L’Italia sceglie la via del dialogo e rigetta la proposta punitiva francese. Meno burocrazia e agevolazioni fiscali alla base della nuova normativa. La grande distribuzione d’accordo: oggi è difficile donare certi alimenti, come il pane fresco. Niente cenno per ora alla doggy bag, ma la Rete la chiede con una petizione

Supermercati obbligati a stipulare accordi con le associazioni caritatevoli e a donarle cibo in scadenza da distribuire agli indigenti; ristoranti e bistrot incentivati a distribuire la doggy bag. È questa la via francese al contrasto dello spreco alimentare. Nel dicembre 2015 l'Assemblea nazionale francese ha votato una proposta di legge sulla lotta contro lo spreco alimentare, che adesso è legge. Prevede sostanzialmente che i commerci al dettaglio, con superficie superiore ai 400 metri quadri, si accordino con le organizzazioni di volontariato per la donazione dei prodotti in eccedenza a titolo gratuito, pena una sanzione che parte da 450 euro e può arrivare a 3750 euro se ci sono esplicite evidenze che un rivenditore non operi a favore dei recuperi per prodotti invenduti. La nuova proposta arriva dopo quella di maggio, che era molto più dura e ipotizzava anche una sanzione penale, ma dichiarata incostituzionale. In un’altra legge francese, relativa allo smistamento dei biorifiuti, si invitano, inoltre, i ristoranti con almeno 180 pasti al giorno a predisporre la doggy bag per i clienti.

Dopo la Francia anche l'Italia si appresta ad avere una legge contro lo spreco alimentare

La Francia, dunque, fa sul serio. E l’Italia? Stando ai dati di Coldiretti ogni italiano butta nella spazzatura circa 76 chilogrammi di cibo ogni anno. Ciò a fronte di 4 milioni di poveri stimati dall’Istat. La Carta di Milano approvata all’Expo ha posto il tema come un obiettivo («consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno, assicurandoci che il cibo sia consumato prima che deperisca, donato qualora in eccesso e conservato in modo tale che non si deteriori»). Il nostro Paese, sulla spinta dei «cugini» d’Oltralpe, non è rimasta, pertanto, al palo. A fine dicembre la Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati ha infatti adottato all’unanimità un testo base per la limitazione degli sprechi, in particolare alimentari (la discussione è calendarizzata in Aula per i primi di marzo). Relatrice e prima firmataria della proposta di legge è Maria Chiara Gadda. Con il collega Massimo Fiorio e più di cento deputati del suo partito lo scorso aprile ha depositato il primo testo, cui sono seguite altre proposte di legge da parte di altri gruppi politici.

«La proposta – ha spiegato la giovane deputata del Pd Maria Chiara Gadda – è frutto del confronto con le associazioni di volontariato e categoria, la grande distribuzione, il mondo agricolo. È la vera eredità politica di Expo: ciascuno, secondo le proprie competenze, ha una responsabilità. A differenza della proposta di legge francese, non sono previste sanzioni, sarebbe un errore. Abbiamo già aperto un discorso virtuoso che segue la via della premialità. L’Italia non è fanalino di coda nel recupero delle eccedenze: dal 2003 abbiamo la legge 155, chiamata del “Buon Samaritano”, che ha consentito la donazione delle eccedenze alimentari a fini di solidarietà sociale e senza scopo di lucro. E ogni anno nel nostro Paese si recuperano circa 500mila tonnellate di alimenti. La nuova normativa vuole fare un passo in avanti, cioè semplificare le donazioni e togliere burocrazia e ampliare la categoria dei soggetti che possono beneficare delle donazioni. Chi non dona oggi – ha precisato – magari il panetterie o il salumiere, è spesso perché la burocrazia è onerosa. La legge, che al momento è fatta di 14 articoli, vuole poi fare chiarezza sulle interpretazioni normative sul territorio nazionale. Per esempio distingue tra data di scadenza e termine minimo di conservazione. Le Asl oggi non consentono a tutti di fare le stesse cose. In certe zone d’Italia pare quasi impossibile donare il pane a causa delle sue stringenti interpretazioni. E la legge cerca fa riferimento specifico al pane per incentivare la donazione. Alcuni cibi sono semplici da recuperare, paste, biscotti, scatolame, ma la vera sfida è recuperare il fresco, i prodotti da gastronomia e cotti, frutta e verdura, il pane. Il problema è la lotta contro il tempo: ci sono prodotti che hanno vita brevissima. Confido, poi, che con la discussione in Parlamento ci siano anche degli incentivi per le associazioni».

