L’Ente Nazionale Risi lancia il grido d’allarme sulle importazioni incontrollate e continua nella sua opera di miglioramento genetico del riso italiano

Riso. Il cereale più usato al mondo, ha in Italia il più importante centro di produzione europeo. Il riso italiano è particolare, solo qui vengono coltivate le varietà adatte a produrre risotti, ma abbiamo anche risi aromatici e collosi, ideali per la preparazione di piatti esotici. Questa ricchezza trova nel triangolo Novara, Vercelli, Mortara (Pv) i vertici di un’area della Pianura Padana dedicata alla sua coltivazione: un fiore all’occhiello dell’agricoltura tricolore.

Il Centro Ricerche sul Riso è tra i centri più importanti a livello mondiale

Questo prodotto dell’eccellenza è ora sotto attacco da parte di riso proveniente dal Sud Est asiatico, in particolare da Cambogia e Myanmar. Sul prodotto importato da questi Paesi dal 2009 non ci sono più dazi e oggi ci sono importazioni record di riso lavorato della sottospecie Indica (quello per i risotti è Japonica, invece) che hanno messo in difficoltà i produttori Italiani ed Europei. Proprio per trovare una soluzione a questo problema l’Ente Nazionale Risi ha organizzato per il prossimo gennaio, a Milano, un incontro con tutti i Paesi europei produttori di riso, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Romania, Bulgaria e Ungheria, per far fronte comune nel confronto con l’Ue.

La posizione italiana è quella di chiedere il ripristino dei dazi doganali alle importazioni di riso provenienti da Cambogia e Myanmar. Già nel 2015 l’Unione europea aveva chiesto al governo cambogiano di stabilizzare il livello di importazioni, ma la promessa non è stata mantenuta e le esportazioni sono cresciute. Anche la successiva missione della Commissione europea a luglio di quest’anno non ha portato nessun risultato.

«In realtà l’impegno della Commissione sembra essere soltanto di facciata – ha dichiarato Paolo Carrà, presidente dell’Ente Nazionale Risi – perché non ha mai voluto, sinora, assumere decisioni formali nei confronti di Cambogia e Myanmar. Le sole promesse degli operatori cambogiani non bastano a salvaguardare gli interessi della filiera risicola comunitaria. È necessario quindi unire le forze per arrivare a Bruxelles con una posizione comune che convinca le Istituzioni comunitarie ad agire con rapidità».

L’Italia è il primo produttore dell’Unione e vengono coltivati 234mila ettari, con un consumo procapite annuo di circa 6 chili. Il giro d’affari di questo prodotto è di circa un miliardo di euro e intorno a questo cereale lavorano più ci 5mila persone solo nelle 4265 aziende agricole. Solo in Italia vengono coltivate 140 varietà di riso, un terzo della produzione è destinata al consumo interno, mentre il resto viene esportato in Europa e nel resto del mondo. Il risotto può essere fatto solo con le varietà coltivate in Italia, in particolare i cuochi apprezzano il Carnaroli, l’Arborio e il Vialone Nano. Senza contare il boom di riso coltivato con metodi biologici.

L’eccellenza italiana del riso è garantita dal lavoro quotidiano che l’Ente Nazionale Risi svolge, sia operando a contatto con gli agricoltori sia lavorando nel Centro Ricerche sul Riso a Castello d’Agogna, vicino a Mortara, in provincia di Pavia. In questo centro ricerche vengono svolte attività di analisi e controllo del riso prodotto in Italia e proveniente dall’estero. In quest’ultimo si cercano, per esempio, contaminanti Ogm. È l’unico laboratorio europeo accreditato per le ricerche merceologiche sul riso.

Ma i primati di questo centro non si fermano qui. Dispone, infatti, di una delle più importanti banche del germoplasma al mondo. Nei locali climatizzati sono conservati circa 1500 semi di tutte le qualità dei risi coltivati in Italia e nel mondo. Qui, perfettamente conservati e pronti a germinare se piantati, si possono trovare le varietà storiche che hanno dato vita agli attuali risi in commercio, molte hanno nomi dei paesi o delle cascine, altri sono commemorativi di particolari periodi storici come il Benito o il Balilla (quest’ultimo è ancora coltivato oggi dal 1924, noto anche come Originario).

I laboratori di questo centro stanno anche lavorando per migliorare geneticamente le varietà di riso e renderle più resistenti a particolari malattie, così da dover ricorrere a sempre minori quantità di fitofarmaci. Al Centro stanno anche lavorando, in collaborazione con la società Salt Lemon, a progetti di agricoltura di precisione con droni. Grazie all’uso di apposite telecamere a infrarossi è possibile stabilire il vigore delle piante, andando a intervenire con sostanze nutritive solo nei punti dove serve.

Il futuro del riso tricolore passa dunque sia per la politica sia per il mondo della ricerca. Quello che l’Italia può fare è mantenere efficiente e all’avanguardia questo Centro ricerche, e contemporaneamente cercare di far pressione a Bruxelles per tutelare il prodotto italiano da manovre speculative sul mercato.