Rice Up presenta due progetti anti-crisi per il riso italiano. Controllare le semine per stabilizzare l’offerta e con l’Igp garantire origine e qualità

Se passate per le campagne della Lomellina, novarese, vercellese, alessandrino, milanese, pavese e lodigiano vedrete come una coltura la faccia da padrone: il riso. L’Italia rappresenta il più grande produttore europeo, ma da qualche tempo la risicoltura tricolore è in difficoltà, sia per cause esterne (importazioni da Paesi senza dazi) sia per cause interne. Delle idee per risollevare questo settore arrivano da Rice Up, una associazione che riunisce agricoltori e altre figure che operano nel settore del riso, che propone un calendario delle semine e la certificazione Igp Riso della Valle del Po.

Tutta la filiera del riso deve sposare il progetto Igp, altrimenti non serve a nulla

Due diversi approcci per contrastare questo momento di crisi. Il primo, la programmazione, si può attuare con più facilità, mentre la seconda, L’Igp, ha tempi più lunghi e criticità da superare. Questi due progetti sono stati presentati durante un convegno che si è tenuto a Mortara (Pv), una delle capitali del riso italiano, e sono intervenuti Al dibattito sono intervenuti Paolo Ghisoni, mediatore e membro del gruppo Rice Up, Piero Actis, presidente del movimento #ildazioètratto, Andrea Desana, ideatore e coordinatore del primo progetto Igp Riso della Valle del Po (2007), Anna Maria Callegarin, esperta nel campo delle certificazioni dei prodotti di qualità a denominazione protetta e l’assessore regionale all’Agricoltura Gianni Fava.

La programmazione delle semine nasce per correggere un problema interno al mondo del riso. Troppo spesso gli agricoltori, che hanno fatto autocritica, agiscono in modo istintivo e sull’onda emozionale seminano quelle varietà che l’anno precedente hanno avuto successo sul mercato. Così facendo, però, sbilanciamo l’equilibrio legato alla domanda e all’offerta.

Con un eccesso di quest’ultima i prezzi si abbassano e si crea una situazione di crisi. L’idea portata avanti da Rice Up è quella di mettere a disposizione degli agricoltori una piattaforma che li aiuti nel programmare le semine, in modo da non avere eccessi o mancanze delle qualità di riso in commercio. Un soluzione che si ripercuote in modo favorevole anche per i consumatori. Anche se al consumo i prezzi hanno oscillazioni minori, l’equilibrio tra domanda e offerta porta a una stabilizzazione del prezzo, lasciando spazio alla qualità del prodotto.

Qualità del prodotto che diventa fondamentale nel discorso dell’Igp Riso della Valle del Po. Si tratta di un progetto presentato per la prima volta nel 2007, ma che si è fermato al ministero delle Politiche Agricole per alcune criticità emerse nella presentazione della domanda. L’idea è per alcuni intrigante: creare una Igp che coinvolga le province risicole di Piemonte e Lombardia. Per altri è inutile. Rice Up ha coinvolto i promotori di questo progetto per riproporlo.

I punti di forza di questa idea sono la tutela del marchio a livello comunitario e internazionale, e finirebbe sotto questo cappello oltre l’80 per cento del riso prodotto in Italia; la possibilità di creare campagne di comunicazione e promozione attraverso un consorzio di tutela e l’accesso a molti fondi europei. Le debolezze sono rappresentate dal tempo, l’iter per avere questo marchio richiederà circa tre anni, e dal fatto che tutta la filiera deve essere coinvolta, infatti, solo le riserie potranno mettere il bollino sul prodotto finito, i produttori sul loro risone non potranno mai farlo. Un altro punto critico, dove si è arenato il primo progetto, è la storicità, è capire e trovare un appiglio storico per dimostrare la tipicità di questa produzione nella Valle del Po. Criticità sottolineate dall’assessore Fava.

«Io sono favorevole a questa iniziativa – ha spiegato l’assessore - elementi di criticità ci sono e vanno affrontati. La denominazione diventa uno strumento su cui costruire politiche di tutela e promozione, ma da sola non basta per produrre valore aggiunto. La progettualità è dei privati e la Regione valuta, giudica un progetto, di cui vanno verificati i requisiti. Politicamente siamo a favore di questa iniziativa, pronti a fare la nostra parte: una volta che il progetto viene presentato, noi siamo pronti a valutarlo. Auspicando che le criticità precedenti vengano superate. Nessun problema per le risorse in Lombardia, mentre in Piemonte dovranno attendere il 2022 con la nuova programmazione».

«Il mondo dell’impresa deve dotarsi di strumenti utili per intercettare il valore – ha sottolineato l’assessore lombardo – Un prodotto vale per quanto uno è disposto a pagarlo, non tanto per il valore intrinseco del prodotto stesso. Una denominazione fine a se stessa non porta a vantaggi. Serve una filiera integrata, che al momento non c’è. Se non c’è accordo serio tra produttore e trasformatore, il risultato non è scontato: se l’industria non ha interesse a commercializzare il prodotto, questo resta lì, non basta la denominazione. Tutta la filiera deve condividere il progetto, senza pretese di supremazie interne».

«Il progetto, dunque, va sostenuto – ha concluso Fava - è un’idea buona come partenza. Serve, però, che il mondo risicolo nel suo complesso dia vita a un patto serio tra i protagonisti della filiera. Noi siamo pronti a dare una risposta concreta, per portarlo a casa in tempi certi, per il bene del comparto».

Emergono dunque le due strade percorribili: un maggior controllo dell’offerta per rimanere in linea con la domanda, che si può adottare in tempi brevi, e una unificazione della filiera per portare avanti il progetto dell’Igp. Per gli amanti del risotto la speranza è che questa ricerca di nuove soluzioni porti a prodotti con una qualità sempre maggiore: perché il riso non è tutto uguale.