Sfatiamo i falsi miti sui pesticidi: il bio non è così bio ed è sbagliato pensare che la natura sia buona e la chimica cattiva. Molti cibi contengono o sviluppano sostanze tossiche. Tutto è legato al buonsenso

La natura è fatta di chimica, noi mangiamo molecole. Una verità che fatica a imporsi in un mondo che tende ad avere un approccio manicheistico, dove molti traggono conclusioni errate: la natura è buona, dunque ciò che è «naturale» lo è; l'uomo manipola la natura, dunque la chimica è cattiva. Cercare di far luce sul tema controverso dei pesticidi è stato lo scopo di un incontro che si è recentemente tenuto a Milano, organizzato dalla Società Umanitaria, dal titolo «Le nuove frontiere degli agrofarmaci». Tra i relatori, Massimo Galbiati, ricercatore del dipartimento di Bioscienze dell'Università degli Studi di Milano, Donatello Sandroni, agronomo con dottorato di ricerca in Ecotossicologia, Lorenzo Faregna, direttore di Agrofarma, una delle 17 associazioni di Federchimica (legata a Confindustria), che tutela le imprese di un comparto che vanta 816 milioni di euro di fatturato e che rappresenta circa l’1,5 per cento del valore del mercato globale degli agrofarmaci, con l’Italia al sesto posto nel mondo.

Senza agrofarmaci non si può sfamare il mondo

Non occorre tirare in ballo Giacomo Leopardi per dire che la natura non è sempre buona. Qualche esempio? La profumata noce moscata non è poi così innocua: contiene molecole simili all'ecstasy, in grado, se assunta ad alte dosi, di scatenare nausea, vomito, tachicardia, allucinazioni. Il metil-eugenolo, sostanza profumata utilizzata come pesticida per attirare la mosca della frutta, classificata dalla Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, dipendente dall’Oms, che ha associato il consumo di carne rossa e processata a certe forme di cancro) come possibile cancerogeno, ovvero 2B, è la stessa presente nel basilico genovese utilizzato per preparare il pesto. Analoghe considerazioni si potrebbero fare per il safrolo, composto aromatico tossico presente nello zafferano, per il pompelmo il cui succo interferisce con numerosi medicinali. La questione, lungi dall’essere legata agli specifici alimenti, gira, in realtà, tutta intorno alle dosi utilizzate. Il buon senso rimane la migliore bussola per il consumatore che oggi si trova bombardato da informazioni allarmistiche che spesso non trovano conferme unanimi.

Basterebbe dire che sui claim di tossicità anche il mondo scientifico è tutt’altro che concorde. Il glifosato, un diserbante ampiamente utilizzato nei pesticidi e classificato come 2A dalla Iarc, dunque «probabilmente cancerogeno», secondo una recentissima nuova valutazione da parte dell’Efsa e di rappresentanti di organismi di valutazione del rischio degli Stati membri, è risultato non cancerogeno. Gli esperti hanno definito improbabile il pericolo di cancerogenità per l’uomo, pur proponendo, in via precauzionale, nuovi livelli di sicurezza.

Ma cosa sarebbe il mondo senza pesticidi o, meglio, senza agrofarmaci, termine introdotto circa dieci anni fa in Italia? Si stima, per fare un esempio, che dovremmo abbandonare l’85 per cento di produzione mondiale delle patate. Ma si potrebbe andare avanti con un lungo elenco. Gli alimenti, infatti, vengono attaccati «naturalmente» da agenti patogeni, funghi, batteri, insetti. Ricorrere all’utilizzo di agrofarmaci è necessario se si vuole salvare oggi la produzione agricola, con l’arduo obiettivo, nel 2050, di sfamare 9 miliardi di persone. I numeri parlano chiaro. Rispetto al 1920, per fare un paragone, in Italia bisogna dare da mangiare a 22 milioni di persone in più con il 41 per cento in meno delle superfici coltivate e circa il 54 per cento in meno di lavoratori impiegati in agricoltura. Chi pensa al bio come soluzione ignora una realtà più sfaccettata.

«Pensare di nutrirsi meglio mangiando bio – ha sottolineato l’agronomo Donatello Sandroni – in molti casi è un’illusione. Il falso mito è credere poi che il biologico sia non trattato. E non è detto che una sostanza, pur naturale, usata per il trattamento non sia pericolosa. La natura non è buona a prescindere e nemmeno l'uomo. Mangiando un frutto si ingoiano centinaia di sostanze chimiche diverse. Tra queste, magari, ce ne sono due o tre aggiunte dall'uomo per difendere quel frutto da attacchi di patogeni o insetti. Che una molecola sia stata prodotta dall'uomo o dalla natura è ininfluente. I peggiori veleni sono fatti dalla natura. Ci sono sostanze che hanno tossicità migliaia o milioni di volte superiori al peggiore insetticida da tempo bandito. La tetrodotossina del pesce palla giapponese è una di queste. O il botulino, che però, in confronto al veleno della rana d’oro, è un “signore”. Quest'ultimo uccide addirittura con pochi nanogrammi. Non per nulla questa rana si è evoluta con una particolare colorazione. La sua livrea sgargiante equivale a dire: se mi tocchi muori. Venendo ai pesticidi – ha continuato – delle mille molecole iniziali ne sono sopravvissute circa 300 a seguito di una revisione europea durata circa quindici anni. Ben 77 sono poi nella lista di sostituzione, pronte a essere cancellate non appena arriveranno nuovi prodotti che svolgeranno la medesima funzione. Uno dei prodotti nella lista di sostituzione è il rame, il pilastro fondante del biologico. Dire, quindi, mangio bio e sono a posto non regge. È vero che i prodotti bio hanno meno residui: rame e zolfo, per esempio, ampiamente utilizzati, si dilavano con le piogge. Ma il rame è un metallo pesante, eterno, non si degrada mai. Recentemente si è scoperto una sua correlazione con l'Alzheimer. Dunque una sostanza che può dare problemi di tipo ambientale e alla salute, forse inducendo malattie degenerative, viene usata nel biologico».

