Lucchetti è una azienda familiare marchigiana protagonista del rilancio del Lacrima di Morro d’Alba che nasce da un vitigno autoctono e piace negli Usa

Quando è maturo, l’acino trasuda goccioline di succo che sembrano lacrime. Da qui il nome. Il Lacrima di Morro d’Alba è un antico vitigno autoctono marchigiano. Dagli anni '80 è cominciata la sua rinascita grazie a un paio di produttori che l’hanno rilanciato. Uno di questi si chiama Lucchetti, azienda agricola familiare. Oggi il suo Lacrima ha conquistato gli Usa dove esporta il 40 per cento della sua produzione. Piace ai giovani hi-tech di Seattle, nello Stato di Washington. E ottiene prestigiosi riconoscimenti da Wine Spectator, bibbia del vino. Il Lacrima è un vino semiaromatico, che profuma di rose. «Ti lascia un ricordo e ti dà un’emozione unica: non lo dimentichi più» racconta Paolo, 33 anni, alla guida dell’azienda, che abbiamo incontriamo a Milano durante «Autoctono si nasce», appuntamento dedicato ai vini autoctoni italiani promosso dall’associazione Go Wine.

Come nasce l’azienda?
«L’azienda è stata avviata da mio nonno Armando, nel primo dopoguerra. Lui è nato nella casa colonica, a Morro d’Alba, dove oggi si trova la cantina. Faceva il mezzadro per un grosso proprietario terriero di origine romana. Con grandissimo sacrificio riuscì ad acquistarla con i primi dieci ettari. Con mio padre Mario, convertì tutti gli appezzamenti in vigneti e insieme cominciarono a fare vinificazione in modo professionale. Oggi l’azienda continua a operare in modo familiare. Lavoro con io mio padre, mia sorella; mi aiuta un po’ mia moglie oltre ad alcuni operai e collaboratori».

Che produzioni fate?
«Circa 150mila bottiglie. Siamo arrivati a 25 ettari totali coltivati unicamente a vigneto, con soli due vitigni, Lacrima di Morro d’Alba per l’ottanta per cento e il resto Verdicchio dei Castelli di Jesi. Il nostro cuore è però il Lacrima: in questa zona trova il suo habitat naturale e lo esportiamo anche fuori dall’Europa. Il nostro mercato più importante sono gli Usa: facciamo più del 40 per cento grazie al Lacrima di Morro d’Alba».

Come avete fatto a entrare nel mercato americano?
«Grazie a un piccolo importatore che si era innamorato del Lacrima. E che è poi stato assorbito da una grandissima compagnia specializzata in vini. Oggi siamo presenti in quasi tutti gli Stati americani, da New York alla California. il mercato più importante, in particolare, è lo Stato di Washington, con Seattle, dove ci sono Microsoft, Amazon, Boeing».

Il Lacrima ha conquistato il mondo dei giovani hi-tech?
«Esatto, ha incontrato moltissimo il gusto di queste persone che lavorano nell’Ict. Facciamo numero veramente buoni lì».

Come si presenta il Lacrima?
«È un antico vitigno marchigiano, conosciuto in epoca medievale, coltivato esclusivamente in alcuni comuni delle colline di Ancona, nella zona di Morro d’Alba. Il comune si trova su una leggera altura che permette una visuale a trecentosessanta gradi. Da noi vedi tutti i giorni il mare, che è a soli a quattordici chilometri, in modo cristallino. Federico di Barbarossa nel 1167, durante l’assedio di Ancona, scelse la fortificazione di Morro d’Alba come posizione strategica. Quando arrivò all’interno del castello la popolazione portò in dono all’imperatore i prodotti più buoni. E tra questi il succo d’uva di Morro d’Alba. Non fu però tutto rose e fiori. Nella seconda metà del Novecento vide quasi la scomparsa. La rinascita è avvenuta a partire dagli anni ’80».

Grazie a voi?
«A noi e a un altro produttore. Abbiamo creduto fortemente in questo vitigno, investendo soprattutto in ricerca e nella promozione. Noi e questa azienda facciamo 50 ettari sui 250 totali del Lacrima di Morro d’Alba, ovvero un quinto della produzione».

