Paolo De Castro, relatore permanente per il Ttip della commissione Agricoltura del Parlamento Ue, prevede una situazione di stallo almeno fino al 2020

Paolo De Castro, 58 anni, brindisino, è uno dei maggiori esperti delle questioni relative all’agroalimentare e delle sue connessioni con la politica europea. Professore ordinario di Economia e Politica Agraria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università degli Studi di Bologna, autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche, è stato più volte ministro delle Politiche agricole nonché presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento Europeo. Oggi è coordinatore S&D alla stessa Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo e relatore permanente per il negoziato di libero scambio Ue-Usa (Ttip) della stessa Comagri. Con l’onorevole De Castro abbiamo fatto il punto sulla questione etichetta alimentare che ha avuto un’improvvisa accelerata con lo schema di decreto interministeriale firmato dai ministri delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico relativo all’obbligo di indicare l’origine del latte. E sul tema caldo del Ttip che rischia una brusca frenata.

Onorevole, il premier Matteo Renzi e il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina hanno annunciato uno schema di decreto interministeriale che obbliga a mettere in etichetta l’origine del latte (escluso quello fresco, per cui l’informazione è già necessaria) e dei derivati come formaggi e yogurt. È una mossa legittima?
«Il regolamento sulle informazioni al consumatore approvato durante la scorsa legislatura del 2011, e che è entrato in vigore recentemente, prevede che gli Stati membri possano a livello sperimentale, questa è la parola chiave, adottare norme di etichettatura d’origine più estese rispetto alla disciplina Ue: prodotti trasformati, per esempio. Qualche mese fa, in consiglio Agricoltura, il ministro Stéphane Le Foll, ha chiesto questa possibilità a Vytenis Andriukaitis, commissario europeo per la Salute e la sicurezza alimentare. La risposta è stata positiva. Noi pertanto abbiamo seguito la falsariga francese. Va ricordato che in realtà la commissione Agricoltura del Parlamento, che presiedevo nella scorsa legislatura, aveva già chiesto questa estensione e la votò, ma non passò in sessione plenaria per l’opposizione di diversi Paesi, non solo la Germania, ma anche la Spagna. Rimase pertanto solo l’obbligo di estensione dell’etichettatura ad alcune tipologie di carne fresca e congelata, suina, ovina, caprina e pollame».

Bruxelles darà allora il via libera?
«A giorni la Commissione si dovrebbe esprimere sulla proposta francese: ritengo che dirà sì a loro e dunque anche a noi. Non c’è sostanziale differenza: la nostra richiesta è pure relativa ai soli prodotti lattiero-caseari, mentre quella francese riguarda anche i prodotti trasformati a base di carne. Abbiamo fatto bene a limitarla: in questo momento c’è nel settore latte anche una tensione sui prezzi».

Ma è vero, come ha riportato il quotidiano Italia Oggi, che un codicillo esonererebbe l’applicazione dell’etichetta ai prodotti fabbricati all’estero, con il rischio di sterilizzare il provvedimento?
«Il provvedimento si applica solo all’Italia, è ovvio, i prodotti che entrano in Italia non ne sono assoggettati. L’Italia mica può imporre a un altro Stato membro le regole italiane: quelle da rispettare comunemente le fa l’Europa. Se il latte è stato munto in Romania e confezionato in Austria e giunge nel nostro Paese con un camion non si può imporre nulla all’etichetta. Ma non è banale la portata del provvedimento: noi vogliamo evitare che nel nostro Paese ci siano formaggi, mozzarelle, latticini o latte Uht fatti con cagliate o latte provenienti dall’estero che poi vengono venduti come italiani. Vogliamo che nessuno spacci come made in Italy ciò che non lo è. La battaglia è sacrosanta, è intollerabile che ci siano prodotti con il marchio made in Italy quando le materie prime non sono italiane».