A conferma di quanto la realtà sia più complessa di come viene dipinta si potrebbe aggiungere che il mais, attaccato dalla larva della farfalla piralide, sviluppa, a causa di funghi patogeni, aflatossine classificate come sicuramente cancerogene (1A) dalla Iarc. Se si usano i pesticidi per debellare questo insetto, questi sono classificati 2B, un livello molto inferiore. L’emblematico grave caso di cronaca del passato avvenuto in Germania, dove ci sono stati decine di decessi per un batterio killer trovato nei germogli di soia (bio) consumati crudi induce a ulteriori prudenti riflessioni. «La pericolosità è intrinseca alla natura, bisogna gestirla. I pesticidi sono i farmaci delle piante e di questi va fatto un uso razionale – sostiene Lorenzo Faregna, direttore di Agrofarma –. Non c’è poi una linea divisoria così netta tra trattamenti bio e tradizionali. Basterebbe dire che c’è anche la linea bio degli agrofarmaci e spesso sono le medesime aziende a proporla. «Sui pesticidi – ha fatto notare Sandroni – la situazione non è certa quella del passato. Il Ddt (dal 1978 vietato in Italia – ndr) veniva allora dato per sicuro, ma avevano solo verificato che non uccideva i mammiferi. Faceva però danni enormi a livello ambientale e all’epoca non c'era questa sensibilità. Oggi i dossier ambientali per spessore hanno superato quelli tossicologici».

«L’Italia – ha sottolineato Sandroni – è il Paese più sicuro dal punto di vista della sicurezza alimentare, lo dicono l’Efsa, ma anche i monitoraggi del controllo nazionale sui residui di fitofarmaci negli alimenti effettuato dal ministero della Salute. I residui nei prodotti ortofrutticoli italiani sono un millesimo di un centesimo di una dose risultata innocua in laboratorio. La presenza di pesticidi di per sé non vuole dire rischio. E il rischio è cosa diversa dal pericolo.

«Un report dell’Efsa che fa riferimento all'agricoltura europea – ha ricordato il ricercatore Massimo Galbiati – ha analizzato i residui di oltre 600 agrofarmaci in oltre 55mila prodotti. A livello comunitario solo l’1,4 per cento dei prodotti ortofrutticoli è risultato positivo a tracce di pesticidi superiori ai livelli consentiti di legge; residui, tra l’altro, a un livello di gran lunga inferiore a quello di rischio per la salute umana. Per quanto riguarda i prodotti italiani, la percentuale di quelli irregolari scende allo 0,7 per cento e sale in modo sensibile per i prodotti importati da Paesi extra Ue. Se valutiamo, inoltre, la presenza di tracce di pesticidi entro i limiti di legge, la riscontriamo più o meno nella metà dei prodotti Ue (mentre in una seconda addirittura non c’è traccia). Vent'anni fa probabilmente non sarebbe stata neanche rilevata, perché le analisi di laboratorio sono oggi più sofisticate. Una nuova molecola – ha proseguito – prima di entrare in commercio subisce una rigida fase di approvazione che dura circa dieci anni: viene testata la tossicità nei confronti dell’uomo e la pericolosità ambientale. La tossicità testata in laboratorio viene poi rapportata all'uomo applicando limiti di sicurezza con una soglia enormemente più bassa: valori fissati dall’Efsa con il coinvolgimento di diversi organismi di valutazione degli Stati membri. Anche i prodotti che arrivano dalla Cina o da fuori Europa devono rispettare gli standard europei. C’è pertanto una maggiore attenzione verso quei prodotti. Molecole tolte dal mercato in Europa per problemi sanitari o ambientali sono ancora presenti in molti Paesi in via di sviluppo, per esempio in Sudamerica o in Africa. La Cina da qualche anno è più attenta».

L'agricoltura italiana utilizza oggi, ampiamente, la tecnologia. Usa, pertanto, gli agrofarmaci in modo razionale, secondo determinate condizioni, rispettando i tempi e gli intervalli di sicurezza prima del raccolto, consultando i bollettini di Arpa e della Regioni che danno indicazione su quando e come intervenire. «La tendenza – ha concluso Galbiati – è la generale riduzione dei pesticidi: negli ultimi dieci anni è di circa il 20 per cento. Oggi con tecniche che impiegano Gps, agricoltura di precisione e in futuro con le nanotecnologie si può intervenire in modo mirato. E si può ridurre in modo notevole l’utilizzo di diserbanti e fungicidi».