Sulla doggy bag circola in Rete una petizione volta a introdurla per legge anche nel nostro Paese come sta facendo la Francia. «La doggy bag con l’Expo e la provocazione della legge francese – ha proseguito Maria Chiara Gadda – è un tema che sta entrando nelle orecchie delle persone. La legge potrà anche farne menzione: la proposta prevede, per esempio, un fondo in capo al ministero dell’Agricoltura per incentivare progetti innovativi, potrebbe magari rientrare. Ma non può obbligare il ristorante ad averla: questo riguarda più che altro accordi tra associazioni di categoria, enti locali. Una ricerca del Politecnico di Milano afferma che il 57 per cento dello spreco avviene lungo la filiera, dal settore agricolo alla distribuzione, mentre il 43 per cento riguarda il consumatore. La legge si concentra dunque su quel sul 57 per cento dello spreco perché è identificabile. Sulla seconda parte diventa rilevante la questione dell’educazione. Un consumatore consapevole è meno portato a sprecare».

In prima fila in questa opera di recupero c’è il Banco Alimentare. Da 26 anni la Rete opera ogni giorno attraverso 21 organizzazioni dislocate su tutto il territorio nazionale e distribuisce circa 85mila tonnellate di alimenti l’anno a circa 8mila strutture caritatevoli, Caritas, parrocchie, comunità, associazioni. E aiuta così 1,5 milioni d’indigenti. «Una legge contro lo spreco e a favore del recupero serve – ha dichiarato Andrea Giussani, presidente della Fondazione – perché rassicura tutti gli attori della filiera: se va bene hanno dei vantaggi, e non delle problematiche ulteriori che creano complessità, costi e rischi. Oggi sul versante fiscale ci sono pochissime e limitate agevolazioni: chi dona alimenti gode del recupero dell’Iva ma è la stessa agevolazione per chi li butta nella discarica. È poi essenziale un’omogeneità di interpretazioni delle norme applicative degli alimenti sul trasporto, conservazione. C’è un accumulo di leggi – ha fatto notare – ma non c’è un quadro sistematico della materia. La legge Gadda, che sta per essere discussa, ha invece questo pregio. Oggi, per esempio, recuperare il fresco è complicato, perché dobbiamo avere noi dei camioncini refrigerati o delle celle frigorifere: idem per i surgelati. La difficoltà è convincere i produttori che noi sappiamo trattare questi alimenti e abbiamo le strutture, il secondo aspetto è il costo. Al Nord abbiamo grandi celle frigorifere che ci costano un sacco di soldi e sono spesso piene. Per il pane c’è il problema che dobbiamo andare a recuperarlo dal panettiere alle nove di sera e non sappiamo quant’è (noi siamo tutti volontari). C’è poi il problema della conservazione. Più agevole quando si va nella grande distribuzione. Speriamo che la nuova legge dia anche degli incentivi alle associazioni. In merito, invece alla doggy bag – ha aggiunto – è una buona cosa, ma non risolve il problema sociale dello spreco, visto che il cliente se la porta a casa e non la dà a un povero».