È possibile, come sta facendo l’Italia, percorrere anche in futuro questa strada del fai-da-te nazionale, facendo gimkana tra regolamenti e direttive Ue?
«È una sperimentazione che durerà due anni, prevista dal Regolamento del 2011, come ho detto. Sono pertanto favorevole a questo provvedimento annunciato da Renzi. Ma è vero che la battaglia deve essere fatta in Europa, perché comunque crea una situazione differenziata e un po’ di maretta è inevitabile. Noi abbiamo anche votato in Aula una risoluzione (ovvero non un provvedimento legislativo), che va in questa direzione e che ha chiesto a gran voce (422 voti a favore), un’etichettatura d’origine obbligatoria in tutta Europa per tutti i prodotti trasformati con materia prima monoingrediente o caratterizzante. Faccio un esempio, per la conserva di pomodoro o la marmellata di fragole vogliamo sapere l’origine del pomodoro e delle fragole. Ovviamente non possiamo chiederlo per le miscele, altrimenti per i prodotti da forno ci vorrebbe una lista lunga un metro».

Dopo il lattiero-caseario quale altro settore potrebbe essere interessato da un eventuale analogo provvedimento?
«Le conserve. Perché lì c’è il maggior rischio di “frode”, nel senso che magari il pomodoro cinese diventa salsa italiana. Ma a mio avviso nei monoingrediente andrebbe applicato ovunque, penso ai prosciutti che sono fatti di coscia di maiale».

Ma non c’è il rischio che se tra qualche mese dovessimo andare di nuovo a bussare all’Ue per gli altri comparti esclusi dall’etichetta trasparente, dalla pasta alla carne di coniglio, la Commissione possa rispondere picche?
«Non abbiamo giocato il jolly, siamo nel rispetto delle possibilità concesse dalla norma europea: nessuno può escludere che si possa avanzare la stessa richiesta per altre filiere più avanti. Il fatto è un altro: se si muovono solo la Francia e l’Italia è una cosa. Ma se nei prossimi mesi ci dovesse essere un’adesione a questa possibilità anche da parte di altri quattro o cinque Paesi, come ci si augura, il commissario Andriukaitis sarebbe costretto a prendere in mano la situazione e a fare una proposta legislativa europea».

Pensa che in futuro l’Ue potrà esprimersi anche sulla necessità di un’etichetta sul vino o sulla birra?
«Se è necessario fare chiarezza a favore del consumatore non vedo aspetti negativi. Ma nel vino c’è succo d’uva e le altre sostanze al 99 per cento si formano nel processo di fermentazione. In Italia, come in Spagna, e a differenza degli altri 26 Paesi, è pure vietato usare lo zucchero. Se poi ci mettono “altro” siamo nel campo delle frodi. L’etichetta non risolve. Man mano che la ricerca mette in luce sostanze che possano essere pericolose vengono eliminate dal commercio. Tanto è vero che i principi attivi utilizzati dalla chimica in agricoltura li abbiamo ridotti del 50 per cento dal dopoguerra a oggi. Se un produttore vuole fare vino biodinamico senza solfiti, lo può indicare in etichetta, ma non posso fare una retro-etichetta con l’analisi chimica che nessun consumatore andrebbe a leggere».

Onorevole, lei è relatore permanente del Ttip per la commisione Agricoltura del Parlamento europeo. A che punto è l’accordo di libero scambio Ue-Usa?
«Lo stato dell’arte delle trattative è in alto mare. È ormai molto difficile che si possa arrivare a un accordo tra i negoziatori di entrambe le parti entro l’amministrazione Obama. Dovremo aspettare l’insediamento della nuova, ovvero a metà-fine 2017, quando saremo in piena campagna elettorale in Germania, poi ci saranno le elezioni francesi, quindi quelle del Parlamento europeo. Perdendo questa finestra dell’amministrazione Obama (siamo nell’ordine dell’uno, due per cento di probabilità) se ne parlerà dopo il 2020. A mio avviso è un’occasione persa, tra qualche anno avremo dei rimpianti».

Ma chi sta portando avanti le trattative?
«Un pool di sessanta esperti, il capo è uno spagnolo, Ignacio Garcia Bercero, e per la parte agricola c’è John Clarke. Ovviamente ci sono anche delegati italiani».

