La nutraceutica è una scienza giovane, ma potrebbe rivoluzionare l’alimentazione. Studia i componenti attivi del cibo che possono fare bene alla salute

Gli alimenti-farmaco, quelli che associano a componenti nutrizionali proprietà curative, grazie alla presenza di principi attivi, sono oggetto di studio della nutraceutica, una scienza di grande interesse che potrebbe in futuro rivoluzionare il mondo dell’alimentazione. Ma cosa è la nutraceutica? È stata definita come la Via colorata per la salute. Cerchiamo di approfondire quello che potrebbe essere una delle chiavi per l’alimentazione di domani.

La nutraceutica è scienza relativamente recente. Nel 1989 il professor Stephen De Felice, presidente della Fondazione per l’innovazione in Medicina a Cranford, New Jersey, Usa, coniò il neologismo «nutraceutico» come fusione dei termini «nutrizionale» e «farmaceutico» per indicare alimenti, o componenti di alimenti, che danno importanti benefici per la salute dell’uomo in termini conservativi e principalmente preventivi.

Una alimentazione ricca di colori aiuta a stare meglio

«I vegetali hanno colori diversi in virtù di sostanze con caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche diverse – ha spiegato il professor Giorgio Cantelli Forti, presidente dell’Accademia nazionale di agricoltura – Sapere come combinare i diversi alimenti significa sapere come avere la salute. Una volta c’era la cucina dei sapori, poi è seguita quella dell’estetica, come la nouvelle cuisine, oggi siamo in piena cucina della salute. Alimenti e salute è un binomio che potrebbe essere vincente anche per le nostre aziende agricole e la nutraceutica in futuro potrebbe aprire a redditizie possibilità. Serve pertanto fare sistema, in modo da orientare gli agronomi anche su quali coltivazioni privilegiare».

Un esempio pratico l’abbiamo in casa, è l’olio extravergine di oliva. Contiene molti polifenoli che proteggono da stress ossidativo ed è stato pertanto definito «nutraceutico» dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare che decreta gli health claim per determinati alimenti in virtù degli effetti salutistici dimostrati da alcuni suoi componenti.

Il paradosso della nutraceutica è che se da una parte rimanda al futuro, dall’altra pesca dal passato. Il principio di Ippocrate («Fa’ che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo») letto in chiave moderna e con le conoscenze attuali gode di nuovo appeal. «Nel 2030 si stima che il diabete diventerà la settima causa di morte, metà del mondo sta diventando sempre più grassa e la Campania ha la maglia nera dei bambini sovrappeso – ha dichiarato la professoressa Silvana Hrelia, direttore del Centro biochimico della Nutrizione dell’Università di Bologna – Dieta è una parola greca che significa stile di vita, un concetto molto più esteso di regime alimentare. E la qualità della vita, dice la ricerca, dipende sempre di più da come, quanto e anche quando si mangia: l’aspetto edonistico e salutistico non sono incompatibili. Ancora oggi la dieta migliore è quella mediterranea, decretata patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco nel 2010 ma scoperta da un americano, Ancel Keys, durante la seconda guerra mondiale».

Fu, infatti, un fisiologo statunitense a mettere in relazione le basse incidenze di malattie cardiovascolari riscontrabili nelle popolazioni del bacino del Mediterraneo, a partire dagli abitanti del Cilento, Salento e dell’isola di Creta, con le tradizionali abitudini alimentari. La dieta, che venne elaborata sulla base di numerose osservazioni, fu diffusa per la prima volta nel 1945. E sosteneva il basso consumo di carne e grassi saturi, e l’alto contenuto di prodotti vegetali, frutta e verdura, ricchi di componenti nutraceutici bioattivi, oltre a un buon consumo di grassi polinsaturi e cereali integrali. «L’analisi dei dati raccolti in dodici diversi studi su 280.000 soggetti – ha affermato Silvana Hrelia – ha rivelato che i soggetti che consumano da tre a cinque o più di cinque porzioni al giorno di frutta e verdura presentano una riduzione del rischio di patologie cardiovascolari del 7 per cento e 17 per cento rispettivamente nei confronti di soggetti che consumano meno di tre porzioni al giorno».

