Una ricerca Nomisma-Wine Monitor evidenzia come nelle Marche l’agricoltura e il vino hanno trainato l’economia regionale in tempo di crisi

Quando la ripresa e l'innovazione del sistema economico e il benessere materiale e immateriale di una popolazione passano dalla terra. L'esempio viene dalle Marche, regione tradizionalmente di confine – come indica, appunto, il suo nome storico – capace di porre le basi e le fondamenta di un rilancio della sua economia nel più “materiale” e “fisico” dei settori produttivi: quello primario, come lo chiamano i tecnici, l'agricoltura, come invece lo definiscono le persone comuni. Già, l'agricoltura, la terra. Come dire, la fatica e il sacrificio, il lavoro senza orari e festività. Quello che ti lascia sporco e magari puzzolente per letame e concime. Quello che ti dà da mangiare.

Il futuro dell’Italia potrebbe essere quello che è accaduto nelle Marche

In questa regione storicamente di cerniera tra nord e centro della penisola, la crisi economica si è trasformata in un volano per il rilancio e l'innovazione del settore agroalimentare – vino in primis – che oggi è arrivato a valere qualcosa come 2 miliardi di euro, conta su 43mila imprese (il 28 per cento del totale regionale), conta 70mila occupati (11 per cento) e presenta un valore aggiunto sull’economia regionale quasi doppio rispetto alla media nazionale (12 per cento contro 7 per cento). Numeri impressionanti, rilasciati da uno studio – “Il valore socioeconomico del vino e dell’agroalimentare nelle Marche” – sugli impatti socioeconomici della filiera agroalimentare marchigiana realizzato da Nomisma/Wine Monitor e presentato a Vinitaly con l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT).

Tanto denaro, tanto valore, tanto lavoro. Benessere materiale, ma non solo. Perché accanto ai numeri che indicano l'importanza dell'agroalimentare nella vita economica di questa regione ce ne sono altri che danno l'idea del contributo del settore alla qualità della vita. Ventottomila aziende agricole, abbiamo detto, che occupano una superficie utilizzata di 472mila ettari: la metà dell’intera superficie della regione. Vale a dire che metà del territorio marchigiano è curato, accudito, manutenuto, perché produttivo, con tutte le conseguenze positive che possiamo immaginare per la qualità dell'ambiente, la qualità dei prodotti della terra e, in ultima analisi, la qualità della vita in queste zone.

Altro valore importante denunciato in questo studio è la dimensione media delle aziende agricole marchigiane: 10,5 ettari, oltre il trenta per cento in più rispetto alla media nazionale (7,9 ettari). Non è solo un aspetto statistico: maggiore dimensione significa un patrimonio maggiore, concentrazione di risorse, possibilità di diversificare interventi e produzioni, di impostare una strategia ed un modello di business migliore rispetto ad aziende più piccole.

Lo studio dimostra anche come negli anni di recessione economica l’agroalimentare made in Marche sia andato controcorrente, con una sostanziale tenuta del valore aggiunto, a fronte di perdite importanti degli altri settori nella regione. L’industria manifatturiera è passata dal 25,3 per cento al 21,7 per cento, le costruzioni dal 6,4 per cento al 5,4 per cento, l’elettronica dal 4,8 per cento al 4 per cento: un segno negativo dopo l'altro. E se in un contesto di calo occupazionale l’agroalimentare mantiene inalterato il suo contributo, è evidente l’escalation dell’export del settore, cresciuto negli ultimi 10 anni 4 volte più del totale manifatturiero (+107 per cento contro 27 per cento). Con l'agricoltura che è andata ancora più in là: il suo export, dal 2005 al 2015, ha fatto un balzo in avanti del 286 per cento.

Ecco quindi che il direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini, Alberto Mazzoni può ben dire che nelle Marche la terra «oggi rappresenta un ritorno al futuro su cui puntare fortemente, anche in termini di immagine distintiva dell’intera regione. Per questo crediamo nella strategicità della nuova compagine associativa “Food Brand Marche”, che conta già circa la metà del Pil del settore e che promuoverà i nostri marchi nel mondo».

È su questo progetto che le istituzioni marchigiane puntano per creare profonde sinergie tra agricoltura, enogastronomia e cultura, e far crescere l’economia regionale, rafforzando il legame tra territorio e prodotto, rilanciando le aree interne per sottrarle all'abbandono, senza peraltro rinunciare al turismo balneare e a quello dei centri storici.

Nel dettaglio, il vino rappresenta il primo prodotto alimentare marchigiano esportato e influisce, in valore, su quasi un quarto dell’intero commercio. A seguire “pasta e prodotti da forno” (12 per cento), “conserve vegetali” (10 per cento), “carni” (8 per cento), “mangimi” (7 per cento).