Il Lacrima è un vitigno autoctono.
«I vitigni autoctoni sono le fondamenta della nostra viticoltura. Ci siamo fatti a volte prendere dalle mode, impiantando o facendo affinamenti particolari. Ma ci sono aziende radicate sul territorio che hanno creduto nei vitigni autoctoni e nella loro specificità».

Che cosa trasmette da un punto di vista emozionale?
«Il Lacrima è un vino che ti lascia un ricordo e ti dà un’emozione unica. Non lo dimentichi più. In una degustazione alla cieca lo riconosci in modo netto. Se fatto in purezza e in una certa maniera (niente legno, per esempio), penso che nessun altro vino italiano aromatico riesca a dare quelle sensazioni».

Descrivimelo.
«Al naso ha una percezione aromatica importante: è classificato come semiaromatico, ma andrebbe rivalutato come aromatico. Sprigiona aromi terpenici, derivanti dalla rosa e dalla frutta. Con l’invecchiamento (può conservarsi per decenni, ho bottiglie anche del 1997) va a perdere quell’aroma primario di rosa e assume aromi speziati, quasi balsamici. Mantiene un equilibrio indimenticabile».

Al palato com’è?
«Non è dolce, ma secco. Ha una chiusura amaricante che è caratteristica. Ha un tannino leggermente erbaceo che dà note verdi e che con il tempo risultano più rotonde. Oggi c’è qualche produttore che sta snaturando questo identikit inseguendo filosofie di mercato, specie per l’Est Europa o Asia, che lasciano residui zuccherini e coprono le note amaricanti».

Come lo affinate?
«La nostra politica è preservare questi aromi e la sua tipicità al massimo. Nelle Marche c’è sempre stato un uso tradizionale delle botti di cemento più che del legno. La barrique non si usava da nessuna parte. Un tempo quando si comprava una botte nuova, per togliere la sensazione di legno, si metteva il vino più scadente. Al cemento facciamo poi seguire l’affinamento in bottiglia che varia a seconda della tipologia».

Quante tipologie di Lacrima producete?
«Tre, sostanzialmente. Il classico esprime le caratteristiche del vitigno: fresco profumato, potente nel colore. Poi un Superiore, Guardengo, nome di un torrente che attraversa il vigneto più antico del Lacrima impiantato da mio nonno del 1967, dunque mezzo secolo fa. Dà le uve più buone. Facciamo lunghe maturazioni, quasi un mese di contatto con le bucce, cercando di estrarre il più possibile da queste uve meravigliose. Su questo vino non usiamo lieviti selezionati e solo pochissima solforosa. Poi, solo nelle annate migliori, produciamo il Mariasole. Viene fatto con un particolare appassimento sui graticci. Me lo ha suggerito una persona che ho conosciuto nel 2006 e che lavorava per un’azienda veronese. È diventata mia moglie! Produciamo anche una versione dolce, un passito, e uno spumante metodo charmat, dodici mesi di contatto con i lieviti. Ho sperimentato anche il metodo classico, ma le note di crosta di pane che emergono, prepotenti, facevano perdere le note caratteristiche del Lacrima».

Avete avuto importanti riconoscimenti?
«Wine Spectator ha dato 94 punti al Mariasole e Robert Parker di Wine Adovocates 92. E ha anche preso i Tre bicchieri del Gambero Rosso. Il classico è stato premiato da Slowine come miglior rapporto qualità prezzo. Sembra un premio banale, ma è complicato fare un vino perfetto con un budget più limitato. Lì si vede l’abilità».

Siete un’azienda biologica?
«Siamo da quest’anno biologici: abbiamo iniziato la conversione nel 2014».

L’etichetta come è nata?
«Rappresenta lo stemma nobiliare del proprietario terriero da cui lavorava mio nonno. Io sono laureato in Viticoltura ed Enologia. Ho fatto un’esperienza di lavoro all’estero, vendemmie in Sudafrica e Australia, che mi sono servite come esperienze professionali. Mi hanno insegnato che la prima cosa di un vino è avere un brand, un’etichetta che lo definisca in modo riconoscibile. Ho pensato allora a quel simbolo che ripropongo su tutte le bottiglie».