Maria Chiara Gadda promotrice della legge contro lo spreco alimentare, in vigore dal 14 settembre, racconta l’impatto positivo tra aziende e terzo settore

Dal 14 settembre è in vigore la nuova legge (Legge numero 166 del 19 agosto 2016) che agevola le donazioni delle eccedenze di cibo. Sulla nuova normativa contro lo spreco alimentare si è discusso a un convegno a Milano, organizzato dalla Società Umanitaria, nell’ambito della V edizione del Salone della sicurezza alimentare, presieduto da Andrea Mascaretti. Oltre al padrone di casa, Amos Nannini (presidente della Società Umanitaria), e a tanti importanti relatori, tra cui Riccardo Garosci (presidente del comitato del Miur per l’Educazione almentare), Andrea Giussani (presidente della fondazione Banco Alimentare), Antonella Pasquariello (presidente di Camst, uno dei principali attori nazionali nel campo della ristorazione collettiva), era presente l’onorevole Maria Chiara Gadda, da cui deriva la denominazione della legge (Legge Gadda), essendo stata prima firmataria della proposta e promotrice dell’iniziativa parlamentare. Con lei abbiamo fatto il punto della situazione.

Onorevole, aver puntato su un approccio non sanzionatorio, a differenza della Francia, è stata la via giusta?
«Dall’entrata in vigore della legge, ma già anche prima, molte associazioni, soprattutto quelle più strutturate, hanno avuto grandi richieste di donazioni da parte delle aziende. Segno che la via era quella giusta. In realtà con il tema del recupero e donazione delle eccedenze non eravamo nuovi in termini normativi (Legge 155 del Buon Samaritano, ndr). Da questo punto di vista siamo tra i Paesi migliori in Europa. Con la nuova legge abbiamo però sistematizzato quello che già c’era, partendo dai casi migliori sul territorio nazionale. E abbiamo avuto un approccio condiviso con chi deve concretamente utilizzare la normativa, soprattutto le associazioni di volontariato e il terzo settore. La legge francese, che tra l’altro non è ancora entrata in vigore, ha utilizzato strumenti diversi. La sanzione è certamente più immediata, ma non risolve il problema ed è stata anche contrastata dalle associazioni di volontariato transalpine. L’obbligo di donare dei prodotti è diverso dall’agevolare la donazione di cibi consumabili. La nostra legge, che ha fini di solidarietà sociale, riguarda poi l’intera filiera alimentare, quella francese tocca solo i supermercati sopra i 400 metri quadri. E se si va a vedere dove avviene esattamente lo spreco, il 57 per cento avviene nella filiera mentre il 43 per cento riguarda l’uso domestico, i dati sono del Politecnico di Milano».

Uno dei diciotto articoli della Legge facilita la donazione del pane, uno dei prodotti più sprecati. Qual era il problema?
«Il problema era che nelle diverse regioni italiane e anche all’interno della stessa regione, le Asl e gli uffici competenti interpretavano le norme in modo molto diverso. E questo disincentivava le donazioni. Abbiamo allora fatto chiarezza, scrivendo che nell’arco delle 24 ore il pane si può donare. Questo ha superato tutte le possibili interpretazioni».

Data di scadenza e termine minimo di conservazione, la Legge fa chiarezza sul punto.
«Sì, questo sarà un elemento che ci darà una mano per i grandi quantitativi. Prima dell’entrata in vigore della legge i prodotti con il termine minimo di conservazione venivano buttati via per timore di incorrere in sanzioni con la donazione. Per i prodotti freschissimi, come lo yogurt, il latte, che riportano una data di scadenza non è cambiato nulla, e le etichette devono essere rispettate. Altra cosa è il Tmc, il termine minimo di conservazione ovvero il “da consumarsi preferibilmente entro”. Non è una scadenza ma un’indicazione di consumo, indica che entro quel periodo il prodotto conserva le caratteristiche per cui è stato venduto. Vale per tantissimi alimenti, pasta, biscotti, cracker, prodotti in scatola. Grande distribuzione e commercianti ora potranno donare con tranquillità anche se il Tmc è superato. Dobbiamo fare anche un lavoro culturale per spiegare che quelli non sono prodotti scaduti e conservano le loro caratteristiche anche mesi dopo».

