L'azienda Moncaro ha creato Kikka, una birra artigianale al vino, ispirandosi a una tradizione contadina delle Marche. Due versioni: una bionda e una rossa

Birra o vino a tavola? La decisione a volte è difficile, vista l’ampia gamma di scelte. Nell’incertezza c’è una strada nuova, sperimentale, c'è Kikka: la birra artigianale al vino, un’idea accattivante suggerita dall’azienda marchigiana Moncaro. Ma andiamo per gradi. Il mercato della birra, a dispetto dei 30 milioni di consumatori italiani, è stagnante da dieci anni (complice la vertiginosa crescita delle accise, salite del 117 per cento dal 2003 a oggi), con un terzo delle birre italiane consumate in Italia che sono di importazione (la metà dalla Germania). Di qui le svariate proposte innovative per scuotere il mercato: dalle Regionali alle Radler lanciate, per esempio, da grandi gruppi come Heineken Italia, alla birra alle bollicine, la 10 Luppoli Birra Champagne proposta da Poretti. Fino alla vivacità dei microbirrifici artigianali, che si ingegnano a creare prodotti sempre più stimolanti (birre speziate, spumantizzate, al tartufo).

Kikka è una birra realizzata con ingredienti marchigiani, tranne il luppolo

Moncaro, azienda vitivinicola marchigiana, propone la birra al vino, un prodotto di nicchia, non per nulla si chiama Kikka. Di discreta gradazione alcolica (otto gradi), viene declinata in due versioni, bionda (lanciata due anni fa) e rossa (da meno di un anno). Si tratta di una tipologia Ale, non pastorizzata, ad alta fermentazione dove, peculiarità nella peculiarità, gli ingredienti sono tutti marchigiani (eccetto il luppolo che arriva da Germania e Repubblica Ceca). Ma vediamo di capire meglio le due versioni di Kikka. La bionda (circa ventimila bottiglie l’anno) nasce dopo una prima fermentazione in autoclave per 50 giorni cui segue l’aggiunta di Verdicchio dei Castelli di Jesi e successiva rifermentazione in bottiglia per 15 giorni. Il suo bouquet è fruttato, con note agrumate, floreali. Viene degustata come aperitivo ma si sposa anche con antipasti di pesce e carne, primi piatti di mare e di terra nonché con sfiziose grigliate marine e formaggi di media stagionatura. La rossa viene ottenuta con lo stesso procedimento, l’aggiunta di vino cotto, tipico della regione (è ottenuto con la cottura del mosto a fuoco vivo e rilascia sentori che ricordano il Marsala) e una rifermentazione in bottiglia per 30 giorni. I sentori sono più aromatici di frutta secca, canditi e spezie. È una birra più complessa, si abbina anche con primi al tartufo e al ragù. Predilige le carni bianche, salumi e formaggi anche di lunga stagionatura. Ma la sua morbidezza suggerisce accostamenti più coraggiosi, anche con la pasticceria secca.

«Volevamo proporre una bevanda alternativa che avesse un legame con il vino e il territorio – spiega l’enologo di Moncaro, Giuliano D’Ignazi – Molte aree delle Marche sono dedicate alla coltivazione dell’orzo e vantano numerosi birrifici, di qui la scelta della birra al vino. È un prodotto artigianale, non è una bevanda aromatizzata: l’abbiamo ideato e fatto sviluppare da un birrificio della zona, Collesi, ad Apecchio, provincia di Pesaro-Urbino, che periodicamente seguiamo poi con dei controlli. È un figlio di questa terra – sottolinea – l’acqua arriva dagli Appennini, dal Monte Nerone, nel Pesarese, l’orzo è locale e il malto è prodotto in un maltificio marchigiano; il Verdicchio dei Castelli di Jesi è nostro e abbiamo scelto questo vino perché era quello che rispondeva meglio, il vino cotto è tipico di Ascoli e Macerata. In realtà – aggiunge – nelle Marche i vecchi contadini usavano mescolare birra e vino, dunque non è un’idea bizzarra, abbiamo riproposto e rilanciato una tradizione».

Moncaro è stata fondata nel 1964. È una società cooperativa costituita da quasi mille soci. Vanta un fatturato di circa 24 milioni di euro, per il 60 per cento frutto di export (Gran Bretagna, Olanda, Svezia, Germania, Giappone, Usa, Austria, Belgio, Cina, India). Alle spalle ha trent'anni di esperienza nella coltivazione biologica (oltre all’enologo Giuliano D’Ignazi, si avvale della consulenza di Riccardo Cotarella, enologo di fama internazionale). L'azienda ha i suoi vigneti nelle tre aree vitivinicole più importanti delle Marche: la Cantina di Montecarotto, nel cuore dell'area classica dei Castelli di Jesi; la Cantina del Conero, a Camerano, alle pendici del Monte Conero e la Cantina di Acquaviva, nel sud delle Marche, nell'area superiore del Piceno. I punti di forza sono la produzione di vini da vitigni autoctoni: Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva Docg, Rosso Conero Riserva Docg, Rosso Piceno Superiore Doc, Offida Pecorino Docg e Offida Passerina Docg.

«È un progetto sperimentale – riassume il responsabile marketing dell’azienda Enrico Procicchiani – Il nostro core business rimane il vino, tanto è vero che abbiamo agganciato queste birre alle due Doc principali di nostra produzione, Verdicchio e Piceno. Ciò non esclude che possano esserci ulteriori sviluppi: da un punto di vista commerciale è evidente che sarebbe interessante, per esempio, produrre una birra 100 per cento con ingredienti marchigiani, luppolo incluso, cosa al momento non possibile. Abbiamo anche cominciato la distribuzione delle due birre nella grande distribuzione, nei punti vendita dell’azienda il formato più grande, da 75 cl, è venduto a 7,75 euro».