Marinig è un’azienda dei Colli Orientali friulani che ha scelto di produrre vini che nascono da vitigni autoctoni e piacciono per la loro rusticità

Prepotto è a pochi chilometri da Cividale del Friuli, in provincia di Udine. Quasi al confine con la Slovenia, a cento metri sopra il livello del mare. Lì la bora soffia spesso. Dura anche quindici giorni. Il freddo impedisce alla vite di crescere in altura: oltre duecento metri di altitudine non dà frutti. Ma d’estate il clima ventilato favorisce uve sane, che non vengono attaccate da muffe e parassiti. Qui si trova Marinig, azienda familiare che dal 1921 produce vini di qualità, con risultati eccellenti, su otto ettari di superficie. Basti dire che il Sauvignon è stato premiato con la Medaglia d'oro alla settima edizione del Concorso mondiale del Sauvignon in Spagna. Ma la peculiarità di Marining è dare identità al territorio, puntando su rossi autoctoni. Vini rari, di produzione limitata, poco conosciuti fuori dalla regione, ma che stanno riscontrando apprezzamenti crescenti da wine lover che vogliono scoprire gusti meni «ruffiani» e più «rustici»: Schioppettino, Pignòlo, Refosco. Ne abbiamo parlato con Valerio, perito enotecnico, alla guida dell’azienda, che abbiamo incontrato a Milano ad «Autoctono si nasce», il tradizionale appuntamento dedicato ai vini autoctoni italiani promosso dall’associazione Go Wine.

Marinig va avanti da quattro generazioni: il segreto è la famiglia?
«Sì, lavoriamo tutti uniti: con me c’è mia moglie, Michela, laureata in Economia e Commercio; mia madre Marisa, che è sommelier. E mi aiuta ancora mio padre Sergio, che è in pensione, e ha proseguito l’attività di mio bisnonno Luigi. Lui ha acquisito l’azienda nel lontano 1921».

L’artigianalità vi contraddistingue: come lavorate in vigna e in cantina?
«Operiamo manualmente in vigna: potatura, vendemmia. Si meccanizzano poche cose. Facciamo agricoltura integrata: attuiamo un protocollo di riduzione di fitofarmaci».

Che cosa dà il clima dei Colli Orientali ai vini Marinig?
«Prepotto è una valle chiusa. Siamo a cento metri sopra il livello del mare: l’Adriatico è vicino. La valle è sempre ventilata, non da Nord, essendo riparata dalle Alpi ma da Nord-est. Ogni tanto arriva la bora. Quando soffia, soffia bene: anche diversi giorni. La vite da noi resiste fino a duecento metri, non oltre: è troppo freddo. In Trentino coltivano invece anche a seicento metri. In inverno però è difficile che a Prepotto nevichi: si butta in pioggia. D’estate, grazie a quest’aria, l’attacco delle malattie è più debole sulle vigne».

La zona dei Colli Orientali è rinomata per i bianchi: il vostro Sauvignon 2014 è stato premiato con la Medaglia d'oro alla settima edizione del Concorso mondiale del Sauvignon svoltosi nella regione del Rueda in Spagna.
«Sì, una bella soddisfazione. Io ho sei cloni di Sauvignon su terreni diversi. La valle dello Judro è lunga quattro chilometri e larga uno. Vicino al fiume ho terreni più ciottolosi, dove sale verso le colline sono più argillosi. La sapienza è vendemmiare in zone diverse. Ci vuole il clima giusto e saper giocare questi cloni su terreni e annate diverse. Così si cerca di portare dentro il vino il panorama più ampio degli aromi».

Come si presenta questo prestigioso Sauvignon?
«È un equilibrio di aroma e gusto. Alcuni producono un Sauvignon che predilige il profumo, poi in bocca è spento. Nel mio si sentono molto il peperone, la salvia e la menta: nel naso ma anche in bocca. Degustato anche dopo cinque, sei anni, cambiano le note e il timbro, ma rimane super».

