Mafia nel nome e prodotto tarocco “rubano” 75 miliardi all’agroalimentare italiano. Molti alimenti sono made in Europa e richiamano la criminalità organizzata, dal caffè Mafiozzo al Fernet Mafiosi, ma l’Ue fa orecchie da mercante. Coldiretti: «Danno anche all’immagine, serve una legge»

Ha avuto una vasta eco la provocazione di Coldiretti che, al proprio padiglione presente a Expo, ha messo in mostra alcuni esempi di prodotti che in modo furbo e pacchiano imitano il made in Italy: Parmesan e Prosecco russi (con scritte in cirillico), San Daniele canadese, Chianti bianco svedese, Firenza Salami (Germania), Chapagetti coreani. Un sistema teoricamente legale, ma elusivo, che causa un danno al settore agroalimentare italiano di 60 miliardi e 300mila posti di lavori perduti. Circa il 25 per cento dei Paesi presenti all’Esposizione Universale, secondo l’indagine di Coldiretti, vendono imbarazzanti e fantasiose interpretazioni di prodotti e piatti che richiamano il territorio italiano, in sfregio all’identità nazionale.

Se è vero che molti di questi prodotti arrivano da Paesi sviluppati, e non in via di sviluppo, Usa (il 99 per cento dei formaggi americani riporta nomi italiani), Canada e Australia in testa, molti di loro, cosa incredibile, sono addirittura made in Ue, che invece dovrebbe tutelare gli Stati membri. Il caffè Mafiozzo (Bulgaria), la Sauce Mafia (Belgio), i tortelloni con polenta (Austria), la Zottarella (Germania), il Barbera Bianco e il Salami Genova (Romania), il Salame Toscana (Danimarca) sono alcuni dei cattivi esempi di danno al made in Italy. L’Europa, dunque, che da una parte s’interessa della lunghezza delle zucchine e del diametro delle vongole, chiude un occhio sul «tarocco». «Il Fernet Mafiosi (al plurale, tanto per essere più espliciti – ndr), fatto in Germania, non doveva accadere perché è anche lesivo della nostra immagine. Ci vuole una legislazione che in Europa non c’è» ha affermato Rolando Manfredini, responsabile sicurezza alimentare di Coldiretti, intervenuto a un dibattito, tenutosi al Circolo della Stampa, a Milano, sul tema «Cosa c’è nel piatto? Sicurezza alimentare, contraffazione e ruolo dell’informazione»organizzato da Arga Lombardia-Liguria.

La qualità e la sicurezza degli alimenti italiani è universalmente riconosciuta e per questo sfruttata attraverso l'italian sounding

Il meccanismo sfrutta il buon nome italiano non solo per la qualità, che ci è universalmente riconosciuta, ma anche per la sicurezza, altro plus nazionale. «Il sistema di allerta italiano – ha fatto notare Manfredini – offre il 184 per cento di controlli in più rispetto agli altri Paesi europei e il cibo italiano è il più sicuro al mondo, con residui chimici dieci volte inferiori agli altri Paesi Ue, secondo i dati dell’Efsa (Autorità europea di sicurezza alimentare). Va poi detto che l’80 per cento degli allarmi alimentari segnalati dal sistema di allerta rapido Rasff dell’Unione europea vengono da Paesi extraeuropei. Eclatanti in passato – ha aggiunto – sono stati i casi di fenilbutazone (antinfiammatorio usato per curare i cavalli sportivi – ndr) ritrovato nella carne di cavallo alimentare, scandalo che coinvolse una ventina di Stati. In quel caso non si riuscì a capire da dove veniva e come era stata trattata quella carne, il che la dice lunga sulla necessità di una filiera corta. Ma abbiamo avuto anche la diossina nei polli e nei mangimi».

«Solo in Lombardia – ha ricordato l’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, Gianni Fava – vengono fatti ogni giorno 20 mila controlli campione di latte, quanti non ne riesce a fare la Lituania in un anno».

Se l’Europa fa orecchie da mercante, l’Italia ha tentato di mettere qualche pezza. «Il piano per l’export annunciato dal governo prevede per la prima volta azioni di contrasto all’italian sounding a livello nazionale», ha riconosciuto il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo. Il sottosegretario all'Economia, Paola De Micheli, in una recente intervista, ha ricordato che «il ministero per le Politiche agricole è il primo ad aver siglato un accordo con le piattaforme web eBay e Alibaba per contrastare i falsi alimenti e tutelare le denominazioni Dop e Igp (271 nel settore cibo, 523 in quello del vino). E che «sono state bloccate su Alibaba circa 5mila tonnellate di falso Parmigiano in una sola operazione. Inoltre grazie alla norma ex officio, contenuta nel “Pacchetto qualità” approvato dal Parlamento europeo lo scorso anno – ha puntualizzato il sottosegretario – abbiamo messo in campo uno strumento concreto per bloccare fenomeni di contraffazione anche all’interno dei confini europei».

Omologazione al ribasso, sembra sia questa la bussola che orienta l’Europa (si veda la vicenda del latte in polvere per produrre i formaggi). E naturalmente sono i consumatori a pagare le conseguenze con un abbassamento della qualità e l’occultamento di informazioni essenziali. «Con un apposito kit si può fare un Barolo in 28 giorni – fa sapere ancora Manfredini – Il kit contiene mosto sterile, altrimenti fermenterebbe». «Nove referenze (tipologie di prodotto – ndr) su dieci che troviamo nella grande o piccola distribuzione non hanno l’indicazione del Paese di produzione» ha comunicato Attilio Barbieri, giornalista e blogger. «E inoltre dal 13 dicembre 2014 il recepimento del nuovo regolamento europeo sull’etichettatura non obbliga più a indicare lo stabilimento di produzione». Non stupisce allora che due confezioni di latte su tre e un prosciutto su quattro non siano italiani.

«La Germania non applica all’agrolimentare la stessa politica seguita per il settore industriale – ha detto Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Lombardia e vicepresidente nazionale a conclusione del convegno – Guai a imitare un marchio come la Mercedes o l’Audi. Però siccome i tedeschi non hanno qualità per l’agroalimentare, allora lì il comportamento cambia. Per non parlare della sicurezza, basti dire, come denunciato da una stessa inchiesta di Der Spiegel, che negli allevamenti locali di suini si fa largo uso di antibiotici».

Ma non è tutta colpa dell’Europa. «C’è anche il problema dell’italian sounding “italiano”, aziende che mettono le bandierine di prodotti fatti all’estero e distribuiti in Italia» ha aggiunto Prandini. E un danno, pesante, arriva poi dalle agromafie, che «fatturano circa 15,4 miliardi l’anno». Senza dimenticare i 5 mila ristoranti italiani in mano alla criminalità organizzata, come ha denunciato Coldiretti. L’ultimo blitz, un’operazione condotta dalla Dia in Campania, Lazio e Sicilia contro la gestione monopolistica di alcuni mercati ortofrutticoli, ha portato al sequestro di beni per un valore di 100 milioni di euro.