Cosa ne pensa la grande distribuzione, l’altro grande attore coinvolto? Coop nel 2014 ha donato 4271 tonnellate di merci a 911 organizzazioni no profit, che corrispondono a un'offerta di circa 5.400.000 pasti a persone in difficoltà. Il valore della merce donata è pari a oltre 21 milioni di euro. Ma alcune problematiche tornano puntuali. «Come Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori – ha sottolineato Mauro Bruzzone, responsabile politiche sociali Coop – crediamo che sia necessario un atto legislativo sul tema del non spreco, ma non in maniera punitiva come nel caso della legge francese. Noi vantiamo un lungo lavoro su questo versante che ha prodotto già importanti risultati. E vogliamo continuare ad agire in questa direzione. Ci sono però casi in cui siamo frenati nella nostra azione, come per esempio nel caso specifico della donazione di pane fresco invenduto o di altri prodotti di forneria e di gastronomia. A oggi la donazione deve avvenire nell’arco di pochissimo tempo, entro la stessa giornata di produzione, ma è difficile per non dire impossibile trovare associazioni impegnate nel contrasto alla povertà in grado di garantire la sera, alla chiusura, un’immediata presa in carico di questi prodotti. A nostro avviso – ha suggerito – per migliorare la situazione sarebbe necessario allargare la gamma delle organizzazioni cui poter donare, non solo alle Onlus, come previsto dall'attuale normativa. E semplificare la relativa, complessa e farraginosa procedura fiscale, senza peraltro nulla perdere in termini di correttezza amministrativa e trasparenza, anzi migliorandole. Siamo favorevoli anche all’introduzione di incentivi per chi dona, cosa che avrebbe sicuramente un effetto di amplificazione a vantaggio di soggetti – com’è il nostro caso – che sono sempre stati in prima linea nella lotta contro lo spreco sia con azioni concrete che con attività di sensibilizzazione e informazione presso i nostri soci, i consumatori, la scuola. La proposta di legge in discussione alla Camera dei Deputati va in questa direzione. Ci auguriamo che possa diventare legge quanto prima».

In Italia operano anche realtà della grande distribuzione francesi, come Carrefour, toccate in modo diretto dalla legge antispreco francese che possono fare un confronto tra i due Paesi. «Lo spreco alimentare – ha spiegato Carrefour – è un tema centrale nelle politiche di responsabilità sociale di Carrefour Italia. Apprezziamo quindi le motivazioni di base della legge francese finalizzata a incentivare la donazione di prodotti alimentari agli indigenti, ma riteniamo che il sistema proposto, basato su criteri impositivi e sanzionatori, non sia la miglior impostazione per favore il recupero virtuoso delle eccedenze alimentari. La legge francese, infatti, non tiene conto dell’oggettiva impossibilità per gli enti caritativi di gestire un improvviso aumento dei beni donati. Tali soggetti spesso non sono dotati degli strumenti necessari per far fronte a tale circostanza e, quindi, di fatto si verificherebbe solo uno spostamento nella produzione dei rifiuti dalla grande distribuzione, agli enti caritativi, con tutti i relativi oneri. Nell’attuale quadro normativo italiano, la gestione degli alimenti da destinare a donazione comporta, per le aziende della Gdo, costi e oneri aggiuntivi, rispetto al destinare a rifiuto tali prodotti, senza che siano previsti sgravi di rilievo. Per questo motivo – ha precisato – riteniamo importante poter arrivare a un sistema normativo che incentivi le donazioni in un contesto di volontarietà delle aziende, salvaguardando i criteri di igiene e sicurezza dei prodotti alimentari ceduti, ma che aiuti al contempo le aziende della grande distribuzione con semplificazioni per ridurre gli adempimenti burocratici e amministrativi che generano costi inutili e con facilitazioni fiscali. Come Carrefour Italia – ha sottolineato – abbiamo deciso da tempo di mettere in atto un progetto aziendale per donare le eccedenze alimentari. Nel Marzo 2010 abbiamo siglato un accordo con la Fondazione Banco Alimentare impegnandosi a costruire un processo comune a livello nazionale, strutturato, per facilitare le modalità di donazione e per formalizzare il rapporto tra punti vendita ed enti benefici».

«In Italia gli sprechi alimentari lungo la filiera – sottolinea la Coldiretti – ammontano in valore a 13 miliardi: sono persi per il 54 per cento al consumo, per il 21 per cento nella ristorazione, per il 15 per cento nella distribuzione commerciale e per l’8 per cento nell’agricoltura e per il 2 per cento nella trasformazione. Con la nuova legge Sprecozero, in via di discussione al Parlamento, ci si è posti l`obiettivo di recuperare 1 milione di tonnellate di cibo nel 2016. Secondo una indagine Coldiretti/Ixè sei italiani su dieci hanno diminuito o annullato gli sprechi alimentari con una serie di strategie: da una maggiore attenzione alla data di scadenza, alla spesa a chilometro zero alla richiesta della doggy bag al ristorante».