In Brianza, nel cuore del Parco del Curone, la cantina Santa Croce produce vini di nicchia, immediati e profumati, come il Sauvignon premiato dalla critica

«Eravamo in una trattoria di via Merlo, dove c’era l’abitazione di Manlio Cipolla allora medico sociale dell’Inter. Era il 1981. Io ero stato invitato da lui. C’erano Gianni Brera, Mario Soldati e Gigi Veronelli. A un certo punto Cipolla dice a Veronelli: “Ma sai che l’Antonio fa il vino?”. Si è accesa una discussione. Veronelli diceva che un dilettante non può fare un vino buono. Brera, da bastian contrario, obiettava di sì (anche se non lo aveva assaggiato). A un certo punto è intervenuto il proprietario: “Ragazzi, qui non viene più nessuno a mangiare se gridate così”.

Antonio Colombo, monzese, di professione consulente del lavoro, ha avuto ragione. Lui il vino lo sa fare bene: ha imparato a farlo da solo, fin dal 1968. («Ho cominciato a casa di mia mamma utilizzando Clinto e uva fragola. Una roba che era più acido dell’acido acetico»). Un autodidatta. Come il figlio Jean Stefano. Oggi il Sauvignon in purezza, Vintage des Anges 2015, è stato premiato come miglior vino di Lombardia da Luca Maroni con 92 punti.

Per conoscere l’azienda vitivinicola Santa Croce, bisogna recarsi nell’omonima Valle, riconosciuta riserva naturale e tra i 2700 siti italiani di interesse comunitario. Siamo nel Parco di Montevecchia e della Valle del Curone, in Brianza, comune di Sirtori (ma accesso da Missaglia). Guardi intorno e pare di trovarti in Toscana. In primavera sbocciano tantissime primule, crescono spontanee erba cipollina, cerfoglio e anche aneto. Poi alloro, salvia, rosmarino, timo. A due passi c’è una chiesetta della fine del XII secolo, in stile romanico. Sembra che sia stata edificata da un cavaliere di ritorno dalla Terra Santa (da qui il nome). Nel corso dei lavori di restauro furono rinvenute due colonne con iscrizioni in alfabeto ligure-etrusco. Una rarità per questi luoghi. Siamo nel territorio di Montevecchia, in passato nota per il suo vino, decantato da Porta, Stendhal: Mario Soldati lo chiamava «il vino di Milano» (Montevecchia dista dalla Madonnina 24 chilometri). Ci accoglie Jean Stefano Colombo, 45 anni, oggi alla guida dell’azienda di famiglia.

Come fa un «dilettante» a fare vino buono?
«Siamo autodidatti. Mio padre ha studiato tantissimo. Si occupa della cantina e trasformazione delle uve. Io sono ragioniere: ho affiancato il nostro agronomo nella gestione dei vigneti per le questioni tecniche. Per la potatura ho imparato dai miei genitori. Ho fatto corsi e scuole di perfezionamento».

Come è nata l’azienda?
«Qui c’era solo la ciminiera di una fornace demolita che produceva mattoni. Che abbiamo mantenuto. Null’altro. Abbiamo comprato il fondo, dove c’erano tracce di antichi vigneti, all’inizio degli anni ’80, e costruito l’azienda agricola per la produzione di vino. Il primo vigneto, sperimentale, è del 1983 e le prime produzioni sono state avviate a fine anni ’80. Oggi siamo a 2,5 ettari, con varietà Pinot Nero e Merlot per la bacca rossa e Sauvignon e Chardonnay per quella bianca».

Maroni ha premiato il vostro Vintage des Anges 2015 come miglior vino bianco di Lombardia. Lo ha definito «tra i più suadenti e avvolgenti bianchi testati».
«Nel 2006 era già stato segnalato nei vini Top hundred da Paolo Massobrio. Influisce nei sapori la mineralità dei terreni della zona, la cura maniacale della maturazione dell’uva, la pochissima resa sulla pianta: un chilo e mezzo. Essendo un fondo valle, ci sono poi forti escursioni termiche che fanno esplodere i profumi, la frutta del Sauvignon. Al naso e al palato senti che è Sauvignon».