Il vasto fronte del no al Ttip sostiene che ci sarebbe un forte rischio per le nostre Dop visto che l’accordo privilegia la registrazione del marchio rispetto alla provenienza geografica e la libertà di investimento è considerata prioritaria a qualunque normativa che regola salute, sicurezza alimentare, con il rischio di trovarci Ogm, antibiotici e ormoni.
«Gran parte dei rischi paventati da questi movimenti contrari sono falsi. Tirare fuori il tema della carne agli ormoni o gli Ogm è fatto ad arte per creare “fumus”: non sono oggetto di negoziato! E non è neanche vero che le norme europee siano più severe di quelle americane. In alcuni casi è il contrario. E comunque le regole europee non le cambiamo con il Ttip, i consumatori stiano tranquilli».

Ma l’America utilizza gli ormoni come stimolatori della crescita.
«Il regolamento comunitario li vieta, dunque non potranno mai entrare in Europa. La stessa cosa vale per gli Ogm. Anche se questa è un’altra barzelletta del popolo del no Ttip. Perché noi importiamo da Usa, Canada e America Latina il 90 per cento di soia per il mangime. Che è Ogm».

Il fronte del no sostiene che l’accordo Ue-Canada ha ottenuto il riconoscimento tra 27 e 42 prodotti tipici su 1268.
«Non è vero, sono molti di più, sono 157. E tra questi ci sono il 90 per cento delle nostre esportazioni Dop e Igp italiane, perché sono compresi Prosciutto di Parma, San Daniele, Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana e Pecorino. Il Prosciutto di Parma in Canada non poteva entrare perché il marchio era già stato registrato da un’azienda canadese. Per esportarlo là, era costretto a cambiare nome in Prosciutto italiano o altre denominazioni. Oggi grazie a quell’accordo, ormai raggiunto da un anno e dopo sette anni di negoziato (ancora non è stato votato dal Parlamento Ue, si esprimerà in autunno), il Prosciutto di Parma potrà arrivare in Canada come tale. Quello che abbiamo ottenuto è un riconoscimento giuridico, una cosa enorme, tanto è vero che gli Usa sono molto preoccupati per quello che il Canada ci ha concesso. Dove poi non c’è conflittualità di copyright tutti i prodotti riconosciuti saranno venduti con la titolarità del marchio europeo».

E per Il Ttip dovrebbe in teoria funzionare allo stesso modo?
«La richiesta è la stessa, ma negli Usa la massa di prodotti, spesso registrati da italiani che li producono da decine di anni, è enorme, a differenza del Canada dove invece c’erano pochissime produzioni conflittuali. Molti sono formaggi e insaccati: sarà quasi impossibile ottenere un riconoscimento giuridico come per il Canada. La battaglia sugli Stati Uniti va, infatti, fatta soprattutto sull’italian sounding, che è il terzo tema dell’accordo, in materia agroalimentare, dopo le barriere tariffarie e non tariffarie. Oggi, lo dico ai no Ttip, nove prodotti su dieci venduti come italiani negli Usa non lo sono. Peggio di così non può andare. Il negoziato può solo migliorare la situazione. Gli Usa sono 350 milioni di abitanti e non 35 milioni come il Canada. Se solo potessimo limitare l’uso di simbologie che richiamano il made in Italy, avremmo un mercato potenziale importante, di almeno 60, 70 miliardi».

Senza il Ttip l’obiettivo dei 50 miliardi di export fissato dal governo fallisce?
«Non credo, la maggioranza delle nostre esportazioni vanno in Europa e poi stiamo crescendo in tutti i mercati con un ritmo del 7-8 per cento l’anno. Non è azzardato dire che nel 2020 raggiungeremo i 50 miliardi di export. Oggi l’export negli Usa vale 3,6 miliardi, ovvio che con il Ttip farebbe un balzo».

Il Ttip prevede che per la risoluzione delle controverse ci si possa appellare, contro Stati o autorità locali, non a tribunali ordinari, ma ad arbitrati internazionali. Non significa favorire le liberalizzazioni contro le politiche di tutela dei marchi?
«Altro tema pernicioso: li abbiamo chiesti noi! La tecnica dei tribunali internazionali è adottata ampiamente, anche perché non si saprebbe come fare: se ti rivolgi a un tribunale locale, quello dà ragione al suo Stato. Comunque c’è una proposta ulteriore fatta dall’Europa che dovrebbe tagliare la testa al toro: li facciamo pubblici con giudici scelti di comune accordo. Così non ci sono dubbi sulla possibilità delle fantomatiche multinazionali, che vogliono conquistare l’Europa, di influenzare in qualche modo».