Scegliendo i prodotti con il marchio blu MSC si premiano le aziende di pesca che rispettano l’ecosistema e adottano pratiche sostenibili

Nell’acquisto di prodotti di carne i consumatori sono sempre più attenti alle pratiche green, condizioni degli allevamenti, emissione di CO2. Più difficile che accada per il pesce. Spesso non ci si pone alcuna domanda su come venga pescato, quali metodi adottati per la cattura, se sia un pesca distruttiva o rispettosa dell’ambiente, se tuteli specie protette. Basti pensare al tonno rosso del Mediterraneo, in via di estinzione a causa della pesca pirata, come denuncia Greenpeace. A sostegno della pesca sostenibile è nato il marchio blu MSC, il programma di etichettatura e certificazione più importante al mondo, garantito da un'organizzazione internazionale non profit, Marine Stewarship Council. Viene concesso sulla base di un programma scientifico di rispetto di alcuni standard: salute dello stock, impatto sull’ecosistema, efficace gestione dell’attività di pesca. L’intera filiera produttiva viene poi certificata in modo tale da poter tracciare ogni singolo prodotto, dal mare al piatto e dal piatto al mare. Basti dire che ogni anno MSC effettua il Dna test su circa 260 prodotti per verificare che la specie dichiarata sia quella utilizzata. L’organizzazione no profit ha base a Londra e uffici in tanti Paesi d’Europa, ma non solo, Usa, Sudafrica, Cina. Abbiamo sentito Francesca Oppia, program director di Marine Stewarship Council Italia.

Come è nata MSC?
«L’organizzazione è nata a Londra nel 1997 a seguito di una crisi scoppiata in Canada, nel 1996, dovuta alla difficile disponibilità del merluzzo, che ha messo a rischio l’attività di 35mila pescatori. Wwf e Unilever si sono messi a un tavolo per capire cosa potevano fare insieme, stabilire un programma per la pesca sostenibile. Erano anni di grande sfruttamento degli oceani, non c’era ancora la consapevolezza delle risorse limitate. Lo scorso anno è nato l’ufficio italiano. E in un anno il mercato ha cominciato a rispondere agli stimoli».

Quali sono i maggiori problemi che ostacolano la pesca sostenibile?
«Il grosso problema è l’overfishing: alcuni stock sono eccessivamente sfruttati e non c’è un piano di lungo periodo per ricostituire lo stock. Non ci sono poi piani efficaci di gestione a livello nazionale, comunitario o internazionale. Per esempio, sulla pesca del tonno in alcune aree la difficoltà è dovuta al fatto che sul medesimo stock pescano flotte pescherecce di paesi diversi per cui è necessario mettere d’accordo interessi differenti. Poi c’è bisogno di creare un consumatore più attento che deve essere informato, educato e guidato attraverso una comunicazione semplice e chiara».

Qual è il vostro obiettivo?
«Noi siamo un’organizzazione no profit, vogliamo promuovere la pesca sostenibile tutelando nel contempo l’attività della pesca. Stabiliamo gli standard, una serie di requisiti che, se verificati, definiscono una pesca sostenibile e la tracciabilità del prodotto».

Quali sono i criteri per definire la sostenibilità in acqua?
«Consideriamo tre grandi aree. La prima è lo stock, cioè la specie ittica valutata deve potersi riprodurre all’infinito; la seconda è l’impatto sull’ecosistema, comprende per esempio la tecnica e lo strumento di pesca e gli effetti che ha su un determinato ambiente. Un esempio: la pesca a strascico su una barriera corallina non è sostenibile. Ma su un fondale sabbioso sottoposto a grandi correnti potrebbe esserlo. Il terzo aspetto importante è la gestione efficace nel lungo periodo».

Chi controlla questi standard?
«Per mantenere l'imparzialità e la nostra completa indipendenza, la certificazione al nostro programma viene rilasciata da un ente terzo, Cab (Conformity Assessment Bodies). Questo significa che MSC non effettua alcuna valutazione e non rilascia certificati. A sua volta i Cab sono soggetti all'accreditamento da parte di un ulteriore organismo, Asi (Accreditation Services International). La gestione di un programma di certificazione ed etichettatura da parte di un ente terzo garantisce che il nostro programma sia credibile e conforme alle migliori linee guida, come stabilito dalla Iseal e dalla Fao».