Molto profumato, ma di buona struttura, è anche il Bianco Nuovo a base Chardonnay (70 per cento e il resto Sauvignon Blanc).
«Sì, la caratteristica dei nostri vini è che sono immediati. Cambieremo il nome. Si chiamerà Bianco dei “pica prea” in omaggio agli scalpellini che lavoravano in una delle trecento cave di pietra molera che c’erano in Valle Santa Croce fino ai primi del Novecento. Un sasso che si usava per affilare i coltelli o per utensili agricoli, basamenti delle finestre di case patrizie, statue e piccole pietre di costruzioni».

Quanto influiscono le caratteristiche microclimatiche e idrogeologiche della Valle?
«Santa Croce è particolare: è una valle stretta e chiusa. Le escursioni termiche sono notevoli. Nel periodo estivo arrivano anche a tredici gradi. Profumi e sentori di frutta sono immediati. Il terreno non ha carenza idrica: ci sono intorno un sacco di sorgenti. La pianta non va mai in sofferenza. Il suolo, composto da marne argillose, dà molta mineralità».

Come lavorate in cantina?
«Lavoriamo esclusivamente con acciaio. Abbiamo provato con la barrique ma non è il nostro gusto. E rovinerebbe, con il legno, la vaniglia e la tostatura, la peculiarità del nostro vino-frutto. Usiamo poi pochissima solforosa».

Anche il Rosato dell’Angela, di un affascinante rosa corallo, non scherza nelle valutazioni di Luca Maroni: «Un rosato di souplesse, di morbidezza favolosa».
«Sì, è ben giudicato. Vinifichiamo il rosato in bianco, con breve macerazione. Mantiene molto bene profumi e freschezza».

In Brianza lo sanno che producete il «miglior bianco di Lombardia»?
«Facciamo parte del Consorzio Igt Terre Lariane che comprende diciannove cantine. Fatichiamo a far capire che qui sono rinate eccellenze nella produzione del vino. Per la scelta degli attuali vitigni abbiamo impiantato circa una trentina di diverse tipologie. Pensavamo di puntare sulla Schiava Grossa che qui chiamano Botascera. Nell’ottocento nella zona di Montevecchia si coltivavano Clinto, Clinton, Isabella, uva fragola, Verdese. E la Botascera. Ma a sorpresa era quella che rendeva meno».

La vostra produzione, circa seimila bottiglie, è piuttosto di nicchia.
«Stiamo ristrutturando l’azienda e nel 2017 c’è il progetto di aumentare la superficie vitata a 4,5 ettari per arrivare a una produzione di diecimila-dodicimila bottiglie. Non di più, per mantenere la qualità. E nel 2018, se i tempi della burocrazia lo permetteranno, faremo una proposta di cibo e vino alternativa, da agriturismo».

Che tipo di offerta ristorativa?
«Cucina e prodotti in prevalenza dal territorio, ma di livello superiore. A Missaglia abbiamo un panificio centenario che lavora bene con i molini della zona. Si sono specializzati nella produzione con la Farina Intera. Un’altra vende fiori edibili. Io ho il pallino della primula. Si può usare in insalata. Mi piacerebbe abbinarla a dei gamberi di fiume che si potrebbero riportare nelle rogge intorno facendo un ripopolamento controllato. Solo in questo terreno abbiamo sette sorgive. Una volta al mese vorremmo fare anche degustazioni guidate con abbinamenti ai nostri vini. Già oggi produciamo asparago verde e fave. Mi viene in mente un risotto di primavera con punte di asparagi e fave con fiori. Abbinati ai nostri bianchi fruttati. Potremmo rivisitare un classico come il risotto al rosmarino. Vorremo poi capire se c’è la possibilità di allevare i maiali anche all’interno della nostra azienda agricola per produrre salame crudo, cotto, mortadella e pancetta. Se non dovessimo riuscire a produrlo noi, siamo nella zona del Salame Brianza Dop, con aziende di eccellenza. Insomma, puntiamo a un mix di creatività e omaggio al territorio».

Santa Croce è una riserva naturale: che ne pensa il Parco?
«Il Parco è favorevole che nasca un’offerta ristorativa in zona Santa Croce, dove oggi manca. Stanno nascendo molte realtà sul suo territorio. E possono unirsi all’offerta didattica che già oggi coinvolge soprattutto le scuole».