Il Ttip da alcuni è visto come qualcosa di male, da Riccardo Monti, presidente di Ice, come una grande opportunità per l’Italia. Potrebbe far crescere il Pil dello 0,5 per cento

Dal Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’accordo commerciale tra Ue e Stati Uniti, l’Italia ha solo da guadagnare, rassicura Riccardo Monti, presidente dell’Istituto per il commercio estero, che conferma la stima di un aumento dell’export italiano di 5,6 miliardi e 30mila nuovi posti di lavoro. Ma l’embargo con la Russia rischia di far crescere in quel Paese i prodotti italiani imitati, un mercato del falso che sarà poi difficile scalzare

Presidente, cosa fa esattamente l’Ice?
«Siamo un’agenzia governativa sottoposta ai poteri d’indirizzo e vigilanza da parte del ministero dello Sviluppo Economico, in accordo con il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, sentito il ministero dell'Economia e delle Finanze. Il nostro compito è di sviluppare, agevolare e promuove i rapporti economici e commerciali italiani con l'estero, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese, sostenendole nei processi d’internazionalizzazione».

Un tempo si diceva piccolo è bello. Oggi però tutti sono concordi nel lamentare un sottodimensionamento delle imprese italiane, a cominciare da quelle agricole. Come si può favorire l’aggregazione?
«Indubbiamente il problema dimensionale è un vincolo allo sviluppo e all'ottimizzazione dei processi produttivi. Il processo di aggregazione può realizzarsi in diverse forme. Quella storicamente più affermata, e in alcune aree di reale successo produttivo e imprenditoriale, è la cooperazione: laddove ha saputo guardare agli interessi dei propri associati e dotarsi di professionalità tecniche e commerciali in grado di sviluppare le attività a valle della fase produttiva. Attualmente la stessa funzione può essere svolta dai contratti di rete che, anche in virtù dei vantaggi fiscali, consentono un’integrazione orizzontale o verticale di diverse imprese al fine di ottimizzare i processi produttivi e commerciali. In entrambi i casi i vantaggi di carattere fiscale e di economia di scala giocano un ruolo fondamentale».

Altro punto cruciale per rilanciare l’export è quello dell’internazionalizzazione. Quali sono i mercati esteri più interessanti per il vino e i nostri prodotti agricoli?
«Circa 2/3 dell'export agroalimentare italiano è indirizzato verso il mercato unico europeo che resta lo sbocco fondamentale per la maggior parte delle imprese italiane e quasi sempre il primo banco di prova di una strategia d’internazionalizzazione. Immediatamente a seguire si collocano i mercati del Nord America: Usa e Canada, anche in virtù di cospicue fette di popolazione di origine italiana che hanno alimentato la domanda e lo sviluppo del settore della ristorazione che ha grandemente contribuito a costruire l'immagine dell'eccellenza dei prodotti italiani. Più recentemente si sono sviluppati i mercati asiatici: Giappone, Sud Corea e Cina hanno mostrato negli ultimi anni segnali molto interessanti, ma necessitano ancora di forti investimenti economici, di formazione e comunicazione per la definitiva affermazione dei prodotti made in Italy. Un discorso a parte merita la Russia che aveva dimostrato un forte dinamismo nell'ultimo decennio ma che a seguito delle note vicende politiche ha subito una brusca battuta d'arresto. Il pericolo è che nella fase caratterizzata dall'embargo i prodotti italiani vengano sostituiti da imitazioni che sarà poi estremamente difficile scalzare quando si ripristineranno normali condizioni di mercato».

Il temporary export manager può aiutare le piccole realtà a sbrigare le pratiche con l'estero ? «Sicuramente la figura temporary export manager rappresenta un valido aiuto alle imprese che vogliono affrontare i mercati esteri ma che non hanno al loro interno personale specializzato in questo campo. Non avere in azienda chi parla le lingue o con esperienza in campo di regolamentazione doganale, eccetera, limita le possibilità di esportazione. Per questo il governo ha deciso un programma massiccio per dare alle piccole e medie imprese, o ai gruppi di aziende, la possibilità di avere al proprio interno un temporary export manager che possa avviare e aiutare a consolidare il processo d’internazionalizzazione. Questo programma rappresenta anche una gigantesca opportunità occupazionale, perché ci aspettiamo che queste figure, nel momento in cui le aziende iniziano a esportare, si trasformino in professionisti a tempo pieno per l’azienda stessa».

