Un libro racconta la vita di Gino Girolomoni, padre del bio. Oggi la cooperativa condotta dai figli è tra le filiere di grano duro più avanzate d’Europa

Se oggi in Italia ci sono 55mila aziende di produzione biologica, gran parte del merito è di un precursore visionario che alla fine degli anni ‘60 decise di andare controcorrente («Sono e sarò sempre un contadino») diventando il padre del biologico. Il suo nome è Gino Girolomoni, il «monaco-contadino». La sua figura è stata ricordata da Massimo Orlandi nel libro biografico «La terra è la mia preghiera» (Editrice Missionaria Italiana, prefazione di Vandana Shiva), in occasione di un convegno, «Il bio nel piatto. Cooperazione biologica e ristorazione collettiva», che si è svolto a Milano ed è stato organizzato da Fedagri-Confcooperative.

La legge italiana ha combattuto il biologico quando è nato

Girolomoni, scomparso nel 2012 a 66 anni a causa di un infarto, nacque nel 1946 a Isola del Piano, a due passi da Urbino. Fu il primo a parlare di biologico in Italia. Una curiosa infatuazione per un perito meccanico che lavorava nelle Ferrovie Svizzere. Nel 1971, giovane sindaco del paese natale, che in dieci anni si era svuotato, decide di gettare le basi per un'agricoltura a misura d’uomo, permettendo la rinascita del territorio e delle colline marchigiane. Nel 1977, la svolta: fa nascere la prima cooperativa agricola biologica d’Italia, la chiama Alce Nero, come una sfida lanciata da un eroico capo sioux. Recupera l’antico monastero di Montebello, un rudere ma un luogo magico, immerso nelle colline tra Pesaro e Urbino. E lo trasforma in centro di diffusione della sua filosofia vocata al rispetto della terra, degli animali e della natura e alla produzione agricola senza pesticidi. Un luogo di spiritualità e lavoro perché fede e ruralità si mescolano nella sua figura profetica.

Nel 1978 organizza il primo corso di agricoltura biologica: «Le 55mila aziende bio italiane devono molto a quel big bang» ha sottolineato Massimo Orlandi. «Il biologico qualifica uno stile di vita», diceva. Non pensava che «l'agricoltura biologica salverà il mondo», ma la praticava «per non stare dalla parte di chi il mondo lo distrugge». Il suo appello attira figure della cultura del calibro di Pier Paolo Pasolini, Massimo Cacciari («Un esempio straordinario su cui è necessario ritornare sempre a riflettere»), Guido Ceronetti, Sergio Quinzio. La produzione si concentra soprattutto sui cereali, ma anche ortaggi, vino, fino a far nascere un pastificio. L’avanguardia non viene capita e si deve scontrare con la legge.

Nell’allora normativa italiana non compariva la parola farina integrale (che a Montebello viene macinata a pietra) e i Nas devono intervenire più volte con i sequestri. Episodi che stridono alla luce dell’odierna diffusione delle farine non raffinate. «Lo Stato allora ha ostacolato la diffusione del biologico, oggi lo stesso Stato ha interesse a valorizzarlo» ha commentato Roberta Cafiero, dirigente del settore Agricoltura biologica e sistemi di qualità alimentare nazionale e affari generali del Mipaaf.

Negli anni Novanta Girolomoni prende posizione contro gli Ogm, anche con l’impegno politico («Andare a scomporre sequenze di Dna è come togliere miliardi di chiave dalle proprie serrature; chi sarà poi in grado di rimettere ognuna al proprio posto?»). A causa di difficoltà finanziarie nel 2002 è costretto a vendere il marchio Alce Nero, ma salva la cooperativa che si chiamerà Cooperativa Agricola Gino Girolomoni.

Oggi la sua eredità è portata avanti dai familiari. «L'intensa attività culturale ed economica condotta da mio padre con la cooperativa – ha spiegato suo figlio Giovanni, oggi presidente della Cooperativa Agricola Gino Girolomoni – ha contribuito in modo sostanziale a fermare la fuga dalla campagna e a spingere gli agricoltori a riprendere le loro attività, tornando ad abitare vecchie case abbandonate e custodendo la terra con un'agricoltura che non utilizza sostanze chimiche di sintesi».

La Cooperativa Agricola Gino Girolomoni, 37 dipendenti e 10 milioni di fatturato, è uno dei punti di riferimento del biologico italiano. Per l’energia utilizza solo fonti rinnovabili e ben l’85 per cento della produzione è indirizzata all’estero (Paesi europei, Usa, Giappone, Canada, Australia, Israele). Il core business è la produzione di pasta in un pastificio a totale conduzione biologica che rappresenta una delle filiere del grano duro più avanzate d’Europa. La pasta viene essiccata a basse temperature e in tempi lunghi per mantenere tutte le qualità organolettiche del prodotto; l’acqua proviene da una sorgente che non ha agricoltura industriale a monte. La materia prima è interamente italiana e deriva da antiche varietà cerealicole di grande valore nutrizionale, dal Senatore Cappelli al Graziella Ra, il «grano dei Faraoni», al farro Dicocco, ricco di fibra. La produzione della cooperativa si estende a riso, cous cous, legumi, olio extravergine, aceto balsamico di Modena e caffè. Sempre nel segno della qualità.