Fao e Oms suggeriscono 400 grammi di consumo al giorno di frutta e verdura in modo da garantire l’assunzione di circa 1,5 grammi di fitocomponenti nutraceutici. «Oggi stiamo scoprendo i precisi meccanismi biochimici alla base sia del processo d’invecchiamento sia delle principali patologie e possiamo selezionare alimenti contenenti specifici componenti in grado di effettuare precise “missioni” a livello molecolare» ha evidenziato la professoressa Hrelia. Ma quante sono queste sostanze nutraceutiche? Stando alle stime, sono stati identificati circa trentamila fitocomponenti nei vegetali, di cui circa un terzo sono presenti negli alimenti vegetali di comune consumo. L’effetto di molti, dunque, è ancora sconosciuto. Il che apre orizzonti molto ampi sui campi di applicazione.

Come mangiare, allora? Un consiglio semplicissimo è seguire la via colorata dei cibi, una strada che porta diritto alla salute. «Guardiamo il colore quando andiamo al supermercato, più mangiamo colorato e più è salutistico – ha proseguito – Sono cinque i colori della salute: blu-viola, verde, rosso, giallo-arancio e bianco. Ognuno è una sorta di indicatore del potenziale nutraceutico, anche se è nella loro sinergia che si ha il miglior effetto protettivo. Se tutti sono associati a un minor rischio di tumore o malattie cardiovascolare, il blu ha anche un effetto positivo sull’invecchiamento, il verde su occhi e denti, il giallo sul sistema immunitario, il bianco sul colesterolo, il rosso sulla memoria. Nelle scelta di un’arancia, la nutraceutica, per esempio, ci dice di propendere per quella rossa di Sicilia (varietà Moro, Tarocco, Sanguinello - ndr). Queste, infatti, hanno lo stesso quantità di vitamina C di quelle bionde ma contengono le antocianine, particolari flavonoidi antinfiammatori in grado tra l’altro di diminuire il pericoloso grasso viscerale».

Le sostanze nutraceutiche sono, dunque, migliaia. Tra queste ci sono i flavonoidi, protettivi a livello cardiovascoalre, che si trovano anche nel vino rosso e nel cioccolato, «vietato dai dietologi vecchio stile». Un super alimento è poi il broccolo, «capace di costringere i nostri geni a dare risposte positive e salutistiche». Quindi i ben noti Omega-3, contenuti nelle noci o nel salmone, che abbassano il livello dei trigliceridi; gli isoflavoni, presenti nella soia o nel tofu, che proteggono dal tumore al seno e abbassano il colesterolo cattivo; la fibra, che si trova nella pasta integrale o nei fagioli, in grado di ridurre il rischio di malattie cronico-degenerative; il licopene, contenuto nel pomodoro o nel sugo di pomodoro, che previene da malattie neurodegenrative e cardiovascolari; l’acido ascorbico dell’arancia, che ha elevate proprietà antiossidanti contro i radicali liberi. L’indice Orac ha classificato il potere antiossidante dei vegetali distinguendone in tre gruppi. Al gruppo più efficace appartengono i cavoli di Bruxelles, i mirtilli, le more, il succo d’uva nero, le prugne nere, le barbabietole, gli spinaci e il cavolo verde.

Ma oltre al «come» e «quanto» mangiare c’è poi un aspetto tutt’altro che secondario, «quando» mangiare. Le ultime novità sugli studi dell’orologio biologico circadiano dicono che il metabolismo non è lo stesso nell’arco della giornata, ma dipende dall’orario di assunzione degli alimenti, e per ottimizzarlo bisogna adeguarsi. «La crononutrizione e la crononutraceutica saranno la medicina preventiva del futuro» ha sentenziato la professoressa Hrelia. Per sintetizzare un tema che meriterebbe un ampio capitolo di trattazione si può dire che il principio di base è espresso in un vecchio detto popolare cui la scienza dà pienamente ragione: «Mangia al mattino come un re, a mezzogiorno come un principe e alla sera come un povero».

