Il campione olimpico di canoa, Antonio Rossi, oggi è assessore allo Sport della Regione Lombardia, racconta il rapporto inscindibile tra dieta e sport e l’importanza di curare ogni dettaglio se si vuole diventare un atleta vincente. E per stimolare i giovani al movimento la sua ricetta è che le madri debbano dare il buon esempio, praticando sport loro stesse. «Lo staff di Michelle Obama è rimasto incredulo quando ho spiegato che in Italia si fanno solo due ore di ginnastica la settimana»

Antonio Rossi, lecchese, 47 anni, è stato un grande campione di canoa kayak, disciplina in cui ha vinto due ori alle Olimpiadi d’Atlanta (1996), un oro alle Olimpiadi di Sydney (2000), tre ori ai Campionati del mondo e altre svariate medaglie, tra cui un argento alle Olimpiadi di Atene (2004) e un bronzo alle Olimpiadi di Barcellona (1992). Oggi è assessore allo Sport della Regione Lombardia nonché membro del Consiglio nazionale del Coni e presidente della commissione Atleti del Comitato olimpico europeo. Tante attività per cui continua a osservare i principi che gli hanno permesso di diventare un campione, con un’attenzione particolare per i giovani. Lo abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Expo in occasione di un evento legato al progetto Kinder+Sport «Joy of moving» che mira a promuovere l’attività fisica tra le giovani generazioni attraverso campus multidisciplinari, eventi sportivi, programmi di educazione motoria, sostegno alle scuole con forniture di attrezzature e coinvolgimento di atleti ed ex campioni come ambasciatori di stili di vita. Lanciato nel 2005, e sviluppato dal Gruppo Ferrero, in collaborazione con Federazioni sportive, istituzioni e associazioni, ha già raggiunto 3,7 milioni di ragazzi di 27 Paesi.

Movimento e alimentazione, quanto sono importanti?
«Sono fondamentali. Due temi che devono andare nella stessa direzione. Non basta alimentarsi bene se non ci si muove. E non basta fare sport se non ci si alimenta bene. Gli sportivi che vincono lo sanno bene. Per vincere bisogna curare ogni particolare. Uno sportivo capisce subito quando mangia troppo fritto o pesante. E quando mangi una cosa che non ti ha fatto bene, basta una corsa e ti fa male la milza».

Qual è la dieta di un campione?
«Sono cresciuto in un periodo in cui mi hanno sempre insegnato che i carboidrati erano la benzina per il nostro corpo. Dunque, dieta mediterranea, con una ricca colazione, cereali, frutta, muesli, yogurt; a pranzo verdura fresca e carboidrati, un po’ di carne bianca o pesce; alla sera verdura cotta e proteine. Avendo avuto una carriera molto lunga, la mia alimentazione però si è evoluta: a vent’anni era diversa rispetto a quando ne avevo quaranta. Ho ridotto le calorie perché il metabolismo si è rallentato e non dovevo affaticare troppo l’apparato digerente. Crescendo, per esempio, mi sono trovato molto bene con la dieta a zona che cerca un equilibrio tra carboidrati, proteine e grassi, ma il mio sport brucia molto calorie, essendo aerobico, e avevo bisogno di un’aggiunta di carboidrati».

La cucina preferita?
«Sono di Lecco, sono molto vicino alla Valtellina, proprio ieri ho mangiato pizzoccheri e sciatt che navigavano nel burro. Amo il vino, Sfurzat, ma anche l’Amarone, vini corposi, dai 14 gradi in su. Quando ero in attività questi erano però dei capricci che mi toglievo ogni tanto, specialmente dopo le gare. Quando gareggi devi controllare tutti i particolari, dunque patatine, dolci e roba simile vanno evitati».

Si può sempre smaltire con una «camminata manzoniana», a Lecco è un appuntamento consueto.
«Dipende quanti chilometri si fanno a piedi. Io li farei per poter poi mangiare un risotto al pesce persico».

Sul latte oggi ci sono pro e contro, anche a causa dell’intolleranze al lattosio in aumento.
«Io sono per le quote latte... È una battuta, naturalmente. Quando ero giovane ne bevevo moltissimo, non mi ha mai dato problemi e mi ha aiutato a crescere».

Come assessore alla Regione Lombardia, c’è qualche progetto su questo binomio dieta e sport?
«Abbiamo sfruttato molto bene Expo, insieme a Coni regionali e a soggetti che operano in Lombardia, per promuovere una cultura del movimento in incontri dove si parlava di alimentazione e sport. Abbiamo promosso anche grandi eventi, con la pallavolo, per esempio. Abbiamo fatto anche un tour con il Csi (Centro sportivo italiano) parlando anche di dieta e problemi legati a disordini alimentari con medici e specialisti. Da subito ci siamo mossi, poi, per portare più attività fisica nelle scuole primarie con un progetto che va avanti da tre anni, da novembre ad aprile, per cui abbiamo investito risorse per 1,3 milioni di euro. In sostanza aiutiamo i maestri a far fare esercizi giusti ai ragazzi. Per due ore alla settimana gli affianchiamo un laureato in Scienze motorie. La prima ora l’esperto spiega ai bambini gli esercizi, la seconda il docente rifà quello che ha spiegato l’esperto».

Come si spiega il record europeo di obesità giovanile detenuto dall’Italia?
«Seguiamo la moda statunitense. Ma anche lì si stanno muovendo con la campagna di Michelle Obama “Let’s move!”, presentata anche qui in Expo. Nell’incontro con tutto lo staff della first lady, quando ho detto che in Italia si facevano solo due ore alla settimana, dalle medie in su, sono rimasti increduli. Noi siamo indietro con la scuola, dove l’educazione fisica è l’ultima materia del programma e poi non è obbligatoria farla. E non basta chiedere alle madri di far fare sport ai figli, bisogna dire: fate sport voi, date il buon esempio».