segreto nel luglio 2013, noi l’abbiamo saputo a dicembre 2013 e in gennaio abbiamo fatto le prime riunioni e da lì è partita la campagna: in Italia, Europa e Usa, con dei collegamenti frequenti. Io, come coordinatore nazionale di Attac Italia, sono uno dei promotori. Attac Italia è una rete internazionale ramificata in 40 Paesi. Monitoriamo, soprattutto, i trattati del libero commercio. Ci siamo messi insieme con altre associazioni come Fairwatch e altre, ed è partito tutto».

Come si svolge l’azione contro il Ttip?
«Innanzitutto come azione informativa. In due anni la campagna si è estesa molto. Abbiamo coinvolto gli enti locali chiedendogli di dichiararsi contro il Ttip: oggi sono più di 50, tra cui i Comuni di Milano e Napoli. Contiamo di ampliare il numero e coinvolgere anche le Regioni. Abbiamo poi attuato una raccolta di firme a livello europeo, conclusa a ottobre dello scorso anno con la consegna di tre milioni di firme alla Commissione Ue».

Perché vi opponete al trattato?
«A livello generale il trattato è un attacco alla democrazia, perché si prefigge l’abbattimento delle barriere non tariffarie al libero scambio tra Ue e Usa. Sono, in sostanza, le normative che impediscono la piena libertà di investimento, quelle tariffarie, infatti, sono già state abbassate moltissimo. Una delle cose di cui si sta discutendo nell’accordo è la fine dei contratti nazionali di lavoro, considerati una barriera: questo sarebbe un attacco ai diritti delle persone! Nel campo dei servizi l’idea è la piena liberalizzazione di quelli pubblici, che in sostanza significherebbe la loro privatizzazione. Venendo all’impatto sul mondo agricolo, va ricordato che tutte le norme sanitarie sulla sicurezza alimentare in Europa si basano sul principio “Farm to fork”, cioè sulla tracciabilità dalla fattoria alla forchetta. I cibi, cioè, sono controllati dalla produzione al consumo. Negli Usa, invece, le regole sanitarie riguardano solo il prodotto finale. La tracciabilità risulterebbe, pertanto, una barriera alla libertà di investimento. Il Ttip afferma che la libertà di investimento deve essere prioritaria a qualunque normativa che regola salute, sicurezza alimentare eccetera: il negoziato non ha limiti su cosa si possa trattare. Utilizzo di Ogm, antibiotici per far crescere la bestia, carne agli ormoni, pollo al cloro: il rischio è che si arrivi a questo».

Il sottosegretario al ministero dell'Economia, Paola De Micheli, in un’intervista a De-gustare ha detto che «un trattato commerciale non può modificare i regolamenti Ue che restano in vigore anche in tema di sicurezza alimentare». E che «l’Europa, a fronte di un importante accordo economico con gli Stati Uniti, continuerà a difendere la qualità tutelando le nostre tipicità».
«Non è vero quello che dice il sottosegretario De Micheli. Basta vedere il trattato gemello tra Europa e Canada. Deve essere ancora votato dal Parlamento Ue e ratificato, ma la firma tra Commissione Ue e ministero del commercio canadese è già stata posta. In quel trattato c’è scritto chiaramente che l’accordo supera qualsiasi funzione regolatoria di autorità esistente. Dico di più. Sull’italian sounding negli Usa vale il valore del marchio e non la posizione geografica. Dunque gli Usa vogliono che anche per l’Europa sia così. Questo vuol dire che se io registro il formaggio Asiago in California, questo mi permette di produrlo dovunque. Il viceministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che si è occupato del Ttip e attuale ambasciatore in Europa del governo Renzi, ha dichiarato che è stato un grande risultato del trattato con il Canada aver ottenuto il riconoscimento tra 27 e 42 prodotti tipici: ma i prodotti Dop e Igp a livello Ue sono 1268! Dunque il Ttip rischia di ridurre garanzie su sicurezza alimentare, ambientale, servizi pubblici e normative del lavoro. Aggiungo che il Ttip prevede poi il principio della risoluzione delle controverse. Le imprese possono appellarsi contro Stati o autorità locali per violazione alla libertà di impresa non a tribunali ordinari, ma ad arbitrati internazionali, una sorta di tribunali di affari. Se il Comune di Roma decide, per esempio, che le mense scolastiche devono rifornirsi con prodotti biologici a chilometro zero, a Ttip vigente qualsiasi impresa potrebbe chiamare in causa il Comune perché lede la libertà di investimento».