Come si abbina?
«Otto persone su dieci stravedono per il Sauvignon: ci farebbero il bagno. Le altre due non ne vogliono sapere. O lo ami o lo odi. Io lo vedo bene con dei primi carichi di sapori, con funghi, crepes. O formaggi».

Nella vostra gamma di produzione ci sono diversi vini che nascono da vitigni autoctoni.
«Sì, c’è una riscoperta. Si nota che c’è un denominatore comune anche nelle loro proprietà organolettiche che li lega al terreno. Un qualcosa che non c’è negli internazionali e che si perde. Prepotto, in realtà, è sempre stata caratteristica anche per i rossi: diciamo a metà tra bianchi e rossi. Lo Schiopettino è nato lì».

E qual è questo «quid»?
«Difficile da spiegare. Una certa rusticità. Non quel modo ruffiano, perfettino che trovi per esempio in un Merlot. I nostri autoctoni hanno quasi un marchio quando li assaggi».

Vediamo di conoscerli meglio. Come si differenziano i vari Pignòlo, Schioppettino, Refosco dal peduncolo rosso?
«Lo Schioppettino, di colore rosso rubino, ha i tannini più eleganti, sentori di spezie. Bisogna dargli equilibrio nel vigneto: non va completamento defoliato, per esempio, e non va portato fino a 14 gradi. È un vino piacevole da pasteggiare e invecchia una decina d’anni. Il Pignòlo al naso sembra più setoso e rotondo dello Schioppettino, ma è un vino più difficile. Ha una quantità enorme di tannini: il doppio degli altri vitigni. Non lasciano però sentori amari. Il legno, la barrique, serve per far sì che si affinino in modo da renderli meno ruvidi. Il disciplinare prevede tre anni per andare in commercio: io ne faccio cinque, con l’affinamento in bottiglia. Con le carni fa grandissima figura, pulisce il palato. L’ho provato con arrosticini di pecora, sembrava un Merlot e gli arrosticini andavano giù come il pollo! Il Refosco è il più selvatico dei tre. Ha tannini un po’ scomposti, un colore più carico e una maggiore acidità».

Che produzione complessiva fate?
«Circa venticinquemila bottiglie, divise a metà tra bianchi e rossi. Tra i rossi lo Schioppettino, come quantità, vale il 50 per cento. Qualcosa mandiamo anche all’estero, in Germania».

Perché scegliere di produrre vini che nascono da vitigni autoctoni e non stare su quelli internazionali?
«Perché la gente li cerca. A Milano, ad “Autoctono si nasce”, tutti volevano lo Schioppettino di Prepotto: avevo anche il Merlot, buono, ma neanche veniva assaggiato. Comincia a essere conosciuto, anche se ci sono poche bottiglie in giro. Ho clientela austriaca e tra i rossi è quello che ha più richiesta».

Producete anche vini da meditazione autoctoni, più noti, Verduzzo e Picolit.
«Il Verduzzo ha un colore aranciato, con note tanniche leggere. Il tannino che si porta dietro della buccia fa sì che la parte zuccherina si senta meno. È adatto a pasteggiare con biscotti, zucca, formaggi. Il Picolit ha note di fiori d’acacia: è più elegante, più da meditazione. Ed è più concentrato. L’appassimento avviene in cassette».

Alla fine paga puntare sugli autoctoni?
«Vent’anni fa si sceglievano gli internazionali perché danno meno problemi. Lo Chardonnay è preciso: ogni anno produce, indipendentemente dall’annata piovosa o meno. Si capisce perché questi vini hanno invaso il mondo! Lo Schioppettino ha sempre i suoi fastidi e il Pignòlo, se l’annata è piovosa, non produce niente. Poi bisogna conservarlo anni. Prosecco e Ribolla, per dire, sono pronti subito. E si può passare all’incasso. Ma noi vogliamo dare identità al territorio».