I segreti dell’irresistibile «leggerezza dell’essere» Prosecco, il vino italiano più venduto al mondo, una Doc che vale 200 milioni di bottiglie di export. E che continua a mietere successi nonostante i falsi e le imitazioni, come il Kressecco, prodotto in Germania

Se il vino è il traino dell’export agroalimentare italiano nel mondo, il suo motore si chiama Prosecco. Gli ultimi dati diffusi da Wine Monitor di Nomisma, e relativi ai primi cinque mesi del 2015, confermano che il fenomeno Prosecco continua a mietere successi. E in alcuni mercati è un vero e proprio boom, a cominciare da quello inglese, dove sta letteralmente spopolando, +64 per cento, e americano, +48 per cento.

I balzi di vendita sono ancora di più rilevanti se paragonati all’export italiano (+10 per cento per crescita nei volumi in Usa, + 18 per cento in Cina, ma meno 36 per cento l’import dall’Italia in valore in Russia dove per Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, ha inciso negativamente più il crollo dei prezzi del petrolio che l’embargo e le sanzioni europee.

Ma cosa c’è dietro la corsa all’irresistibile «leggerezza dell’essere» (per citare Kundera) Prosecco? I puristi storcono il naso, lamentando una mutazione di questo prodotto, caratterizzato dal Glera, un vitigno a bacca bianca autoctono dell’Italia Nord-Orientale, che è stato reso più accattivante e di facile beva. Uno spumante brioso, fresco, più femminile grazie alle caratteristiche note floreali di fiori bianchi e fruttate: bollicine da happy hour, insomma. Ma le critiche vengono spazzate via dai numeri. Circa due milioni di ettolitri prodotti ogni anno e 200 milioni di bottiglie esportate grazie a 8159 aziende vitivinicole, 269 case spumantistiche sparse in cinque province del Veneto (Treviso, Venezia, Vicenza, Padova, Belluno) e in quattro del Friuli-Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine). Tanto che nel 2014 lo spumante italiano ha battuto lo champagne per numero di bottiglie vendute nel mondo, 320 milioni.

Una marcia inarrestabile da 320 milioni di bottiglie l'anno che portano il Prosecco in giro per il mondo

Il passaggio dall’Igt alla Doc allargata negli anni 90 (con due Docg ritagliate, Prosecco Conegliano-Valdobbiadene – che aveva già la Doc dal 1969 – con la cru Cartizze, e Colli Asolani) è stato uno dei fattori del balzo. Eppure la sua storia (già in epoca romana le uve del vitigno Glera erano coltivate nella località Prosecco, sulle colline carsiche triestine) è stata travagliata, contrassegnata da svariati tentativi di falsi e imitazioni. L’ultimo sfregio, mostrato al padiglione Coldiretti, a Expo, si chiama Kressecco, prodotto in Germania, altri tentativi di imitazione sono in corso in Crimea e chissà dove. Ma in passato abbiamo avuto il Prosek croato, il Prosecco Vintage australiano, il Prosecco Garibaldi in Brasile, per citare alcuni pessimi esempi.

La Gran Bretagna continua a essere il primo mercato in assoluto (le vendite lo scorso anno sono cresciute del 75 per cento e il giro di affari è di un miliardo di sterline), seguita da Usa e Germania. Ma il suo perlage affascina sempre più i cinesi. Secondo Global Trade Atlas nel primo trimestre 2015 la crescita del Prosecco verso la Cina è cresciuta del 45 per cento rispetto allo stesso periodo 2014. E la Cina è un mercato enorme se si pensa che solo l’1 per cento di 200 milioni di bottiglie esportate va verso quel Paese. Ma il Prosecco finisce addirittura per essere studiato nelle scuole. Dall’anno prossimo, in base a un accordo con il Consorzio, che ha sede a Treviso, la Shangai Trade School, l’istituto alberghiero che forma i migliori professionisti della ristorazione, lo ha inserito nelle materie del programma scolastico. Ben 14 ore di studio che prevedono lezioni sugli abbinamenti con i piatti della cucina cinese. «Far conoscere – ha dichiarato il presidente Stefano Zanette – il nostro Paese attraverso un vino. Far apprezzare un vino attraverso il territorio che lo esprime. Questo è il lavoro che stiamo facendo come Consorzio. Deve passare il messaggio che il termine Prosecco designa un territorio, un’area geografica e non un vitigno. In Cina come nel resto del mondo».

«La Cina è un mercato che presenta grandi potenzialità ancora inespresse – ha fatto notare Kar Mein Lim, sommelier tra le più stimante in Cina – E non è vero che i cinesi amano solo il vino rosso, in realtà lo conoscono di più grazie alle campagne francesi. Personalmente amo la freschezza del Prosecco al punto che lo berrei a colazione, pranzo e cena». Prosecco e noodles? Forse sì. Con buona pace dei puristi.