Per le aziende i vantaggi sono meno burocrazia e agevolazioni fiscali.
«Il primo elemento che le aziende hanno chiesto è stata la semplicità e chiarezza normativa. Le norme in materia fiscale, igienico-sanitarie e responsabilità civile erano tantissime con la precedente legge. E non tutti i soggetti, anche dal punto di vista delle associazioni, potevano contare su studi legali e strutture per interpretarle. E allora si preferiva non fare, per non rischiare. Era di fatto un disincentivo indiretto. Faccio un esempio, chi voleva donare, cinque giorni prima doveva fare una dichiarazione preventiva all’agenzia delle Entrate e alle autorità competenti. Questa oggi è stata sostituita da una dichiarazione riepilogativa solo alla fine del mese e solo se l’importo di ogni singola cessione supera i quindicimila euro. Sotto quella cifra non serve neanche la dichiarazione riepilogativa a fine mese. Per avere accesso alle agevolazioni fiscali (per il prodotto donato si può scaricare l’Iva), deve rimanere ovviamente un documento (bolla di consegna, scontrino) che garantisca la tracciabilità. Ci sono poi le amministrazioni comunali che si stanno attivando per la tariffa rifiuti. È una competenza locale su cui il legislatore non può porre obblighi. Ma all’articolo 17 delle Legge abbiamo suggerito agli enti locali di applicare un coefficiente di riduzione sulla tariffa rifiuti a chi dona».

È vero che si può donare cibo sequestrato e in che termini?
«Parliamo sempre di cibi in eccedenza, e non di scarti, e che siano sicuri dal punto di vista della salute. Sono stata recentemente in Sicilia e il Distretto della pesca ha siglato un accordo con i Banco Alimentare per recuperare il pesce sequestrato per varie ragioni: per esempio, pescato da pescherecci che non erano abilitati a pescarne di certe dimensioni o altro. Questo vale anche per alcuni reati che comportano il sequestro della merce poi stoccata in magazzini. La scelta compete al magistrato, che può decidere per la donazione sulla base delle relazioni delle autorità competenti, Asl, Nas, che garantiscano la salubrità del cibo requisito».

Alcune aziende segnalano che è rimasto il problema del recupero del cotto.
«Chiaro che per il cotto il recupero è più complicato, ma è solo una questione organizzativa e di apparecchiature. Ci sono tantissime realtà che sono attrezzate e non hanno il problema di quel recupero. A Busto, dove io vivo, c’è Siticibo, un’associazione legata al Banco Alimentare, che ogni giorno recupera quintali di cibo cotto dalla mensa aziendale dei dipendenti dell’aeroporto, scuole e ospedale. Il problema è che i prodotti cotti non devono stare in giro troppo tempo. Servono poi degli abbattitori termici per poter distribuire anche il giorno successivo, ma non tutte le mense scolastiche ne sono dotate, per esempio. Sono stata all’assemblea nazionale delle società di catering e ci sono progetti di recupero anche in quell’ambito, che è più complesso, perché il cibo è cotto e sta all’aria per la durata del banchetto».

Il governo punta a raddoppiare il recupero di cibo, da cinquecentomila a un milione di tonnellate. È un obiettivo possibile con la nuova legge?
«Credo sia possibile raggiungerlo nell’arco di qualche anno. Faremo il “tagliando” alla legge tra un anno, per vedere che numeri abbiamo. Le aziende più strutturate mi dicono che non riescono a fare fronte alle richieste di donazioni. C’è chi mi ha detto che in un mese ha avuto più richieste degli ultimi tre anni».

Ci sono anche start up che lavorano sulle eccedenze con delle app.
«Bene, si lavora in ambiti diversi. Sono nate app, per esempio, per mettere in collegamento il piccolo commercio con i negozi sotto casa e far sapere quali sono i prodotti in eccedenza in vendita a prezzo ribassato. È chiaro che per le associazioni non diventa conveniente spostarsi per ritirare pochi prodotti e ben vengano soluzioni alternative. Alla fine c’è una valenza educativa, è un modo per aiutare a sprecare meno».

La legge tocca anche l’ambito agricolo?
«Sì, nella legge c’è anche il tema della raccolta in campo, utile nelle regioni ad alta vocazione agricola. L’agricoltura è il settore dove c’è lo spreco maggiore: del 57 per cento che avviene lungo la della filiera, il 60 per cento riguarda l’agricoltura e per diversi motivi: prezzi, problemi meteorologici, eccetera. Capitano che i prodotti rimangano a terra o sull’albero. La legge prevede che si possano fare accordi con associazioni per la raccolta in campo. Naturalmente chiediamo che vengano indicati i soggetti che possono entrare nel terreno agricolo, onde evitare di far arrivare lavoratori in nero».