Russia, Cina, Corea, i Paesi del Golfo che acquisiscono brand importanti in Italia, a cominciare da Kuwait e Qatar. Quali prodotti agroalimentari chiedono?
«I mercati che non hanno limitazioni derivanti da tradizioni culturali e religiose vedono il vino come prodotto leader, seguito dai prodotti lattiero-caseari, dai prodotti dolciari e dai salumi. I mercati a tradizione islamica, che sicuramente negli ultimi anni hanno dimostrato uno spiccato dinamismo, privilegiano i settori dolciario, lattiero-caseario, della pasta e delle conserve vegetali. Sono inoltre mercati ricettivi, in virtù della loro limitata distanza, anche per i prodotti ortofrutticoli freschi per i quali purtroppo la struttura distributivo/logistica non è ancora adeguata».

Quali sono i vantaggi del Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), è corretta la stima fatta dall’Ice di un incremento delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti di 5,6 miliardi e 30mila nuovi posti di lavoro nell’arco di tre anni?
«I vantaggi del Ttip consistono nella creazione della più grande area di liberalizzazione economica al mondo, nell’annessione entro il perimetro della liberalizzazione di materie per le quali si registra un evidente stallo a livello multilaterale, come i servizi e gli investimenti diretti esteri, e nel promuovere il mutuo riconoscimento degli standard tecnologici. Confermo che la stima fatta dall’Ice e da Prometeia dell’impatto macroeconomico prevede, nello scenario maggiormente favorevole, un incremento dello 0,5 per cento del Pil, un aumento delle esportazioni italiane di 5,6 miliardi e una crescita dell'occupazione di 30.000 posti di lavoro. Ma l’impatto più importante riguarda gli effetti settoriali e, in tale aspetto, l’Italia ha da guadagnare maggiormente rispetto ai propri concorrenti europei dalla liberalizzazione commerciale con gli Usa in quanto l’abolizione delle barriere tariffarie e non tariffarie riguarderà soprattutto i settori di tradizionale vantaggio comparato del nostro sistema produttivo».

Il fronte del «no» all’accordo paventa, tra l’altro, il rischio di un’invasione di prodotti meno sicuri dal punto di vista alimentare, visto che quelli americani ammettono l’utilizzo di ormoni e antibiotici nella carne, per non parlare di prodotti che richiamano l’italian sounding e rischiano di danneggiare le nostre specialità Dop. Sono fondati questi timori?
«Parlare d’invasione è senz'altro eccessivo. Sicuramente già ora ci sono delle forti pressioni, purtroppo non solo da parte di Paesi extraeuropei, verso l'adozione di sistemi di produzione massificanti e che non valorizzano adeguatamente l'origine, la qualità della materia prima e l'affidabilità del processo produttivo. C'è una sostanziale tendenza a considerare qualsiasi prodotto alimentare una commodity con conseguente massificazione. La nostra carta vincente può essere quella di mantenere elevato il livello qualitativo dei prodotti valorizzando il loro legame con il territorio e rivolgersi a una fascia di consumatori in grado di apprezzare la differenza. Non possiamo competere in termini di quantità (leggere anche l’intervista al sottosegretario De Micheli)».

A che punto sono gli altri accordi di libero scambio, a cominciare da quello tra l’Ue e il Canada? Quali saranno i prossimi?
«ll Ceta, accordo di libero scambio tra Ue e Canada, è stato firmato e ora attende la ratifica dei Parlamenti nazionali di tutti i Paesi coinvolti. Rappresenta sicuramente un accordo di nuova generazione che presenta delle innovazioni sostanziali rispetto alle precedenti esperienze di liberalizzazione commerciale. Tra i prossimi accordi in itinere vi sono la rinegoziazione di quelli con Messico e Cile, la rivisitazione di quello con la Corea del Sud e la conclusione dell’accordo con Giappone e Vietnam».

L'accordo tra Usa e Iran può valere un incremento dell'export italiano «di almeno 2 o 3 miliardi nei prossimi 3 anni», secondo le previsioni del direttore generale dell'Ice, Roberto Luongo. Che spazi ci sono per l’agroalimentare italiano?
«Sicuramente questo accordo determinerà un incremento di tutte le nostre esportazioni e in particolare per quanto riguarda l'agroalimentare, la situazione non può che migliorare. Anche se nell'ultimo decennio l'export alimentare italiano verso l'Iran è sensibilmente aumentato si è mantenuto comunque su un livello quantitativo poco più che trascurabile: complessivamente meno di 10 milioni di euro».