Qual è il costo?
«Il costo dipende molto dalla complessità ed è assolutamente differente per un piccolo pescatore che per una flotta peschereccia di 50 barche, per esempio. Potrebbe costare dai circa diecimila euro ai centomila. Questa è solo una stima di massima in quanto il costo della certificazione è stabilita dai Cab e a essi viene corrisposto. Inoltre per i piccoli pescatori esistono diverse iniziative che li supportano sia per il processo sia per la parte economica».

È un processo chiuso o aperto?
«Aperto. Vengono invitati tutti le parti interessate a partecipare: governo locale, Ong, produttori, venditori, anche i cittadini possono aderire. E chiunque, su base scientifica, può fare obiezioni. C’è anche un gruppo di peer review che rivede il documento finale per capire se il processo di valutazione è corretto. Alla fine il pescatore ottiene un documento che certifica che la sua pesca è sostenibile».

E per un’azienda di trasformazione?
«Un’azienda di trasformazione che acquista materia prima certificata MSC e vuole vendere i suoi prodotti con il marchio blu deve ottenere la certificazione secondo il nostro Standard Catena di Custodia. Anche in questo caso, l’audit, viene effettuato da enti terzi e indipendenti. Lo standard MSC per la Catena di Custodia è uno standard di tracciabilità che è applicabile all’intera supply chain. Questo assicura ai consumatori, in maniera semplice, che i prodotti ittici con il marchio blu MSC provengono da una pesca sostenibile certificata».

Quant’è oggi il pescato con marchio MSC?
«Oggi il marchio blu MSC è presente su circa 20mila prodotti nel mondo. Circa il 10 per cento del pesce pescato a livello globale è certificato secondo i nostri standard. Le aziende di pesca certificate sono 286 e quelle in fase di certificazione 95».

Qual è la situazione per l’Italia?
«Ci sono venticinque aziende italiane certificate e oltre cento estere che vendono prodotti con il marchio blu in Italia: sono circa 400 prodotti certificati MSC nel nostro Paese, che vanno dal fresco al refrigerato allo scatolame. Ma non provengono da pesca in mari italiani».

Come è possibile?
«Per una serie di problematiche, a cominciare dall’overfishing, si pesca troppo, mancano poi piani di gestione. E a volte non si hanno informazioni necessarie sugli stock. Oggi il pesce che si consuma in Italia è circa per il 30 per cento locale e il 70 per cento importato dall’estero. Al momento non ci sono prodotti certificati che provengono da mari italiani, ci stiamo lavorando ma è un processo più lungo: il Consorzio Mare Adriatico è entrato solo da poco in fase di certificazione. C’è anche il problema della parcellizzazione della pesca in Italia. Se però il mercato domanda, le aziende di pesca sono più motivate a entrare. I prodotti stanno aumentando sempre più. Lavoriamo con le aziende e i venditori, ma anche con i consumatori attraverso campagne di comunicazione».

Qual è la parte maggiore di disponibilità di prodotti certificati?
«Surgelati. Sul fresco è più complesso: il prodotto c’è, ma è più business-to-busines che business to consumer».

Avete partner importanti in Italia?
«Ikea: tutto il loro pesce, quello dei ristoranti, negozi, è certificato. Abbiamo un accordo con Lidl, Carrefour ha cominciato ad avere i primi prodotti certificati. Anche Bofrost nel suo catalogo ne ha diversi».

Ci sono degli chef che promuovono questa causa?
«Lisa Casali, nota eco-food blogger, e Fabrizio Ferrari, chef stellato di Lecco, sono nostri ambassador. E il suo ristorante, Al Porticciolo 84, è certificato: il primo in Italia. Utilizza pesce con marchio MSC: il cliente lo può verificare dal menu, dove viene indicato. Al momento è l’unico ma diversi chef ci hanno chiamato e c’è grande interesse nel mondo del food e della ristorazione. All’estero ci sono anche grandi catene di ristoranti e hotel certificati, tra questi l’Hotel Hilton».

Qual è il riscontro sui consumatori?
«Apprezzano. A loro non interessano black list e vogliono semplificazione nella comunicazione e in positivo: un marchio blu, stampato sulla confezione del prodotto, che riassume tutto, è più comprensibile e permette di dare il proprio contributo alla salute degli oceani in maniera semplice e veloce».

Oltre al tonno rosso della Sicilia quali sono i pesci «problematici» in Italia?
«Le acciughe, le sardine: fanno bene alla salute ma non sono sempre… “in buona salute”. Sono disponibili, invece, per esempio, le acciughe cantabriche, che sono certificate».