La nutraceutica può dare risposte importanti per altre patologie. Dati epidemiologici rivelano che la dieta mediterranea è associata a un diminuito rischio anche per le malattie neurodegeneretive a carico degli anziani (in un uomo di 80 anni si sono verificati circa 300 milioni di danni ossidativi), a cominciare dall’Alzheimer, per cui è in corso una vera pandemia. «Oggi circa un anziano su dieci in Italia, circa 800mila persone, è affetto da Alzheimer – ha sottolineato il professor Giovanni Scapagnini, socio fondatore della Società italiana di nutraceutca – e da qui al 2050 la quota salirà a uno su tre. L’Alzheimer è il fallimento dell’approccio classico. La demenza inizia quasi vent’anni prima, ma da un punto di vista cerebrale dipende ancora di più da ciò che mangiamo: la dieta mediterranea, dicono gli studi, riduce il rischio di essere colpiti da questa malattia ma ci sono alcuni specifici nutraceutici che interferiscono».

L’équipe del professore Scapagnini collabora in particolare con il gruppo di ricerca che studia la popolazione di Okinawa, in Giappone, una delle «blue zones», le aree di longevità nel mondo. «Ci sono anche elementi genetici in sé che proteggono questa popolazione, ma contano anche delle linee alimentari particolari adottate». Il regime dietetico degli abitanti di queste isole giapponesi prevede, infatti, un basso contenuto di calorie, con digiuni intermittenti, unito a un’alta densità di prodotti nutritivi; basso impatto glicemico (non mangiano il riso ma una patata dolce, la patata americana), altissimo contenuto di polifenoli (bevono per esempio la curcuma come fosse un tè), alto consumo di Omega-3 (si nutrono dell’alga wakame). La curcuma, in particolare, sarebbe un potentissimo protettore dei neuroni contro lo stress ossidativo e avrebbe un impatto anche sul microbiota. Alcuni studi epidemiologici dimostrano che in India, dove la curcuma è ampiamente usata nella dieta, c’è una minore diffusione di Alzheimer (di circa quattro volte inferiore rispetto agli Usa in pazienti tra 70 e 80 anni) e morbo di Parkinson». Sembra incredibile ma ci sono ricerche che dimostrano gli effetti del sulforafano (presente nei broccoli) nel trattamento dell’autismo, del cacao nelle malattie cardiovascolari, del riso rosso fermentato nell’abbassamento del colesterolo come ha sostenuto il professor Arrigo Cicero, presidente della Società italiana di nutraceutica. «Le prospettive della nutraceutica sono una delle poche speranze per evitare il collasso della sanità» ha concluso il professor Scapagnini.

Un fronte molto difficile è quello del cancro. «Il presidente degli Usa Richard Nixon gli aveva dichiarato guerra nel 1971, ma oggi la battaglia è fallita e serve ristudiare un piano di battaglia consapevoli che la pallottola magica non esiste» ha ammonito la professoressa Patrizia Hrelia, presidente della Società italiana di tossicologia. Anche qui la nutraceutica viene però in soccorso. «I fitochimici interferiscono con le diverse fasi del processo tumorale e dunque certi alimenti possono fare blocco, rallentare o addirittura arrestare il processo»: ha sottolineato la professoressa Hrelia. L’elenco dei cibi top contro il cancro comprende aglio, pomodoro, cavolfiore, zenzero, broccoli, tè verde, uva, curcuma, rucola, cavoli di Bruxelles. I broccoli, importati negli Stati Uniti dall’Italia da Thomas Jefferson, nel 1767, sono stati al centro di una sorta di disfida a colpi di battute tra i vari presidenti. Con Nixon il broccolo divenne la bandiera green dell’America contro il cancro, tanto che si diffuse pure un tè alle brassicacee. George H. W. Bush si dichiarò a sfavore («I do not like broccoli»). Hillary Clinton lanciò uno slogan nella campagna elettorale («Let’s put broccoli in the White House again»). George W. Bush si espresse di nuovo contro i broccoli. Fino a Michelle Obama, con la nuova riabilitazione legata alla predilezione del marito («Broccoli is his favourite food»). Purtroppo solo l’utilizzo di combinazioni di fitochimici è in grado di esercitare il maggiore effetto preventivo nei confronti del cancro. «Resta a oggi l’incapacità di traslarne gli effetti con un integratore, definendo i tempi, la durata e la modalità di assunzione. E non sappiamo se trattamenti di lunga durata possono essere nocivi» ha ammesso la professoressa Hrelia. Quindi una dieta corretta e bilanciata resta a oggi il migliore strumento di prevenzione del cancro.