Da alcuni giorni i produttori di latte stanno protestando perché venga riconosciuto ai loro prodotti il giusto prezzo, attualmente stanno lavorando in perdita. Coldiretti richiede l’intervento dell’Antitrust come in Francia e Spagna

È scoppiata la “guerra del latte” che vede gli allevatori scontrarsi con le aziende che il latte glielo comprano, ma a prezzi inferiori a quelli di produzione. La mobilitazione di Coldiretti, iniziata lo scorso fine settimana con un presidio davanti al centro di distribuzione della multinazionale francese Lactalis, nasce dalla constatazione che un litro di latte viene pagato 34 centesimi, mentre produrlo costa tra i 38 e i 41 centesimi. Le stalle così lavorano in perdita.

Perché l’obiettivo è Lactalis? Perché la multinazionale francese ha fatto shopping in Italia e si è comperata Parmalat, Galbani, Invernizzi e Locatelli: diventando così il primo gruppo del settore nel nostro Paese. Da questa posizione di forza sta imponendo il suo prezzo di acquisto, nonostante questo sia inferiore ai costi di produzione di circa 5 centesimi, ma sono 5 centesimi che possono fare la differenza tra vita e morte.

Trasparenza in etichetta per tutelare il vero made in Italy

Nel 2015, secondo i dati di Coldiretti, sono state costrette a chiudere circa 1000 stalle in tutta Italia, ma il 60 per cento erano in montagna. Tutto questo ha delle forti ripercussioni sull’occupazione, sull’economia del territorio, sull’ambiente e sulla qualità dei prodotti. Oggi sono rimaste 35mila stalle nel nostro Paese, ma molte non sono in grado di reggere questa situazione ancora per molto.

I consumatori sono poi “ingannati” perché la legge, al momento, non obbliga il produttore a indicare la provenienza del latte. Quindi tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono di origine straniera, la metà delle mozzarelle è fatta con latte o cagliate provenienti dall’estero. Ogni giorno – sempre secondo i dati forniti da Coldiretti – transitano dalle nostre frontiere circa 3,5 milioni di litri di latte sterile, ma anche concentrati, cagliate, semilavorati e polveri che l’industria trasforma in mozzarelle, formaggi o latte “italiani”. Il vantaggio è indubbio, perché un chilogrammo di cagliata equivale a dieci litri di latte fresco. Nell’ultimo anno le cagliate estere, provenienti soprattutto dall’Est Europa, hanno raggiunto il milione di quintali, equivalenti a 10 milioni di litri di latte fresco, il 10 per cento della produzione italiana.

La mancanza di chiare indicazioni sull’origine del latte a lunga conservazione, ma anche di quello usato per fare yogurt, latticini e formaggi non consente al consumatore di fare delle valutazioni qualitative e gli impedisce di comperare un prodotto al 100 per cento made in Italy.

«In un momento difficile per l’economia – ha affermato Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti – dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti, ma anche con l’indicazione delle loro caratteristiche specifiche a partire dai sottoprodotti»

Le manifestazioni di protesta, iniziate sabato, di sono ora spostate in città, dove di fronte a diversi centri commerciali ci sono presidi degli allevatori che vogliono così spiegare le loro ragioni e far conoscere ai consumatori quello che sta succedendo dietro al latte. Per Coldiretti gli industriali che stanno sottopagando il latte italiano lo stanno facendo come ritorsione al no espresso dall’Italia all’uso di latte in polvere per produrre formaggi e yogurt.

Gli allevatori chiedono un adeguamento dei compensi in esecuzione della legge 91 del luglio 2015 che - sottolinea la Coldiretti - impone che il prezzo del latte alla stalla riconosciuto agli allevatori debba commisurarsi ai costi medi di produzione che variano da 38 a 41 centesimi al litro. In Lombardia, dove c’è la più alta concentrazione di stalle in Italia, in strutture grandi, da 200 capi, produrre un litro di latte costa 38 centesimi, mentre in montagna/collina, in allevamenti sino a 50 capi questo può arrivare sino a 60 contesimi.

«In questi giorni - ha dichiarato Gianni Fava, assessore all’agricoltura della Regione Lombardia – ho avuto diverse sollecitazioni dal mondo agricolo affinché si possa riportare il dibattito al punto in cui si interruppe, a luglio scorso, prima dell’intervento del ministero con la convocazione del tavolo nazionale. Ho ribadito agli amici di Coldiretti e ai tanti presenti la mia totale e assoluta disponibilità per riaprire una volta per tutte il tavolo della negoziazione sulla scorta della nostra proposta, che prevedeva la fissazione del prezzo indicizzato al valore di vendita dei prodotti trasformati. Se questa disponibilità ci fosse anche da parte del ministero – ha premesso l’assessore – sono disponibile a organizzare subito un incontro con il mondo della trasformazione e della grande distribuzione. Perché si continua a ragionare senza tenere conto che il comparto è sotto attacco speculativo: i prodotti finiti non si sono deprezzati, le materie prime al contrario hanno avuto una perdita di valore che oscilla dal 20 al 30 per cento. È evidente che dentro la filiera qualcuno si sta arricchendo a scapito di altri. Giudico legittima e sacrosanta la mobilitazione di Coldiretti, pronto a sostenere altre organizzazioni di rappresentanza qualora si rendessero disponibili ad altre forme di manifestazione pacifica per rivendicare quello che a loro spetta di fatto e di diritto».

Coldiretti chiede anche l’intervento dell’Antitrust per verificare comportamenti scorretti nel pagamento del latte agli allevatori, anche alla luce di quanto è già successo in Francia e Spagna. In Francia l’Antitrust ha multato per 193 milioni di euro 11 industrie lattiero-casearie tra le quali Lactalis, Laita, Senagral e Andrés’s Novandie per pratiche anticoncorrenziali dopo che il 5 marzo scorso era intervenuto anche l’Antitrust iberico che aveva annunciato multe per un totale di 88 milioni di euro a gruppi come Danone (23,2 milioni), Corporation Alimentaria (21,8 milioni), Grupo Lactalis Iberica (11,6 milioni).