Ambasciatrice di Women for Expo, Lella Costa, tesse gli elogi dell’esposizione universale, anche se era pro Smirne, e confessa l’amore per la cucina della tradizione. Ma boccia l’inflazione di chef in tv e da nota libertaria rigetta l’integralismo vegano e la sua «aura di chiesa»

Parla a raffica, come se stesse perennemente recitando un monologo teatrale. Nelle sue parole senti il lievito dell’ironia, anche se, al fondo, il retrogusto è il lato umano delle cose, che è un po’ la sua bussola. Lella Costa, 63 anni, attrice, scrittrice e doppiatrice, è ambasciatrice di Women for Expo. L’abbiamo incontrata all’inaugurazione di InGalera, il primo ristorante d’Italia aperto in un carcere, quello di Milano-Bollate, che mira al reinserimento sociale dei reclusi. E che lei definisce «l’incarnazione di un luogo di dignità».

Ci scopriamo tutti chef in Italia: tu hai un’opinione un po’ critica in merito, vero?
«Si sta esagerando. E non è colpa della televisione in quanto tale. Cito Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che è per me una sorta di maestro, un guru: lui sostiene che si tratta di pornografia alimentare. Detto da uno che ha creato una scuola di pensiero sul cibo è significativo».

Il cibo è però importante?
«Vero, e l’importanza della tradizione, del territorio nel cibo è indiscutibile. Mia mamma era di Costigliole d’Asti come Guido (Guido Alciati che a Costigliole creò un ristorante di alta cucina delle Langhe, ritrovo dei gourmet di tutto il mondo – ndr): la cucina regionale la conosco da quando ero piccola, è un valore straordinario dal punto di vista economico e culturale. Anche perché il cibo unisce. E non solo quando è lo stesso: anche quando è diverso. Però dico: va bene l’aumento del Pil, ma c’è anche l’aumento della povertà, le persone che vanno a mangiare alle mense della Caritas».

Tu sei donna di teatro: pensi che anche il teatro possa essere assorbito da questa ossessione nazionale per il cibo che dilaga anche nei libri?
«Prima dell’avvento del teatro borghese, in realtà il rapporto tra cibo e teatro era immediato. Andavi a teatro e mangiavi: ti portavi il cibo. Pensiamo al teatro elisabettiano. C’è poi il cibo come momento conviviale del dopo teatro. Il teatro è di per sé condivisione vivente. Esattamente come il cibo».

Il teatro può lanciare un messaggio culturale per il cibo?
«Lo può fare se il messaggio non viene mitizzato o reso “fashion” come rischia di essere».

Che rapporto hai con il cibo e qual è la tua cucina preferita?
«Mi piace, è una bella cosa. Sono molto curiosa e onnivora. Avendo ascendenza piemontese trovo che quella cucina lì sia ancora la migliore».

C’è un piatto che ti lega alla tua terra, all’infanzia?
«Il risotto con coratella e prezzemolo che faceva mia nonna e non ho più mangiato nella mia vita. Un simbolo di una cucina povera che magari un giorno troverò riproposto da qualche chef».

Cosa ne pensi della moda vegana?
«Tutte le scelte consapevoli che hanno a che fare con la spiritualità o una visione sul mondo sono rispettabili. Io, per antica vocazione libertaria, detesto però gli integralismi. Mi incuriosisce e mi piace ascoltare. Magari cambio idea, anche sulla base di cose che apprendo. Però stabilire che si fa solo così è controproducente. Si produce un’aura di chiesa, di setta».

Qual è il cibo made in Italy per eccellenza?
«La pasta, possibilmente ca pummarola n’coppa. D’accordo, non bisogna esagerare, c’è il discorso glutine eccetera eccetera, ma quanto è buona? E quando è veramente buona, manco la devi condire».

Che idea ti sei fatta di Expo?
«È stato un grande lavoro di maestranze. Un’opera di qualità, di dedizione e genio. E lo dico io che ero una di quelle di “Forza Smirne!” Ma lo ero non per ostilità a Expo, ma perché pensavo che le manifestazioni come Expo avessero più senso nei Paesi in via di sviluppo. Non mi sono ricreduta. Nel momento poi in cui una cosa diventa reale per la tua città allora devi farla funzionare nel miglior modo possibile. Sono diventata portavoce di Women for Expo e l’ho fatto con grande piacere».