Eppure il presidente dell’Ice Riccardo Monti cita una stima dell’Ice e di Prometeia dell’impatto macroeconomico del Ttip che prevede, nello scenario maggiormente favorevole, un incremento dello 0,5 per cento del Pil, un aumento delle esportazioni italiane di 5,6 miliardi e una crescita dell'occupazione di 30mila posti di lavoro.
«Lo scenario più favorevole è, in realtà, quello di uno studio del Cepr (Centre for Economic Policy Research) affidato dalla Commissione Ue. Dice che il Pil aumenterebbe dello 0,48 per cento in Europa a partire dal 2027 ovvero a dieci anni dalla presunta approvazione del Ttip nel 2017. I dati italiani, poi, non sono quelli. Per il settore alimentare, si prevede che le esportazioni verso gli Usa aumenteranno del 60 per cento, a fronte però di un aumento delle importazioni del 120 per cento. Questo significa che saremo invasi da prodotti americani a basso costo e di pessima qualità. Va poi ricordato che il nostro mondo agricolo non è paragonabile a quello degli Usa: i piccoli agricoltori americani hanno migliaia di ettari. Il risultato sarà la chiusura di moltissime aziende italiane. Un altro studio europeo prevede che per un milione di posti di lavoro persi in Europa ne verranno guadagnati 1,2 milioni. Sembra positivo, ma quelli persi saranno nella piccola agricoltura e Pmi: quelli guadagnati, sulla carta, saranno nella ricerca, innovazione, informatica. Dunque non ci sarà passaggio automatico. Il piccolo coltivatore di Caltanissetta non è che il giorno dopo diventa un ricercatore di Bruxelles! Ci sarà pertanto perdita di lavoro in alcuni settori e forse un guadagno in altri. Questo significa che dovremmo mettere in campo ammortizzatori sociali con dei costi. E di questo non si tiene conto nei saldi. Il trattato è, pertanto, basato su fondamenti scientifici ed economici vicino alo zero. Siamo in una crisi economica e si risponde con più liberalizzazione. Il risultato sarà la perdita di interi settori produttivi e dei diritti acquisiti».

A che punto sono i negoziati?
«I negoziati al momento sono incagliati. Questi accordi vanno avanti se si fanno in tempi brevissimi e nell’assoluto silenzio. Oggi invece il Ttip è ormai sotto i riflettori ed emergono anche contrasti interni. La famosa vicenda della Volkswagen con i dati truccati è stata chiaramente tirata fuori dagli Usa per i contrasti interni al Ttip. A furia di sentirsi raccontare la storia delle regole europee, gli Usa gli avranno detto: ecco cosa fate delle regole! Oggi vediamo un pericolo nella campagna presidenziale americana: che cioè Europa e Usa abbiamo necessità di arrivare da qui a giugno a un accordo quadro generico da propagandare per smontare l’opposizione crescente. Per poi procedere all’oscuro con commissioni tecniche. Stiamo pertanto intensificando la campagna a livello europeo per impedire questo passaggio».

Quali altre azioni avete in programma?
«In primavera stiamo valutando, con la rete europea, di fare una grande manifestazione in Italia dopo quella che c’è stata a Berlino in ottobre. Vogliamo poi avere nell’arco di qualche mese qualche centinaio di enti locali e un buon numero di Regioni che si siano pronunciati contro il Ttip».