Sprechi natalizi: dove finisce il cibo invenduto

Ogni anno oltre un miliardo di tonnellate di prodotti alimentari resta sugli scaffali: ecco come si possono recuperare le eccedenze

Le vetrine scintillano di panettoni, le corsie dei supermercati traboccano di cioccolatini e confezioni regalo. Dicembre è il mese in cui il settore alimentare accelera al massimo, producendo quantità enormi di dolci e prodotti da forno per soddisfare la domanda delle feste. Ma c’è un lato nascosto dietro questa abbondanza: una montagna di cibo perfettamente commestibile che non viene venduto e finisce per diventare un problema economico e ambientale di proporzioni enormi.

Il paradosso delle feste

Durante le settimane che precedono Natale e Capodanno, l’industria dolciaria deve produrre in anticipo per garantire la disponibilità dei prodotti. Il risultato? Spesso si sovrastima la domanda, oppure alcuni lotti non vengono distribuiti in tempo, o ancora le confezioni subiscono piccoli danni che li rendono invendibili al pubblico. Parliamo di prodotti che non hanno nulla di sbagliato: sono sicuri, nutrienti, perfettamente utilizzabili. Eppure restano fermi.

Troppi panettoni invenduti
Troppi panettoni invenduti

I numeri parlano chiaro. Secondo ECR Retail Loss, un organismo internazionale che si occupa di ricerca nel settore della distribuzione, ogni anno nel mondo si sprecano oltre un miliardo di tonnellate di cibo. Il costo? Più di 90 miliardi di euro lungo tutta la filiera. Per il settore dolciario, dove la produzione si concentra in poche settimane, il problema è ancora più acuto: le eccedenze possono arrivare a pesare fino all’1,8% del fatturato di un’azienda. Non è solo una questione di prodotto non venduto: ci sono i costi di magazzino, quelli di redistribuzione, gli sconti forzati, lo smaltimento. E naturalmente l’impatto ambientale di tutto questo spreco di risorse.

Quando la solidarietà non basta

La prima risposta che viene in mente davanti a questo spreco è la donazione. Ed è una strada importante: molte aziende collaborano con organizzazioni caritative per redistribuire le eccedenze a chi ne ha bisogno. Ma la realtà è più complessa. Non tutto il surplus può essere donato: ci sono limiti logistici, tempi di scadenza, vincoli distributivi. E soprattutto, le quantità in gioco sono tali che la sola beneficenza non può assorbirle tutte.

Serve qualcosa di più strutturato, qualcosa che permetta di gestire volumi industriali in modo continuativo. Qui entra in gioco un concetto che sta prendendo sempre più piede: l’economia circolare applicata al settore alimentare. L’idea è semplice ma potente: invece di considerare l’invenduto come un rifiuto da eliminare, lo si può trasformare in una risorsa per altri settori produttivi.

Dall’eccedenza alla risorsa

In Italia esistono realtà specializzate in questo tipo di recupero. Regardia, per esempio, è un’azienda che lavora specificamente sulla trasformazione degli ex-prodotti alimentari. Il meccanismo è industriale: i prodotti dolciari invenduti vengono selezionati, trattati e trasformati in ingredienti per mangimi animali o in matrici per produrre bioenergie. Non si tratta di beneficenza, ma di un vero e proprio processo produttivo che dà nuova vita a ciò che altrimenti finirebbe in discarica.

I volumi gestiti sono significativi: parliamo di oltre 165.000 tonnellate all’anno di surplus alimentare che vengono reinserite nella filiera dei mangimi. Per le aziende del settore dolciario, questo significa poter convertire un costo in un’entrata, liberare spazio nei magazzini, ridurre le spese di smaltimento. E dal punto di vista ambientale, significa evitare lo spreco di risorse che sono state già prodotte, ridurre il ricorso a materie prime vergini e contenere le emissioni legate alla gestione dei rifiuti.

Regardia l'invenduto alimentare viene trasformato
Nell’impianto Regardia l’invenduto alimentare viene trasformato

Le strade del recupero

Oltre alla mangimistica, esistono altre vie per valorizzare l’invenduto. Alcune aziende hanno sviluppato canali di vendita alternativi: outlet dedicati, promozioni speciali, piattaforme online che vendono a prezzi ridotti i prodotti vicini alla scadenza. È un modo per raggiungere consumatori attenti al prezzo senza danneggiare il posizionamento del marchio.

C’è poi chi ha iniziato a trasformare gli scarti in nuovi prodotti: panettoni che diventano basi per dolci diversi, cioccolato che viene rifuso per nuove lavorazioni, biscotti che si trasformano in ingredienti per altre produzioni. E quando proprio non è possibile un utilizzo alimentare o zootecnico, resta l’opzione del compostaggio o della conversione in bioenergie: processi che comunque restituiscono valore, sia pure in forma diversa.

Ripensare il sistema

Il punto centrale è che lo spreco alimentare non è più un problema marginale da gestire in emergenza. È una questione strutturale che richiede soluzioni industriali, continuative, scalabili. Il settore dolciario globale vale 531 miliardi di euro all’anno: anche percentuali minime di eccedenze rappresentano cifre enormi.

Gli studi dimostrano che se i rivenditori riuscissero a dimezzare i costi nascosti legati all’invenduto, potrebbero aumentare i profitti di oltre il 20%. Non è solo una questione ambientale, quindi, ma una vera leva competitiva. Le aziende che riescono a gestire meglio le eccedenze hanno margini più solidi, operazioni più efficienti, bilanci più robusti.

I consumatori dovrebbero riflettere su tutto questo, ogni volta che vedono scaffali stracolmi durante le feste. Dietro quella abbondanza c’è un sistema che sta imparando – lentamente ma inesorabilmente – a sprecare meno e a valorizzare meglio ciò che produce. Non per altruismo, ma perché ha senso economico. E forse è proprio questo il modo più efficace per cambiare le cose: quando sostenibilità e profitto vanno nella stessa direzione.

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